Pagine Esteri – La decisione di Israele di riconoscere l‘indipendenza del Somaliland – regione settentrionale della Somalia che dal dicembre del 1991 agisce in maniera indipendente dal governo centrale – rischia di esacerbare la competizione geopolitica in un quadrante del globo già frammentato e devastato da numerosi conflitti.

Il Somaliland si trova in un crocevia geostrategico cruciale di fronte allo Yemen, affacciato sulla confluenza tra Golfo di Aden, Stretto di Bab el Mandeb e Mar Rosso. Di qui l’interesse di Israele, che attraverso il riconoscimento tenta una proiezione geopolitica nel Corno d’Africa in un’area fondamentale per il traffico commerciale ed energetico da sfruttare ad esempio attraverso il potenziamento del porto di Berbera.

Oltre alle motivazioni di tipo economico, il riconoscimento del Somaliland viene concepito da Israele come un trampolino di lancio per estendere gli Accordi di Abramo – ai quali il governo locale ha già detto di voler aderire – nel continente africano.
Inoltre un avamposto nella regione settentrionale somala consentirebbe a Israele di godere di un maggiore margine di manovra per condurre attacchi contro il movimento sciita degli Houthi in Yemen. Non a caso il leader del movimento “Ansar Allah”, Abdul Malik al-Houthi, ha affermato: «Consideriamo qualsiasi presenza israeliana in Somaliland un obiettivo militare legittimo per le nostre forze, poiché costituisce un’aggressione contro la Somalia e lo Yemen e minaccia la sicurezza della regione».
Come se non bastasse nei mesi scorsi più volte fonti israeliane hanno ventilato la possibilità di utilizzare il Somaliland come destinazione di una parte della popolazione palestinese espulsa da Gaza.

Il riconoscimento della regione somala separatista da parte di Tel Aviv, annunciato il 26 dicembre, ha già accelerato la competizione nel Corno d’Africa tra Israele e Turchia.

Dopo l’annuncio, il presidente somalo Hassan Sheikh Mohamud si è recato a Istanbul dove ha incontrato il presidente Recep Tayyip Erdoğan. La Turchia infatti svolge un consistente ruolo in Somalia almeno dal 2011, sostenendo gli sforzi di Mogadiscio per stabilizzare il paese e fomentare lo sviluppo economico.

La sponda israeliana al separatismo del Somaliland – sommata a quella degli Emirati e di Washington nei confronti di questa e altre regioni costiere somale indipendentiste – costituisce una seria minaccia agli sforzi del governo centrale per consolidare l’autorità federale su tutto il territorio dello stato. Inoltre mette a rischio gli interessi di Ankara nel paese in un periodo in cui i rapporti tra Turchia e Israele si sono gradualmente deteriorati.

Dopo il varo di un accordo militare firmato nel 2012, personale militare turco ha iniziato a supportare la ricostruzione dell’esercito nazionale somalo, fondamentale per contrastare le bande jihadiste di Al-Shabaab, e la ricostituzione della marina militare. In cambio, nel 2017, Erdoğan ha potuto aprire a Mogadiscio la base Turksom, il suo più grande insediamento militare all’estero.

A varie aziende turche è stata inoltre affidata la costruzione e la gestione di infrastrutture centrali come il porto di Mogadiscio e l’aeroporto internazionale di Aden Adde, per non parlare di strade, ospedali ed edifici pubblici sparsi in tutta la Somalia. Ankara ha anche ottenuto una base di lancio spaziale e la concessione dello sfruttamento del gas e del petrolio estratti in varie porzioni delle acque territoriali del paese.

Dal 2024 le relazioni bilaterali si sono ulteriormente approfondite, con la firma di un accordo globale decennale in materia marittima e di difesa e di un accordo di cooperazione in materia di petrolio e gas. La Turchia ha accettato di aiutare le forze navali somale a contrastare la pesca illegale all’interno della sua “Zona economica esclusiva” e di rafforzare la capacità della Somalia di combattere «terrorismo, pirateria, pesca illegale, scarico di sostanze tossiche e qualsiasi minaccia esterna», ricevendo in cambio il 30% delle entrate generate.

La penetrazione turca in Somalia è tale che vari attori politici e osservatori locali hanno denunciato la scarsa trasparenza dell’impatto economico e militare di Ankara sul paese, insieme al rischio di una crescente limitazione della sovranità nazionale.


Ora il rischio di un’escalation nelle relazioni tra Turchia e Israele – già in forte competizione in Siria – potrebbe aumentare perché gli interessi dei due paesi si sovrappongono sempre di più. La possibile proiezione israeliana in Somaliland rischia di mettere in discussione lo sfruttamento di alcuni giacimenti di idrocarburi da parte delle imprese turche che li hanno avuti in concessione dal governo federale, che ora teme che Tel Aviv punti anche a impiantare una propria presenza militare nel nord della Somalia.

Secondo alcune fonti locali, la Turchia e la Somalia stanno progettando la realizzazione di una base militare congiunta a Las Qoray, un porto con accesso diretto al Mar Rosso situato nel neo-dichiarato stato somalo di Khatumo, che copre circa il 45% del territorio rivendicato dal Somaliland. Il governo della regione separatista, sfruttando lo scarso controllo del territorio da parte del governo federale somalo, potrebbe ora cercare di utilizzare il sostegno israeliano per impedire il progetto e allungare i suoi tentacoli sul Khatumo.

Paradossalmente il governo turco aveva mantenuto finora buoni rapporti con il presidente del Somaliland, Abdirahman Mohamed Abdullahi, ritenuto più aperto a riportare la regione entro un assetto confederale con la Somalia dopo il fallimento dell’accordo raggiunto negli anni scorsi da Hargeisa con l’Etiopia che in cambio dell’utilizzo del porto di Berbera – ottenendo così l’ambito sbocco al mare – avrebbe proceduto al riconoscimento dell’indipendenza della regione. La crisi è in parte rientrata anche grazie alla mediazione di Ankara che è intervenuta presso il governo etiope per attenuare la tensione con Mogadiscio.

Ora però la Turchia, che ha aperto un consolato in Somaliland ed ha nominato un inviato speciale per seguire i finora inconcludenti negoziati tra la regione indipendentista e il governo federale somalo, potrebbe puntare sulle tribù e sui territori della regione che si oppongono alla separazione da Mogadiscio.

Il problema è che nel frattempo anche il Puntland e il Jubaland, altre regioni della Somalia settentrionale, hanno reciso i legami con Mogadiscio iniziando ad operare in maniera indipendente, e starebbero cercando il supporto di Israele così come hanno già fatto con gli Stati Uniti e gli Emirati Arabi Uniti.

Recentemente, questi ultimi sembrano aver subito un consistente stop alle proprie aspirazioni egemoniche dopo l’intervento dell’Arabia Saudita in Yemen e la decisione da parte del governo di Mogadiscio di interrompere la cooperazione con la piccola petromonarchia sul fronte energetico e in materia di sicurezza. Il governo somalo ha ordinato l’espulsione delle aziende di Abu Dhabi dai porti di Berbera, Bosaso e Chisimaio, accusando gli Emirati di violare la propria sovranità e unità nazionale.

Ma se nei giorni scorsi gli emiratini hanno cominciato a trasferire le loro attrezzature e forniture dall’area della capitale somala si sono detti intenzionati a continuare le proprie attività nelle regioni separatiste dove vantano una forte presenza militare.

Gli Emirati hanno stretto forti legami politici, militari ed economici con il Somaliland, investendo 442 milioni di dollari nel porto di Berbera, trasformato in un moderno hub militare e logistico, senza il consenso del governo federale somalo. La petromonarchia avrebbe avuto un ruolo importante nei negoziati che hanno portato al riconoscimento dell’indipendenza del Somaliland da parte di Israele e sarebbe pronta a compiere un passo simile.

Alcuni testimoni hanno affermato che l’operazione di ritiro da Mogadiscio è stata preceduta da episodi di forte tensione tra funzionari somali ed emiratini. Solo grazie all’intervento del governo etiope il personale degli Emirati sarebbe stato autorizzati da Mogadiscio a ritirare le proprie attrezzature evitando ispezioni. Secondo il quotidiano “Somali Guardian”, quattro aerei appartenenti al governo di Addis Abeba avrebbero imbarcato il personale dell’ambasciata di Abu Dhabi, vari lavoratori stranieri, armi e attrezzature di vario tipo dirette in patria. – Pagine Esteri

* Marco Santopadre, giornalista e saggista, si occupa di geopolitica e movimenti sociali. Scrive anche di Spagna e movimenti di liberazione nazionale. Collabora con Pagine Esteri, il Manifesto, Terzo Giornale, El Salto Diario e Berria