Davanti al Parlamento di Beirut migliaia di persone si sono radunate mentre i deputati avviavano l’esame del progetto di bilancio 2026, destinato al voto al termine di tre giorni di discussione. Militari in pensione, insegnanti del pubblico, funzionari e inquilini hanno occupato le strade attorno a Place des Martyrs e a Riad el-Solh per chiedere adeguamenti salariali e pensionistici che tengano conto di un’inflazione che, dal collasso economico del 2019, ha svuotato stipendi e rendite fino a renderli insufficienti alla sopravvivenza.
Davanti alla moschea Mohammad al-Amine, sotto la sorveglianza dell’esercito, decine di ex militari hanno denunciato pensioni ridotte a poche centinaia di dollari. Il quotidiano libanese L’Orient le jour ha raccolto le storie di alcuni manifestanti, come Majid Harb, arrivato da Rachaya, che ha raccontato di ricevere 280 dollari al mese dopo oltre vent’anni di servizio e di aver dovuto indebitarsi e reinventarsi operaio nel settore del calcestruzzo per mantenere i tre figli. “Hanno minato tutti i nostri diritti”, dice. Dalla Békaa arrivano storie simili: Hana’ Matar, moglie di un ex militare, parla di una vita stravolta dalla crisi; Amal Sbat racconta bollette pagate per servizi che non arrivano mai, elettricità e acqua comprese. Oggi, alla vigilia della sessione parlamentare, alcuni ex militari hanno bloccato un tratto dell’autostrada di Chekka, nel nord del Paese, incendiando pneumatici.
A Riad el-Solh, il presidio degli insegnanti del settore pubblico si è concentrato sulla questione delle pensioni. Chadia, docente di inglese e madre di due figli, dice di non riuscire più a coprire nemmeno i bisogni essenziali e teme il momento del ritiro dal lavoro. Boufayna, insegnante di arabo, racconta l’impossibilità di garantire un’istruzione adeguata a un figlio con bisogni speciali a causa di uno stipendio ormai insufficiente. La richiesta è la stessa: rivedere il salario base su cui verranno calcolate le pensioni future.
Alla protesta si sono uniti anche gli inquilini colpiti dalla nuova legge sugli affitti commerciali, approvata lo scorso anno e relativa a contratti anteriori al 1992. I manifestanti accusano il Parlamento di averli “umiliati” e di aver messo a rischio la loro sopravvivenza economica con una liberalizzazione progressiva degli affitti, salutata positivamente dai proprietari dopo decenni di canoni congelati e ormai irrisori, ma vissuta come una minaccia da chi occupa negozi, uffici e laboratori. Liliane Costantine, assistente di giustizia, riassume l’effetto della crisi con una cifra: uno stipendio che prima valeva 1.500 dollari oggi ne vale poco più di 400.
Secondo una fonte della polizia, i manifestanti erano oltre 5.000. Numeri che riportano al centro del dibattito uno dei nodi strutturali del Libano: il peso delle retribuzioni pubbliche in un bilancio già fragile. Prima del collasso economico, i salari rappresentavano circa un terzo della spesa statale, per un totale stimato di 15 miliardi di dollari e un organico compreso tra 200.000 e 300.000 dipendenti, forze armate incluse. Oggi, con stipendi falcidiati dall’inflazione e servizi pubblici al collasso, la discussione sul bilancio 2026 si svolge sotto la pressione di una piazza che chiede risposte immediate, mentre la distanza tra istituzioni e società continua ad allargarsi.















