È stata un’avanzata fulminea quella dell’esercito di Damasco verso l’interno del Rojava. Un’avanzata armata con la chiara intenzione di occupare l’area che da più di 10 anni è sotto controllo dell’AANES (Amministrazione Autonoma del Nord della Siria). Questa grave escalation, nonostante il cessate il fuoco firmato da entrambe le parti sta coinvolgendo le aree di Raqqa, Ain Issa, Al Shaddadi e dalle ultime notizie in arrivo dalla regione Autonoma Curda, droni turchi stanno colpendo il Monte Kazwan, a sud della città di Hasakeh.

Le immagini che giungono dalla Siria in queste ore sembrano indicare inequivocabilmente la deliberata volontà del governo siriano di attaccare e conquistare le aree del nord-est siriano sotto controllo delle forze curde. Immagini che si ripetono, da quando l’autoproclamato presidente Ahmed Al-Sharaa ha preso il potere in Siria l’8 gennaio 2024 e che mostrano la violenza del governo siriano verso le minoranze. Domenica 18 gennaio l’esercito di Damasco è avanzato verso Tabqa, arrivando alla città di Raqqa. Scontri molto violenti hanno visto le milizie governative prendere la città e dichiarare ufficialmente il ritorno di Raqqa sotto il controllo delle Stato siriano. Fra le file delle forze curde aumenta la sfiducia verso gli Stati garanti e i partner internazionali della coalizione che non mostrano alcun interesse reale nel difendere l’identità e la sopravvivenza dell’autonomia curda che per 10 anni è stata alleata della coalizione a guida USA nella lotta contro l’Isis. Le immagini delle statue, rappresentanti le forze di unità di protezione popolare e delle bandiere stracciate, nella città simbolo della lotta contro lo Stato Islamico, sembrano evocare vecchie ma mai estinte paure. Fonti curde riferiscono che le milizie affiliate a Damasco sarebbero ora a circa 50 km dalla città di Hasakeh dove si trova il carcere che ad oggi detiene più di 5000 detenuti dell’Isis. La preoccupazione è che possano ripetersi le immagine dell’assalto alla prigione di Tabqa, dove al grido di Allahu akbar, le milizie di Damasco hanno aperto le porte della prigione femminile “liberando” le detenute. Il territorio del Rojava detiene ad oggi migliaia di prigionieri dell’ISIS, uomini e donne, posti in misure detentive, oltre che nella prigione di Hasakeh, nei campi di Al- Hol e Roj. Le donne detenute in questi campi non erano soltanto mogli di combattenti dell’ISIS, ma parte integrante dello Stato Islamico e il rischio concreto che queste aree possano passare sotto il controllo delle milizie di Damasco, notoriamente legate ad ex ambienti jihadisti siriani, potrebbe favorire il ritorno di strutture ideologiche di un passato ancora aperto.

Il ritiro delle Forze Democratiche Siriane (SDF a guida curda) dalle aree di Tabqa e dalla città di Raqqa sarebbe avvenuto a seguito del mancato sostegno della popolazione araba dell’area che avrebbe favorito l’avanzata dell’esercito siriano. Raqqa storicamente rappresenta un’area da sempre legata alle tribù arabe e tutt’ora la maggioranza della sua popolazione ne rispecchia il passato storico. La medesima situazione si sta verificando della città di Deir er Zor, anch’essa zona popolata per la maggior parte da tribù arabe. Quest’area aveva registrato negli ultimi mesi crescenti tensioni tra le forze curde e quelle siriane, che avevano dato luogo a momenti di confronto lungo le sponde opposte dell’Eufrate. In questo quadro di profonda instabilità e paura, fin dalle prime ore di domenica mattina, la prigione di Al-Shaddadi è stata oggetto di ripetuti attacchi da parte di fazioni affiliate a Damasco. Sebbene la prigione di Al-Shaddadi si trovi a circa due chilometri dalla base della Coalizione Internazionale nella zona, la base non è intervenuta, nonostante le ripetute richieste di intervento da parte delle SDF curde.

In un comunicato ufficiale emesso ieri il Centro Stampa delle SDF ha dichiarato di aver perso il controllo della prigione di Al-Shaddadi. Negli scontri sono rimasti uccisi 9 militanti delle SDF e altri 20 sono rimasti feriti. Le immagini provenienti dalla prigione mostrano i miliziani del governo di Damasco prelevare i combattenti dell’Isis detenuti e trasferirli all’esterno, mentre nei corridoi si vedono i corpi mutilati dei membri delle Forze Democratiche Siriane.  Violenti scontri si sono registrati anche nei pressi della prigione di Al-Aqtan a Raqqa che detiene prigionieri legati allo Stato Islamico.

Carri armati e artiglieria delle fazioni di Damasco continuano a bombardare la prigione di Al-Aqtan a nord della città di Raqqa, nel tentativo di assaltarla per la terza volta. Le SDF hanno dichiarato di aver risposto agli attacchi e che attualmente la prigione è ancora sotto controllo delle forze curde, ma la situazione si evolve con una rapidità fulminea.

Intanto la popolazione locale curda vive nel timore di possibili massacri, come quelli già avvenuti sulla costa a danno degli alawiti e a Suwayda ai danni della comunità drusa. Nella città di Qamishile sono stati allestiti centri di accoglienza per famiglie curde che sono scappate delle aree interessate dagli scontri, mentre nelle strade continuano le manifestazioni a sostegno dei combattenti. Nelle strade di Qamishile l’unità di protezione delle donne le YPJ e le unità di protezione del popolo YPG presidiano le vie della città in un clima di costante attenzione e preoccupazione. L’incontro fra l’autoproclamato presidente siriano e il comandante in capo delle SDF Mazlum Abdi previsto per la giornata di lunedì 19 gennaio non avrebbe dato esito positivo. L’accordo di cessate il fuoco è stato annullato dopo l’incontro avvenuto a Damasco. Fawza Yusuf, dirigente del PYD e responsabile per le negoziazioni con Damasco, che Pagine Esteri ha incontrato ad ottobre 2025, ha affermato che Damasco stava “imponendo la resa”. Dal Rojava si alzano voci di resistenza. Fonti locali locali riferiscono “La decisone é la resistenza” e “la guerra contro il Rojava è iniziata”. Il comando generale delle SDF ha invitato le persone ad unirsi alla resistenza in quello che hanno chiamato “una giornata di responsabilità storica”. Fonti non confermate darebbero anche la città di Kobane, simbolo della resistenza e della lotta, soprattutto delle donne curde contro l’Isis, sotto assedio.

Resta da chiedersi la ragione dell’immobilità delle forze della coalizione internazionale a guida USA, che sembrano ignorare volutamente i crimini commessi dalle milizie di Damasco. Sicuramente la regione del Rojava, ricca di risorse petrolifere, che da circa 10 anni sono sotto il controllo delle Syrian Democratic Force, è un’area di forti interessi strategici per molti attori in campo, in quella che appare come la volontà di rimodellare sulla base degli interessi internazionali lo Stato siriano.