Le foto sono di Silvia Casadei
I villaggi del sud del Libano, a ridosso del confine con Israele, somigliano oggi a città fantasma. Alcune famiglie sono riuscite a tornare, cercando di salvare ciò che resta, controllare le proprie case, riparare un muro. Ma per la maggioranza degli abitanti il ritorno resta impossibile. Questa scena si ripete nei quattro villaggi che abbiamo visitato, Naqura, Aytaroun, Khyam e Kfar Chouba, tutti segnati dall’occupazione israeliana e dallo sradicamento forzato delle loro comunità.
Guerra e occupazione sono il filo che lega queste storie, ma non le rende uguali. Ogni villaggio custodisce una memoria propria, costruita nel tempo, fatta di scelte politiche, appartenenze ideologiche e relazioni sociali specifiche. È da qui che prendono forma anche i racconti individuali: esperienze personali che nascono e si modellano dentro la storia del luogo da cui provengono.

Aytaroun
Mohammad Shaabi ha 64 anni. È nato nel 1961 a Naqoura, nel sud del Libano: la sua terra, la sua casa, il luogo in cui ha costruito tutta la sua vita insieme alla moglie e alle due figlie, Rina e Fatima, di 16 e 12 anni.
Di una vita fatta di lavoro e sacrifici oggi restano due stanze, una è senza finestre con al centro una stufa a legna che tenta di portare un po’ di calore. Da quando ne ha memoria, Mohammad ha sempre lavorato come giardiniere, con contratti precari e temporanei, principalmente per compagnie libanesi che operano all’interno della base del contingente UNIFIL. Oggi l’economia di Naqoura sopravvive quasi esclusivamente grazie ai lavori svolti dagli abitanti per la più grande base UNIFIL del sud del Libano; contratti spesso mensili, senza continuità né stabilità economica, che permettono solo di non soccombere.
«Il popolo libanese ama la vita», dice Mohammad, «ama la sua terra, ma siamo stati lasciati soli».
Mohammad, come altri abitanti di Naqoura, teme che la fine della missione Unifil, ipotizzata per l’inizio del 2027, possa segnare la scomparsa definitiva del suo villaggio. Oggi a Naqoura sopravvivono 120 famiglie, sospese in un presente fragile e nell’incertezza di un futuro che non lascia spazio ai sogni.
Naqoura si trova a soli cinque chilometri circa dal confine con Israele, la Blue Line, quella linea tracciata nel 2000 dopo il ritiro delle forze israeliane dal sud del Libano. La Blue Line non è un confine internazionale ma una linea tecnica di demarcazione stabilita dall’ONU, una linea di ritiro che con la risoluzione 1701 del 2006 divenne una linea operativa di sicurezza e contenimento militare, rendendola il perno del fragile equilibrio armato nel sud del Libano; i famosi “ Barili Blu”, installati lungo il confine, rappresentano i marcatori visivi che ne segnano il percorso.
Un confine quello della Blue Line, tracciato dalle istituzioni internazionali, ma reso negli anni sempre più fragile e irrilevante dalle violazioni israeliane e dall’incapacità delle “forze di pace” di agire come una reale forza di interposizione.
Una collina separa il villaggio da quello che gli abitanti chiamano il mostro. «Qui non siamo al sicuro», spiega Mohammad, «abbiamo un mostro vicino».
Mi accolgono in casa, o in quello che resta di essa, ma la moglie mi chiede di non scattare fotografie all’interno e questo non per diffidenza, ma per vergogna: si vergogna delle condizioni in cui vivono. Eppure, nonostante le evidenti difficoltà economiche, mi accolgono con un sorriso, una tazza di caffè libanese e l’urgenza di raccontare la loro storia e la loro testimonianza, poiché il sentimento comune fra gli abitanti dei villaggi del sud è quello di essere stati lasciati soli. Le istituzioni libanesi non hanno adempito al loro ruolo politico e di difesa lasciando migliaia di famiglie in uno stato di profonda solitudine.

Naqoura: Ali Hassan
Una solitudine fatta di assenza di aiuti economici da parte del governo, che non ha mai versato rimborsi né sostegni monetari dopo la distruzione seguita all’occupazione israeliana del settembre 2024. Un’occupazione durata quasi due mesi, che ha costretto tutti gli abitanti di Naqoura a fuggire dalle proprie case, rifugiandosi nelle città vicine o a Tiro, dove a proprie spese hanno soggiornato in hotel o in piccoli appartamenti, nella lunga attesa che l’occupazione terminasse.
La segnalazione dell’imminente attacco israeliano, riferisce Mohammad è arrivato sotto forma di una serie di bombardamenti nel centro del paese; l’avvertimento del “mostro” affinché gli abitanti abbandonassero le proprie case.
Solo nei primi tre mesi, dopo il ritorno al villaggio, racconta Mohammad, la municipalità ha consegnato cartoni di aiuti alimentari; Fatima, con un sorriso che riesce a nascondere solo in parte la difficoltà di crescere in un luogo ormai fantasma, quasi sospirando racconta di aver mangiato spaghetti per mesi, perché erano l’unico alimento che veniva distribuito.
Fatima ha 12 anni e tanti sogni, frequenta la scuola del paese ma vorrebbe fare l’ingegnere, il padre è molto pragmatico sul futuro che potrà avere sua figlia sapendo molto bene di non potersi permettre una retta universitaria, lascia che la figlia racconti le proprie speranze per il futuro ma poi con rassegnazione spiega che è difficile per chi vive nel sud del Libano poter fare progetti, sopratutto nella condizione di povertà ed indigenza in cui si trovano.
“ Non abbiamo soldi per le finestre, figuriamoci per andare via”, dice , e allora la sua terra, quella che ama da quando è nato, diventa la sua prigione.

Aytaroun
Fatima sembra più giovane della sua età, indossa un pigiama rosa e ci viene incontro fra le macerie di altre case vicine alla sua; ci tiene a mostrare i suoi disegni dei protagonisti dei cartoni animati, dall’alieno blu Stitch alla spugna gialla di SpongeBob, disegnare è la sua passione perché se non dovesse riuscire a diventare ingegnere vorrebbe fare la grafica. A differenza del padre Fatima crede ancora nel futuro, la freschezza della sua età la spinge ad avere ancora aspettative, nonostante l’occupazione israeliana le abbia tolto molto e continui a privarla di ciò che un adolescente avrebbe diritto.
Nell’ottobre 2024 Naqoura è stata occupata dalle forze israeliane, come molti altri villaggi del sud del Libano. Per circa due mesi il villaggio è rimasto sotto occupazione, fino al 27 novembre 2024, data della firma del cessate il fuoco fra il governo libanese e il governo israeliano. Un accordo mediato dalle forze internazionali che avrebbe dovuto porre fine alle ostilità e alle violenze perpetrate dall’esercito di Tel Aviv. I punti principali dell’accordo riguardavano la fine delle ostilità e il ritiro delle forze israeliane dalle aree occupate. Un’accordo accolto anche dal partito di Hezbollah che nonostante non rientrasse come firmatario diretto, ha accettato la tregua tramite la mediazione del governo libanese.
Una firma formale ma mai rispettata dalle forze israeliane che non hanno mai interrotto gli attacchi, i bombardamenti infatti sono quasi quotidiani e continuano a rendere impossibile la vita degli abitanti. Ad oggi si contano più di 11 mila violazioni di tipo aereo e terrestre da parte di Israele in tutto il sud del Libano.
Mohammad spiega che durante i due mesi di occupazione le IDF hanno distrutto con blindati e ruspe, la quasi totalità delle case e quelle che non sono state completamente demolite, spesso risultano inagibili. Ma molti abitanti del villaggio continuano a vivere all’interno di queste abitazioni perché non hanno alternative, il costo della vita in Libano a seguito della crisi economica ha messo in ginocchio la maggior parte della popolazione, impedendo lo sviluppo dell’economia del paese.
Mohammad ci dice che gli affitti a Tiro, per un appartamento, sono di circa cinquecento dollari al mese, e che questa cifra per loro è una spesa assolutamente insostenibile. Le poche ristrutturazioni sono state fatte utilizzando i risparmi di una vita, dice Mohammad, indicando l’impianto fotovoltaico installato sul tetto.
Dopo l’occupazione israeliana, l’unico modo per poter avere luce e corrente elettrica, avviene solo grazie ai pannelli solari che la popolazione residente ha dovuto installare a proprie spese. L’impianto è costato tremila dollari e Mohammad ha dovuto scegliere se installare i pannelli solari o mettere le finestre alla sua casa. Non può permettersi entrambe le cose e così ha scelto l’elettricità, mentre le finestre delle due stanze sono chiuse con pannelli di nylon.
“ Abbiamo vissuto anni in cui la gente dormiva con le porte aperte, adesso tutto è cambiato, viviamo nella paura, ma dove dovremmo andare se non nella nostra terra e nella nostra casa.”
La paura più grande di Mohammed è quella per il futuro delle proprie figlie, i sogni di un padre per il futuro della propria generazione sono semplici, ma per gli abitanti di Naqoura , probabilmente difficili da realizzare, vorrebbe solo vivere in pace, non gli interessano i governi, che si intercambiano alla guida del paese perché li definisce tutti come “vampiri”, vorrebbe solo permettere alle figlie di andare a scuola ma soprattuto di smettere di avere paura, di avere paura che il “mostro” ritorni ancora.

Aytaroun
A Naqoura questa paura è diffusa.
Un piccolo gruppo di abitanti sosta in una piccola piazzola all’ingresso del villaggio, si tratta di un camioncino con una tenda di fortuna per ripararsi dalla pioggia, cercando di ricreare una area di sosta e ritrovo. Abbas è il più giovane fra coloro che sono seduti accanto al fuoco; quando è rientrato nel suo villaggio ha trovato la sua casa ridotta ad un cumulo di macerie: “ ho impiegato tre anni per costruirla e adesso non c’è più nulla”, dice.
Abbas ha 30 anni ma non è sposato e non ha figli perché anche lui ritiene che non sia possibile pensare al futuro nella condizione in cui sono costretti a vivere.
Ali Hassan ha 63 anni, lo incontriamo davanti a quello che resta della sua casa.
Le finestre non ci sono più e la facciata che dà sulla strada è quasi completamente distrutta. Davanti all’ingresso è parcheggiato un piccolo pulmino bianco: è lo strumento del suo lavoro, portare i bambini del villaggio a scuola. Il suo volto è segnato dalle rughe del tempo e della fatica, ha mani grandi con le quali gesticola mentre parla, con l’enfasi e la rabbia di chi combatte ogni giorno con la stanchezza e la paura. Gli occhi diventano lucidi quando descrive la sua storia e la sua sofferenza è ritratta in ogni espressione del suo volto e in ogni parola pronunciata.
Hassan è dovuto scappare nell’ottobre del 2024 e al ritorno ha trovato la sua casa parzialmente demolita dai blindati delle IDF Israeliane. Nel 2024 Ali Hassan ha perso undici familiari, 11 martiri . All’interno della casa, tra i muri scrostati, ci sono le immagini di Sayeed Hassan Nasrallah leader storico di Hezbollah ucciso in un bombardamento israeliano a Beirut il 27 settembre 2024, e una gigantografia del nipote, anche lui militante di Hezbollah, morto nel recente conflitto. La gigantografia, riposta in quello che resta della cucina, è il volto di un ragazzo sorridente descritto da Ali Hassan come un ragazzo che amava la vita, un eroe, come molti libanesi del sud chiamano i propri familiari uccisi, che ha dato la propria vita per difendere la sua terra.
Le scale che conducono al primo piano sono traballanti e prive di corrimano e la porta d’ingresso è segnata da uno squarcio profondo. Hassan mi chiede di non salire sul tetto per scattare fotografie poiché teme che un drone possa vedermi con la macchina fotografica e la sua casa possa diventare nuovamente un bersaglio delle IDF. In casa non ci sono finestre, sono state tutte distrutte e lo spazio, una volta occupato dai vetri è ora sostituito da teli scuri per evitare che i droni israeliani possano vedere all’interno.
La moglie di Hassan è malata ed è costretta a restare a Tiro da alcuni parenti perché a Naqoura non ci sarebbe possibilità di accudirla e la casa semi distrutta non permetterebbe un’adeguata sistemazione. Anche per Hassan la vita quotidiana è difficile, ma restare è una scelta consapevole. Non è soltanto la mancanza di alternative economiche a trattenerlo, bensì il legame profondo con la sua terra e con il ricordo dei martiri della sua famiglia.

Aytaroun
Naqoura è un villaggio a maggioranza sciita, ma le sue strade sono spoglie senza bandiere, ne di Hezbollah, ne del suo alleato Amal, la ragione più semplice, e forse anche la più concreta è data dal fatto che esporle comporterebbe trasformare nuovamente le case in simboli e i simboli in bersagli visibili.
Quando Hassan ci saluta ci regala due arance e un libro in arabo, un piccolo presente, come è consuetudine in Libano quando si accompagna un ospite alla partenza. A Khiyam, a circa un’ora e mezza di distanza da Naqoura, è Lina ad accoglierci. Il villaggio è stato tra i più colpiti durante l’occupazione israeliana, con la percentuale più alta di bombardamenti. Khiyam conta ottanta martiri, ricordati ancora oggi con immagini affisse tra le case distrutte e nel centro cittadino.
Prima di entrare nell’ottobre 2024, Israele aveva “avvisato” la popolazione con circa duecento bombardamenti in sole ventiquattro ore, costringendo la totalità degli abitanti alla fuga. I numeri sono impressionanti: cinquemila case distrutte e, delle settemila famiglie del villaggio e delle zone limitrofe, solo mille sono rientrate.
Nonostante la firma del cessate il fuoco le forze di occupazione israeliane restarono all’interno del villaggio per altri 20 giorni e gli abitanti poterono rientrare solo nel gennaio 2025.
L’accanimento delle truppe israeliane su Khiyam, si inserisce in una più ampia strategia di pressione militare sui villaggi sciiti del sud e il nome di Khiyam, associato alla presenza attiva di Hezbollah, è rientrato tra i bersagli prioritari delle forze di Tel Aviv.
Questo ha costituito il pretesto per colpire ripetutamente l’area, giustificando i bombardamenti con la presunta presenza di postazioni della resistenza. Lina ha perso il nipote, ucciso da un drone all’interno della sua macchina, aveva solo 24 anni, non era un militante della resistenza , ma solo un ragazzo.
La famiglia di Lina può considerasi fortunata, la sua casa non è stata divelta e possono ancora permettersi di scaldarsi in un ambiente in cui le finestre proteggono dal vento freddo di gennaio. La foto del nipote insieme alla foto di Nasrallah spiccano nel salone principale della casa. Chiedo a Lina cosa rappresenti per la sua famiglia il leader di Hezbollah e lei risponde con due parole semplici ma cariche di affetto “ Safety and Home”. Mi spiega che non sarebbe esistito il villaggio di Khiyam senza Hezbollah, la Resistenza e il suo leader Nasrallah, portandomi come esempio l’anno 2000 quando gli israeliani sotto i colpi della resistenza furono costretti al ritiro.
Per Lina e la sua famiglia restare a Khiyam è un’atto di resistenza, se andassero via e soccombessero alla paura, lascerebbero il campo aperto all’occupazione; “ogni giorno prego per la Resistenza, la mia terra, la mia casa e per gli eroi che hanno combattuto”, mi dice. Anche le scuole di Khiyam sono state distrutte, ma la municipalità è riuscita ad aprire altre due sedi per coprire l’istruzione dei bambini dall’età di quattro anni fino all’età di quindici. Lina ci accompagna ad entrambe le scuole, dove diversi camion stanno scaricando giubbotti e felpe provenienti dalla Repubblica Islamica dell’Iran. “Durante l’occupazione gli aiuti arrivavano con cadenza settimanale”, dice, “sotto forma di box alimentari, oggi sono meno regolari, ma non si sono mai interrotti.”
Kamal Idrees lo abbiamo incontrato nella scuola del villaggio. Non parla inglese e il suo sguardo è spesso perso nel vuoto, smarrito. Sulla giacca porta una spilla con l’immagine del figlio, Ayman Idrees, militante di Amal, ucciso da un drone che ha colpito la sua automobile, Ayman aveva trentasei anni; lascia una moglie, due figli e una famiglia intera. Kamal non lascerà mai il suo villaggio, perché è qui che vive la memoria di suo figlio.

Khiyam
Di sua nuora, ci viene raccontato, che dopo la morte del marito per lo shock i capelli sono diventati completamente bianchi e che non esce più di casa. È nelle storie come quella di Kamal e della sua famiglia che si percepisce come la violenza dell’occupazione israeliana non colpisca solo chi viene ucciso ma continui ad agire anche su chi resta, imprigionando le persone in un dolore che non probabilmente non troverà pace.
Camminando per le strade del villaggio, i segni della devastazione sono visibili ovunque. Lo è altrettanto il disprezzo lasciato dai soldati israeliani: stelle di David e scritte in ebraico ricoprono i muri delle case distrutte, insieme all’immondizia e ai resti di lattine e bottiglie con etichette in lingua ebraica, abbandonati all’interno e all’esterno delle abitazioni. La stessa scena si ripete nel villaggio di Aytaroun. Anche qui, le scritte sui muri lasciate dagli israeliani assumono il valore di un monito: un avviso che richiama la memoria e, allo stesso tempo, la possibilità di un ritorno futuro.
Aytaroun è un villaggio difficile. Per le sue strade si incontrano poche persone e la popolazione appare diffidente. Il villaggio sorge a ridosso della Blue Line, dove una postazione israeliana, nonostante i confini tracciati, ne ha oltrepassato la linea.
Hassan ha perso il fratello dopo il cosiddetto “ritiro” delle forze di occupazione. Dopo la firma del cessate il fuoco, infatti, le truppe israeliane non si ritirarono completamente: attesero il ritorno degli abitanti e li attaccarono. «Ogni giorno volano i droni», racconta Hassan. «Noi guardiamo il cielo per capire dove colpiranno». Davanti a casa sua indica una macchia scura sul cemento: è il segno della bruciatura provocata da un drone israeliano alcune settimane prima. Poi aggiunge: «Oggi è una giornata fortunata, piove e i droni non volano».
Nelle zone attorno al villaggio, la coltivazione delle olive rappresenta una delle principali fonti di sostentamento per le famiglie. Lo sviluppo economico è fragile, come in gran parte del sud del Libano, ma la raccolta delle olive resta un’attività centrale. Hassan racconta che, ogni anno a ottobre, per cinque giorni gli abitanti di Aytaroun possono raccogliere le olive nelle aree prossime alla Blue Line solo sotto scorta delle forze del contingente UNIFIL, per evitare di essere colpiti a morte dalle forze israeliane.
Delle circa duemila famiglie ad Aytaroun ne sono rientrate solo cinquecento, in un ambiente spettrale; Hassan fa l’elettricista, durante l’occupazione e la guerra ha lavorato per la Red Cross sciita, per aiutare il suo villaggio.
Oggi Hassan guarda al futuro con rassegnazione: “non si più pensare al futuro”, dice, “dobbiamo vivere giorno per giorno”.
















