Caracas – David Paravisini, classe 1944, è considerato uno dei massimi specialisti di geopolitica energetica del Venezuela bolivariano. Come costituente ed esperto di idrocarburi, le sue analisi sono state fondamentali per comprendere la transizione da un’industria petrolifera “meritocratica”, subordinata agli interessi transnazionali, a una PDVSA “popolare e strategica”. Gli abbiamo chiesto di commentare le scelte annunciate dalla presidente incaricata Delcy Rodriguez, che governa dopo il sequestro del presidente Nicolas Maduro e della first lady Cilia Flores, compiuto dalle truppe speciali statunitensi con l’attacco del 3 gennaio.
Come analizza le misure adottate oggi dalla presidente incaricata Delcy Rodríguez?
Per analizzare l’operato del governo nell’assenza temporale del Presidente Nicolás Maduro – dovuta a un sequestro che viola tutte le leggi e le convenzioni internazionali -, e che oggi è guidato dalla vicepresidente Delcy Eloína Rodríguez, bisogna inquadrarlo nel contesto di un attacco brutale degli Stati Uniti volto a dissolvere il governo. L’obiettivo era annullare la Costituzione e le leggi della Repubblica nel disordine e nel caos per appropriarsi delle risorse. Ma non si trattava solo di un’appropriazione materiale; l’obiettivo era insediare un governo fantoccio che eseguisse le direttive di Washington. Questo non è accaduto. Il sequestro del presidente non ha portato alla sostituzione del governo rivoluzionario, non solo per la solidità mostrata dal nucleo dirigente del PSUV e dalla struttura superiore del governo, ma anche per la tenuta dell’intera ossatura dello Stato. La decisione del Tribunale Supremo di Giustizia, nel dichiarare che non vi era un’assenza assoluta ma temporanea dovuta a eventi assolutamente imprevedibili, mostra la solidità dello Stato venezuelano. Tutte le istituzioni hanno risposto all’unisono, restituendo piena operatività al governo rivoluzionario. Non è solo la gestione di Delcy Rodríguez, ma una gestione unificata di tutto lo Stato. Il ruolo di Delcy come presidente incaricata, facente funzioni, in queste circostanze è fuori dall’ordinario. È forse la sfida più grande mai affrontata da un presidente venezuelano, inclusi Chávez e Maduro: deve governare, far muovere il paese e, allo stesso tempo, affrontare il mostro del nord per riscattare i nostri due ostaggi.
Può spiegarci cosa implicano la modifica della Legge Antiblocco e la riforma della Legge sugli Idrocarburi? In che modo possono continuare a garantire la sovranità operativa di PDVSA?
Il governo rivoluzionario deve garantire il funzionamento del paese. La modifica della legge organica sugli idrocarburi e degli altri decreti sull’importazione di benzina e additivi erano già in cantiere; lo stesso presidente Maduro li aveva annunciati il 2 gennaio. L’unico elemento di rottura è stato il sequestro del presidente. Maduro era stato chiaro con gli Usa: se volete negoziare, le porte sono aperte anche per il capitale privato statunitense. Trump dice che Delcy “si sta comportando bene”, ma non capisce che questo è il risultato di conversazioni già avviate tra il governo venezuelano e le imprese nordamericane per trovare formule di sviluppo reciproco.
Non c’è alcuna ragione per pensare che la sovranità sia stata violata. Ho esaminato il progetto di riforma: non esiste un solo articolo in cui si affermi che il paese non eserciterà più la sovranità sulle risorse. Ogni azienda che opera in Venezuela deve farlo come parte di una società mista o come operatore contrattualizzato sotto rigide condizioni: tempi definiti, proprietà statale delle risorse, utilizzo delle strutture preesistenti e l’obbligo contrattuale che ogni opera infrastrutturale passi in perfetto stato alla nazione al termine del contratto. Non c’è alcuna rinuncia alla sovranità.
Qual è dunque l’obiettivo della riforma della legge sugli idrocarburi?
Stiamo smantellando formule che ci rendevano dipendenti da una struttura corporativa interna a PDVSA che era diventata incontrollabile. L’organo dello Stato preposto a vigilare era stato esautorato da una PDVSA che perseguiva interessi propri, infiltrata da agenti stranieri e fattori di corruzione. Hanno rubato petrolio, falsificato dati e riscosso indennizzi per petrolio mai prodotto. Mai come oggi ci sono stati così tanti dirigenti di PDVSA arrestati. Prima di Chávez, godevano della più totale impunità. Persino oggi, la gestione di PDVSA è difficile da controllare da parte della Contraloría o dell’Assemblea Nazionale; le azioni legali partono quasi sempre dalla Procura Generale. Questa riforma permette allo Stato di riprendere l’iniziativa sugli investimenti, sottraendola a una corporazione strapotente che non rispondeva più agli interessi nazionali. È un grande balzo in avanti. Anche i debiti miliardari vantati dalle multinazionali, una volta analizzati, si rivelano gonfiati: il debito di 4 miliardi con Chevron, ad esempio, nella realtà è inferiore agli 800 milioni. Il resto è corruzione e accordi illeciti tra vecchi dirigenti infedeli e aziende predatrici.
Trump e l’opposizione estremista affermano che gli Stati Uniti si sono già appropriati del petrolio venezuelano. È vero? Qual è la realtà operativa dell’industria oggi?
Trump deve montare un apparato propagandistico per convincere il suo popolo di avere il controllo. Deve far credere che il petrolio che esce dal Venezuela sia “autorizzato” da lui. Ma la realtà è che Chevron, ENI o Repsol operano con contratti firmati in Venezuela, con il governo di Maduro, e pagano in Venezuela secondo le nostre leggi. Le navi partono regolarmente verso un mercato di esportazione che Trump non può impedire perché basato su contratti legali. Le “sanzioni” colpiscono il paese e le aziende che negoziano con noi, ma queste aziende continuano a operare perché hanno bisogno del nostro greggio e riconoscono la legislazione venezuelana, non quella di Trump. La nostra difesa risiede nella narrazione della verità e nella comprensione del fenomeno strutturale che stiamo vivendo. Non è un problema nato il 3 gennaio; è la crisi terminale dell’imperialismo statunitense. Dopo la caduta del muro di Berlino, gli USA hanno pensato di essere arrivati alla “fine della storia” e di poter imporre le loro regole. In trent’anni, però, il mondo è progredito, mentre gli Stati Uniti sono scivolati in un pantano tecnologico e morale. La loro estetica oggi è quella degli “zombie”, delle droghe, dei senzatetto e della disoccupazione. È una deriva oscurantista che va contro ogni visione di modernità.
Il petrolio non è una risorsa infinita. Come si inserisce il controllo delle riserve venezuelane nel disegno geopolitico degli Stati Uniti?
Gli USA usano la forza e l’estorsione per dominare le potenze emergenti come la Cina, che deve importare il 70% del suo fabbisogno energetico da Iran, Russia e Venezuela. L’obiettivo di Washington è distruggere l’Iran e monopolizzare il petrolio venezuelano per obbligare la Cina a comprarlo da loro. È impossibile. La presidente Rodríguez è stata chiara: siamo un governo sovrano e rivendichiamo il diritto di negoziare con Russia, Cina e Cuba.
Su quali alleati può contare oggi il socialismo bolivariano a livello internazionale?
La nostra difesa parte innanzitutto dal fatto che non siamo soli. Non è una battaglia solitaria del Venezuela contro il grande mostro del nord, ma è una battaglia del mondo per contrapporre a quel mondo delegittimato la ricerca di una società giusta. Esiste un’unione universale che si oppone a questa barbarie, perfino in buona parte degli Stati Uniti. Il tema delle riserve è relativo. Il mondo si incammina verso l’utilizzo di altre fonti energetiche, ma a 150 anni dalla scoperta del petrolio, il carbone continua a essere la terza fonte energetica globale con una quota del 30%. Non è vero che il petrolio o il gas smetteranno di essere utilizzati presto. Secondo lo stesso Dipartimento dell’Energia degli Stati Uniti, grazie alle tecnologie sviluppate, le riserve venezuelane non ammontano a 300 miliardi di barili, ma raggiungono i 500 miliardi. Gli Stati Uniti puntano al monopolio della vendita di petrolio e gas nel mondo. Un esempio: hanno eliminato la Russia dalla competizione nel mercato europeo con la distruzione dei gasdotti Nord Stream 1 e 2 e la dichiarazione della guerra in Ucraina. L’obiettivo era che il mercato energetico europeo finisse nelle mani degli Stati Uniti. È una battaglia impossibile: l’OPEC si opporrà, perché sottrarre all’OPEC il potere di quelle riserve darebbe agli USA un dominio totale sugli equilibri dei prezzi e dei mercati.
I ghiacciai si sciolgono e l’imperialismo vede in questo disastro nuove rotte commerciali. Qual è la sua analisi?
Trump vuole il controllo del petrolio venezuelano e iraniano, ma anche delle rotte dell’Artico. Sta però pestando i piedi a chi non è disposto ad accettare questo ritorno all’Età della Pietra dove non esistono convenzioni internazionali. Il sequestro di Nicolás Maduro e Cilia Flores è una violazione brutale che diventerà presto insostenibile: dovranno liberarli perché le accuse sono infondate.
L’attacco tecnologico del 3 gennaio punta solo alle risorse o a distruggere il modello di distribuzione sociale della rendita?
Agli Stati Uniti non importa come viene ridistribuita la rendita, purché le loro corporazioni abbiano accesso totale e senza concorrenza alle risorse (petrolio, ferro, coltan, oro). È la natura del capitalismo imperialista che stiamo combattendo e che sarà sconfitta non solo dalla resistenza del popolo venezuelano, ma dalle contraddizioni insanabili dell’imperialismo con le altre forme di sviluppo nel mondo. La nostra arma è la verità: il mondo sta reagendo contro questa regressione proposta dagli Stati Uniti. Alla fine vinceremo noi, perché siamo gente che lavora, lotta e ha la verità dalla sua parte. Pagine Esteri
















