Nel giorno in cui si ricorda la scomparsa e l’assassinio di Giulio Regeni in Egitto, il caso resta senza le risposte e più di tutto senza la giustizia che la famiglia del giovane ricercatore e milioni di italiani chiedono dal 2016. Regeni, studente di 28 anni e dottorando all’Università di Cambridge, era giunto al Cairo alla fine del 2015 per proseguire la sua ricerca sui sindacati indipendenti nel contesto post-primavere arabe, un lavoro che lo portava a dialogare con ambulanti e organizzazioni di base, temi molto delicati per il regime egiziano.
La sua sparizione avvenne la sera del 25 gennaio 2016, anniversario della rivoluzione del 2011 contro Hosni Mubarak, mentre si recava verso il centro città e inviava un ultimo messaggio alla sua fidanzata. Il suo corpo fu ritrovato nove giorni dopo ai margini di un’autostrada tra Il Cairo e Alessandria, con segni di torture brutali e prolungate: il decesso fu accertato tra il 1° e il 2 febbraio, dopo giorni di sevizie che inclusero fratture, contusioni profonde e bruciature, tanto che la madre lo riconobbe solo “dalla punta del naso”.
Da subito, le valutazioni internazionali sull’assassinio furono segnate da sospetti sull’azione delle forze di sicurezza egiziane, in particolare dell’agenzia di sicurezza nazionale. La magistratura italiana ha più volte evidenziato l’esistenza di prove circostanziali che indicano il coinvolgimento di agenti di polizia e servizi segreti egiziani nelle fasi di sequestro, tortura e omicidio, tanto da portare nel 2018 all’iscrizione nel registro degli indagati di cinque funzionari del regime.
La risposta ufficiale del governo egiziano, invece, si è distinta per negazioni, versioni contraddittorie e una cooperazione giudiziaria inesistente o intermittente. Prima si suggerì che Regeni fosse rimasto vittima di una “banda di criminali”, poi si minimizzarono i segni di tortura parlando di incidente o di cause diverse dal crimine intenzionale. In molte fasi delle indagini, Il Cairo ha rifiutato di consegnare elementi cruciali come i filmati della metropolitana in cui Regeni fu visto l’ultima volta, o i dati telefonici utili a ricostruire movimenti e contatti.
L’atteggiamento delle autorità egiziane è stato condannato duramente non solo dall’opinione pubblica italiana ma anche da accademici e organizzazioni internazionali per i diritti umani. Le riluttanze egiziane nel riconoscere responsabilità statali e la mancata collaborazione all’accertamento della verità, unite all’atteggiamento dei governi italiani a “chiudere” la vicenda per salvaguardare i rapporti con politici e diplomatici con Il Cairo, hanno di fatto chiuso il caso. Nel 2020 peraltro l’ufficio del procuratore egiziano ha archiviato la possibilità di perseguire i poliziotti indicati da Roma, affermando che “il colpevole è sconosciuto” e rifiutando di sostenere accuse contro gli ufficiali sospettati.
Il decimo anniversario è accompagnato in Italia da rinnovate richieste di verità e giustizia. Il caso Regeni continua a essere un simbolo delle tensioni tra esigenze di realpolitik e il rispetto dei diritti umani. La ricerca di verità su quanto accaduto rimane aperta, nonostante le narrative ufficiali di Il Cairo e la gestione politica e diplomatica italiana.
Resta però la memoria di un giovane studioso il cui assassinio ha messo in luce un sistema il sistema repressivo del regime del presidente Abdel Fattah El Sisi accusato di gravissime violazioni dei diritti umani e di tenere in prigione, spesso in condizioni disumane, migliaia di prigionieri politici e di coscienza.

















