Pagine Esteri – L’accordo militare firmato a settembre tra l’Arabia Saudita e il Pakistan, che comprende anche un patto di mutua difesa, ha rappresentato uno spartiacque nella storia delle alleanze militari mondiali.

A lungo Riad ha lavorato al progetto di forgiare una forte e monolitica alleanza militare che riunisse tutti gli stati sunniti della penisola arabica, ma a causa delle contraddizioni e della crescente competizione all’interno del Consiglio di Cooperazione del Golfo – prima con il Qatar e recentemente soprattutto con gli Emirati Arabi – la cosiddetta “Nato araba” non è decollata.

E così l’Arabia Saudita ha deciso di fare il salto oltre il proprio quadrante regionale, collegandosi militarmente ad una potenza asiatica come il Pakistan, tra le poche al mondo dotate di un arsenale nucleare.

Ad accelerare l’intesa tra Riad e Islamabad a settembre furono i bombardamenti israeliani contro i dirigenti di Hamas che però colpirono Doha, in Qatar, che scioccarono le opinioni pubbliche arabe e misero in allarme le classi dirigenti delle petromonarchie.

Il patto di mutua difesa militare – simile a quanto previsto dall’articolo 5 dell’Alleanza Atlantica ma che non prevede per ora nessuna struttura di comando integrata né meccanismi di attivazione automatica – rende quello siglato a settembre qualcosa di più di un semplice accordo militare.

In questi giorni la richiesta da parte della Turchia di aderire all’accordo potrebbe trasformare l’accordo di cooperazione militare bilaterale in una vera e propria alleanza militare sovranazionale, in grado potenzialmente di attirare altre potenze regionali.

Per ora poco trapela sull’avanzamento dei negoziati tra Ankara e gli altri due paesi. Ma non sfugge l’importanza della stessa trattativa tra tre stati che dal punto di vista bellico rappresentano delle potenze di media grandezza.

Anche se vari analisti hanno già ribattezzato il nuovo patto militare “Nato islamica”, l’elemento ideologico-religioso appare secondario rispetto a quelli di tipo geopolitico.

Fino a qualche anno, tutti e tre i paesi facevano parte – in posizione subalterna – del sistema di alleanze guidato dagli Stati Uniti e dal punto di vista militare godevano di scarsa autonomia, relegate per lo più al ruolo di ospiti – almeno nel caso dei due paesi mediorientali – delle truppe e delle basi statunitensi.

Ma ormai le tre potenze esercitano un ruolo autonomo – e tendenzialmente indipendente – sviluppando una crescente influenza nei rispettivi quadranti e oltre, all’interno di un quadro mondiale in cui la competizione tra potenze per l’accesso alle risorse e il controllo dei corridoi commerciali si fa sempre più accesa. In questo contesto, le aspirazioni a esercitare una crescente egemonia vengono sorrette dallo sviluppo delle proprie capacità militari che un’alleanza sovranazionale potrebbe moltiplicare.

L’Arabia Saudita è probabilmente il paese più debole dal punto di vista militare. A causa della popolazione contenuta (35 milioni di abitanti), della storia e della composizione sociale del paese, la petromonarchia è quella che ha le forze armate meno potenti. Per questo, da quando Riad si è proposta sul palcoscenico bellico regionale – come nella lunga, devastante ma finora abbastanza inconcludente avventura militare in Yemen contro gli Houthi – lo ha fatto soprattutto grazie a forze mercenarie. L’esiguità dell’esercito saudita viene però bilanciata dalla grande disponibilità finanziaria e da crescenti investimenti nella ricerca e nell’industria militare, nel tentativo di scalare le classifiche mondiali degli esportatori di armi. Nel frattempo, Riad ha comunque velocemente modernizzato le proprie forze armate anche attraverso il massiccio acquisto di sistemi d’arma di ultima generazione.

Da parte sua il Pakistan rientra tra le prime 15 potenze militari al mondo, grazie ad un esercito numeroso e potente – perennemente sul piede di guerra a causa dei ripetuti conflitti con l’India e recentemente anche con l’Afghanistan – che ha da sempre un ruolo preminente nella vita politica del paese e che può contare su un consistente arsenale di armi a lungo raggio e di testate nucleari.

Se la Turchia dovesse entrare nella “Nato islamica” darebbe all’alleanza un apporto non indifferente. La Turchia rientra infatti tra le prime dieci potenze militari del pianeta, dotata com’è del secondo esercito più grande della Nato dopo quello degli Stati Uniti. Le proprie forze armate hanno sviluppato negli ultimi decenni una notevole esperienza di combattimento, intervenendo in diversi teatri, dall’Iraq alla Siria, dall’Armenia alla Libia.

Ankara ha sviluppato negli ultimi anni una notevole capacità tecnologica che permette alla sua industria bellica di rifornire gli arsenali locali ma anche di esportare all’estero una quota crescente della propria produzione, soprattutto di droni. Una collaborazione avanzata con Pakistan e Arabia Saudita potrebbe consentire alla Turchia di accelerare e potenziare il “programma Kaan”, finalizzato alla realizzazione di un caccia stealth di ultima generazione pensato per sostituire gli F-16 statunitensi che diminuirebbe fortemente la dipendenza dalle forniture occidentali.

Sui rapporti tra Arabia Saudita e Turchia pesa però la tradizionale competizione tra le due maggiori potenze sunnite del Medio Oriente, rette da due correnti diverse e opposte del cosiddetto “’Islam politico” – il wahabismo e la Fratellanza Musulmana – in perenne lotta per l’egemonia sulla regione e sull’intero mondo musulmano.

Ma l’incrudimento della competizione economica e militare su scala mondiale e il moltiplicarsi delle crisi e dell’instabilità, dall’Asia al Medio Oriente all’Africa, potrebbero condurre Riad e Ankara a mettere da parte la propria tradizionale inimicizia in cambio di un potenziamento della propria capacità egemonica generale.

La Turchia potrebbe soffrire un accordo troppo stringente che ne limiti il raggio d’azione e non sembra particolarmente interessata alla “difesa mutua”, assai più utile al Pakistan contro l’India e all’Arabia Saudita alle prese con il crescente strapotere di Israele in Medio Oriente. Inoltre Ankara deve anche compatibilizzare l’eventuale nuova alleanza militare con la propria presenza all’interno di un Patto Atlantico che pure, sotto i colpi di Donald Trump, sembra perdere sempre più mordente.

Secondo alcuni media e vari analisti, i negoziati per l’adesione turca al patto tra sauditi e pakistani sarebbero comunque già in fase avanzata, anche se finora il ministro degli Esteri Hakan Fidan ha sottolineato che finora non è stato siglato nessun accordo e che la trattativa continua.

Nel frattempo, negli ultimi anni Arabia Saudita e Turchia si sono avvicinate: entrambe sostengono lo sforzo per preservare l’unità territoriale dello Yemen contro le mire espansioniste degli Emirati, appoggiano il governo islamista in Siria e le Forze Armate Sudanesi contro le Forze di Supporto Rapido. Rimane un problema in Libia, con la Turchia che sostiene il Governo di Accordo Nazionale di Tripoli mentre l’Arabia Saudita appoggia, seppur senza grande impegno, il cosiddetto “Esercito Nazionale Libico” di Khalifa Haftar che controlla la Cirenaica. Con quest’ultimo, a dicembre, il Pakistan ha firmato un contratto da ben 4 miliardi di dollari per la fornitura di armi e di caccia JF-17, prodotti congiuntamente da Islamabad e Pechino. Presto, secondo indiscrezioni, Islamabad potrebbe inoltre portare a casa la fornitura di armi all’esercito sudanese per altri 1,5 miliardi e starebbe cercando di convincere Riad a trasformare due miliardi di dollari di prestiti sauditi in un accordo per l’acquisto di caccia mentre sono in corso ulteriori trattative per vendere anche al Bangladesh e all’Indonesia i suoi JF-17, che sono diventati particolarmente appetibili dopo il loro impiego nel corso degli scontri con le forze armate indiane nel maggio del 2025.

È presto per dire se la nuova alleanza militare transnazionale andrà a buon fine e reggerà al peso delle mille contraddizioni esistenti tra i paesi che ne fanno parte. Ma la novità è l’ennesimo segnale di un mondo che cambia a velocità sostenuta. – Pagine Esteri

* Marco Santopadre, giornalista e saggista, si occupa di geopolitica e movimenti sociali. Scrive anche di Spagna e movimenti di liberazione nazionale. Collabora con Pagine Esteri, il Manifesto, Terzo Giornale, El Salto Diario e Berria