Il 27 gennaio, Nasry Asfura Zablah assumerà la presidenza dell’Honduras per il periodo 2026-2030. È stato dichiarato vincitore delle elezioni dello scorso 30 novembre da un Consiglio nazionale elettorale (Cne) diviso, che non ha finito di contare i voti, non ha verificato le inconsistenze presenti in migliaia di verbali elettorali, né ha risolto la valanga di ricorsi e di impugnazioni presentate dai partiti, in aperta violazione della legge elettorale.
Se a questo aggiungiamo le continue pressioni dell’amministrazione Trump sulla popolazione honduregna affinché votasse per il conservatore Asfura, la sfacciata manipolazione del sistema di trasmissione dei risultati preliminari, l’assenza di misure di sicurezza biometrica in migliaia di seggi, nonché le minacce del crimine organizzato per favorire il candidato “trumpiano”, risulta evidente la grave crisi istituzionale con cui dovrà fare i conti il nuovo governo.
Quello che si profila all’orizzonte, quindi, è una grave crisi istituzionale all’interno di uno scenario politico che vedrà il ritorno del bipartitismo tradizionale (partiti nazionale e liberale), storicamente asservito al gran capitale nazionale e transnazionale e agli interessi strategici, geopolitici ed economici di Washington.
L’esperienza del passato, in particolare quella dei due governi di Juan Orlando Hernández, condannato negli Stati Uniti a 45 anni di carcere per crimini legati al narcotraffico e graziato da Trump pochi giorni prima delle elezioni, apre a scenari drammaticamente già sperimentati dalla maggior parte della popolazione honduregna. Aumento della povertà, regressione in fatto di difesa della sovranità nazionale e dei beni comuni, di accesso ai servizi basilari come diritto fondamentale, di generazione di lavoro dignitoso, di difesa dei diritti umani.
A reagire per primo dopo la proclamazione ufficiale degli eletti è stato il Congresso Nazionale, che si è riunito con quorum semplice (69 deputati su 128) e ha approvato il decreto legislativo 58-2025, con il quale ha invalidato la proclamazione del Cne e ha ordinato la realizzazione di uno scrutinio generale completo (voto per voto). Il decreto istalla anche una commissione ad hoc con il compito di apportare tutti gli elementi necessari affinché la Procura indaghi su eventuali responsabilità penali dei consiglieri elettorali.
Il decreto è stato immediatamente promulgato e mandato a pubblicare sulla Gazzetta Ufficiale dalla presidente Xiomara Castro, giustificando la decisione presa con il mancato scrutinio di oltre 4700 verbali elettorali (circa 1,5 milioni di voti potenziali), a fronte di una differenza tra i due candidati del bipartitismo, Asfura e Nasralla, di soli 25 mila voti (0,7%).
Parallelamente, il sindaco uscente della capitale e candidato per un secondo mandato per il governante Libertà e Rifondazione (Libre), Jorge Aldana, ha presentato ricorso al Tribunale di giustizia elettorale (Tje), assicurando, copie dei verbali alla mano, di essere il vincitore e chiedendo il conteggio mai eseguito di 453 verbali. Come nel caso del Cne, i magistrati a maggioranza bipartitista, seppur senza quorum legale, hanno respinto l’istanza.
Il conflitto tra poteri dello Stato si è ulteriormente aggravato con la decisione della Sala costituzionale della Corte suprema di giustizia di accogliere alcuni ricorsi di incostituzionalità contro il decreto 58-2025, che verranno ora sottoposti al plenario del massimo organo giudiziario, dove il bipartitismo gode di un’ampia maggioranza.
In questo vortice di avvenimenti, le due consigliere del Cne, Ana Paola Hall e Cossette López, rispettivamente in forza ai due partiti tradizionali, si sono rifiutate di realizzare il riconteggio ordinato dall’organo legislativo. Secondo la Costituzione, lo stesso Congresso potrebbe incaricarsi dello scrutinio, rischiando però di aggiungere un ulteriore elemento di conflitto che potrebbe portare alla paralisi istituzionale.
Intanto, in assemblea, il partito Libre ha deciso che non parteciperà all’elezione della direttiva del nuovo Congresso, prevista per il 25 gennaio, né riconoscerà il nuovo presidente e il suo governo spurio. Militanti di Libertà e Rifondazione hanno inoltre iniziato una serie di proteste, bloccando i principali accessi alla capitale e assediando da alcuni giorni la sede del Congresso.
“Si sta cercando di legittimare delle elezioni che sono chiaramente illegittime. Elezioni in cui hanno proclamato vincitori senza finire di contare i voti, né controllare migliaia di verbali pieni di errori. Elezioni in cui hanno avuto la meglio la paura, le minacce, il ricatto di potenze straniere e criminali”, spiega Sergio Rivera, delegato del Potere Popolare.
“L’Honduras è usato ancora una volta come laboratorio per provare strategie che verranno poi usate in altri Paesi che difendono il diritto all’autodeterminazione. Vogliono convertirci nuovamente in una piattaforma affinché gi Stati Uniti possano attaccare quei governi della regione che non si piegano ai loro interessi”, continua Rivera.
“Ciò che è successo in Venezuela, le minacce contro Cuba, Colombia, Messico, Nicaragua, i brogli elettorali in Honduras, la militarizzazione del Caribe, sono un chiaro esempio di come stiamo sprofondando in una nuova versione della Dottrina Monroe”.
A confermare i timori del delegato del Potere Popolare del governo Castro sono giunte le minacce di Washington e la pressione dell’Organizzazione degli Stati Americani (OSA) che invita le parti a permettere la “transizione democratica” in Honduras. Parallelamente, il silenzio della missione di osservazione elettorale dell’Unione Europea sul mancato scrutinio di migliaia di voti, sulle irregolarità, i brogli, le ingerenze esterne e della criminalità organizzata sul voto honduregno, aggravano ulteriormente uno scenario già di per sé complicato.
I primi segnali di una svolta in quanto alle future alleanze internazionali vengono dal viaggio intrapreso recentemente da Asfura a Washington e Tel Aviv. Durante la sua permanenza nella capitale statunitense, il candidato imposto dall’amministrazione Trump si è riunito con Marco Rubio, Pete Hegseth, Howard Lutnick e, in un secondo momento, con quella María Corina Machado che solo pochi giorni fa ha fatto dono al presidente statunitense del discusso Premio Nobel per la Pace.
Durante gli incontri, Asfura ha assicurato che l’Honduras sarà il principale alleato strategico degli Usa nella regione. Un messaggio diretto alla Cina, con la quale il governo Castro aveva iniziato a stringere importanti accordi commerciali dopo la rottura diplomatica con Taiwan.
Successivamente, si è recato in Israele, dove si è riunito con il presidente Isaac Herzog, il ministro degli Esteri Gideon Saar e con il primo ministro e profugo della giustizia internazionale per il genocidio a Gaza, Benjamin Netanyahu. Immediate le reazioni. “Un palestinese (Asfura Zablah) di fronte al carnefice del suo popolo. Umiliato per ordine dell’impero. Questo è quello che il futuro riserva all’Honduras”, ha scritto nel suo account di X il viceministro degli Esteri, Gerardo Torres. L’Honduras fa parte di un numero ristretto di Paesi che hanno trasferito la lora ambasciata a Gerusalemme. Nei giorni scorsi, 135 organizzazioni internazionali hanno chiesto alla presidente Castro di revocare tale decisione prima della fine del suo mandato. Un passo che sarebbe in linea con la costante denuncia del suo governo contro il genocidio del popolo palestinese. Pagine Esteri















