Il 1° febbraio, circa 3,7 milioni di costaricani saranno chiamati alle urne per eleggere il prossimo presidente e 57 deputati. La legge elettorale del Costarica prevede l’elezione al primo turno con il 40% dei voti, altrimenti è previsto il ballottaggio il 5 aprile tra i due candidati più votati.
Laura Fernández, ex ministra di Pianificazione e della Presidenza nel governo uscente dell’ultra-neoliberista ed ex funzionario della Banca mondiale, Rodrigo Chaves, è in testa a tutti i sondaggi e potrebbe chiudere la partita già al primo turno. Ancora molto alta la percentuale degli indecisi, circa il 32% tra chi assicura che andrà a votare. L’astensionismo potrebbe avvicinarsi al 50%.
Fernández si presenta come la “candidata della continuità” per il Partito popolo sovrano (Ppso), un “partito taxi” come quello di Chaves, cioè di recente formazione, senza un’ideologia o base solida, con scarsa militanza e senza struttura, che viene creato con l’unico obiettivo di portare un candidato alle elezioni.
Tra i principali avversari di Fernández, ma molto lontani nei sondaggi, troviamo Álvaro Ramos del tradizionale Partito liberazione nazionale e l’ultraconservatore Fabricio Alvarado del Partito nuova repubblica. Pressoché inesistenti le possibilità di secondo turno per i candidati, sulla carta progressisti, del Fronte ampio (Ariel Robles) e della Coalizione agenda cittadina (Claudia Dobles).
Sicurezza, riduzione dello Stato e delle politiche sociali, privatizzazione dei servizi pubblici, apertura al capitale multinazionale e svendita dei beni comuni, nonché liberalizzazione del mercato lavoro e riforme costituzionali che indeboliscano l’equilibrio tra poteri caratterizzano l’agenda della Fernández. Con lei, almeno 17 piccole formazioni politiche insignificanti in termini elettorali, ma che le serviranno per cercare di ottenere la maggioranza assoluta parlamentare.
Il Costarica, tradizionalmente conosciuto come la “Svizzera del Centroamerica”, come un Paese sicuro, di pace e democrazia, attento all’ambiente, senza esercito, con uno Stato forte che garantisce servizi pubblici e programmi sociali di qualità, è oramai un ricordo.
Il punto di rottura fu il progressivo spostamento dal modello costaricano dello stato di benessere (1950-1980), basato sulla solidarietà e politiche sociali inclusive, a uno neoliberista che ebbe come tappe di consolidazione l’elezione di Oscar Arias a metà degli anni ottanta, i programmi di ristrutturazione del Fondo monetario internazionale (Fmi) nei 90 e la firma del Trattato di libero commercio tra Stati Uniti, Centroamerica e Repubblica Dominicana (Cafta) all’inizio del nuovo secolo.
Nonostante la resistenza ferrea della popolazione contro cambiamenti strutturali che intaccavano l’identità stessa della società costaricana, l’avanzata turbocapitalista continuò e si consolidò durante gli ultimi due decenni. In ogni caso, la lunga stagione di lotte cittadine permise di preservare una certa centralità statale, contro la quale si sono lanciate le ultime amministrazioni.
“Rodrigo Chaves, Laura Fernández e l’astensionismo crescente sono il prodotto del disincanto della popolazione e di una sinistra sempre più moderata. Attaccano la politica tradizionale, promettono il cambiamento, applicano la dottrina dello shock e cavalcano l’autoritarismo in linea con il vento di destra che soffia in America Latina”, spiega Allan Barboza, del collettivo LaKanaya, a Pagine Esteri.
“È lo stesso programma di Milei (Argentina), Bukele (El Salvador), Noboa (Ecuador) e di tutte le destre al governo che seguono pedissequamente le direttive di Washington: privatizzare e ridurre lo Stato alla sua minima espressione”.
Per il sociologo Frank Ulloa, la vittoria della Fernández porterebbe a una estremizzazione delle ricette neoliberiste. “Hanno gli occhi puntati sulle banche statali, sulla previdenza sociale e il sistema pensionistico, su elettricità ed acqua, sui diritti acquisiti di milioni di lavoratori. E lo vogliono fare senza intoppi, per questo puntano a garantirsi un controllo ferreo delle istituzioni”.
In mezzo a tutto ciò, l’assenza di un vero programma politico alternativo di sinistra stride ulteriormente. “Il timore della sinistra di proporre un programma che rompa con la ricetta neoliberista spalanca le porte all’ultra-conservatorismo politico, ma anche religioso, vero specchietto per le allodole tra le classi sociali più disagiate”, dice Ulloa a Pagine Esteri.
Una democrazia senza educazione politica – continua il sociologo – diventa autocrazia, incamminando il Paese verso un modello autoritario in cui, tra sette religiose, reti sociali e manipolazione dei media si plasmano a proprio piacimento i settori più vulnerabili della popolazione.
È in questo contesto di regressione sociale e progettuale che il tema della sicurezza la fa da padrone. Più neoliberalismo significa meno opportunità, maggiore povertà e disuguaglianza, esplosione della delinquenza e dell’insicurezza, avverte Ulloa.
Secondo la Banca Mondiale, con un coefficiente Gini di 0,509 e un tasso di povertà del 25%, il Costarica figura oggi tra i paesi membri dell’Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico (Ocde) con maggior disuguaglianza nella distribuzione degli ingressi.
“È crollata la classe media e si è aperta ulteriormente la forbice tra ricchi e poveri. Si è smesso di produrre alimenti e di incentivare l’industria locale, privilegiando le zone a regime speciale e l’agrobusiness in mano alle grandi compagnie multinazionali che godono di enormi benefici fiscali”, spiega Monica Salas, di LaKanaya.
“Se a questo aggiungiamo gli alti indici di corruzione e l’infiltrazione a tutti i livelli del crimine organizzato e il narcotraffico, non deve stupire se l’espansione delle fasce di povertà e la disuguaglianza sociale a tutti i livelli hanno fatto esplodere gli indici di insicurezza. Di questo approfittano poi le destre per proporre soluzioni repressive e giustificare la necessità di poter agire senza troppi intoppi istituzionali”, aggiunge Salas.
Secondo l’ultimo Programma stato della nazione, il Costarica ha il settimo tasso di omicidi più alto dell’America Latina e il secondo del Centroamerica (16,6 omicidi per 100 abitanti).
La ricetta Chaves-Fernández è perfettamente in linea con la gestione bukelista in El Salvador: stato di eccezione permanente e sospensione di diritti costituzionali, arresti a tappeto e costruzione di mega carceri di massima sicurezza. Non è un caso che lo stesso Nayib Bukele si sia presentato in Costarica portando con sé i piani del famigerato Centro di confinamento del terrorismo (Cecot) e posando la prima pietra di una nuova carcere speciale.
“Si tratta di mantenere la popolazione in uno stato permanente di panico per renderle così accettabile la rinuncia a certi diritti in cambio della sensazione di sicurezza, di ordine e stabilità. C’è una preoccupante escalation dei fascismi in America latina e nel mondo e questo va di pari passo con l’imposizione del modello neoliberista”, spiega Barboza.
Principali beneficiari di questa strategia sono la vecchia e nuova oligarchia nazionale e gli Stai Uniti. Il Costarica si converte così in uno dei punti fermi per le strategie geopolitiche e geostrategiche di Washington.
Accordi di pattugliamento congiunto con il Comando Sur e ripetute visite della comandante in capo Laura Richardson, firma di un patto di cooperazione con DEA e FBI e la recente visita del Segretario di stato Marco Rubio mandano segnali inequivocabili sullo stato delle relazioni bilaterali.
Non passa quindi inosservata la decisione del Costa Rica di escludere le aziende cinesi dalla possibilità di implementare tecnologia 5G a favore dell’azienda pubblica di elettricità e nemmeno la firma, nel dicembre scorso, di un trattato di libero commercio con Israele. Decisioni apertamente applaudite dell’amministrazione Trump. “Siamo diventati un satellite di Washington, un pilastro della geopolitica statunitense in America latina. Questa è la realtà”, conclude Ulloa.
















