Un’ombra si è allungata in questi giorni sul vertice dell’Unione Africana (UA) che si conclude oggi. Non si tratta di un altro dei tanti conflitti africani, ma di una faida tra due pesi massimi del Golfo, l’Arabia Saudita e gli Emirati Arabi Uniti, che hanno trasformato il Corno d’Africa in un campo di battaglia per procura, dove gli interessi locali si intrecciano con le ambizioni di Riyadh e Abu Dhabi.
Quella che era iniziata come una contrapposizione nella guerra in Yemen si è rapidamente estesa attraverso il Mar Rosso, rotta commerciale vitale, per attecchire in un’area già martoriata da conflitti endemici. Oggi, l’influenza degli Emirati è pervasiva: investimenti multimiliardari, una diplomazia aggressiva e un supporto militare discreto ma efficace hanno reso Abu Dhabi un attore indispensabile, seppur controverso. Dall’altra parte, l’Arabia Saudita, dopo un periodo di relativo disimpegno, sembra essersi “svegliata”, come ha dichiarato un alto diplomatico africano all’agenzia Reuters, realizzando di “poter perdere il Mar Rosso”. Per riconquistare terreno, Riyadh sta tessendo un’alleanza che include potenze regionali come Egitto, Turchia e Qatar. Questa partita a scacchi potrebbe avere conseguenze sanguinose.

Un conflitto a più facce
Il teatro più esplosivo è la Somalia. Il recente riconoscimento da parte di Israele dell’indipendenza del Somaliland, regione secessionista somala, è stato letto da Mogadiscio come una mossa orchestrata da Abu Dhabi. La reazione è stata fulminea: la Somalia ha rotto le relazioni con gli Emirati, avvicinandosi al Qatar con un accordo di difesa e accogliendo aerei da combattimento turchi nella capitale come dimostrazione di forza.
Anche in Sudan, la guerra divampa alimentata da benzina straniera. Abu Dhabi sostiene le paramilitari Forze di Supporto Rapido (RSF), i sauditi e i loro alleati, come l’Egitto, sono schierati con l’esercito regolare (SAF). Funzionari della sicurezza hanno rivelato che droni turchi, schierati dall’Egitto, hanno colpito le RSF lungo il confine. Un’inchiesta della Reuters ha scoperto l’esistenza di una base in Etiopia occidentale dove i combattenti delle RSF vengono reclutati e addestrati, un ulteriore, implicito sostegno degli Emirati.
Le tensioni si estendono anche al confine tra Etiopia ed Eritrea, da mesi sul punto di una nuova guerra. La recente visita del leader eritreo a Riyadh è stata interpretata dagli analisti come un chiaro segnale di sostegno saudita ad Asmara, aumentando la pressione su un Etiopia che, pur ospitando la sede dell’UA, beneficia a sua volta del sostegno emiratino.
Il dilemma africano: scegliere o soccombere?
Di fronte a questa crescente pressione, i leader africani si trovano in una posizione delicata. Da un lato, l’attivismo degli Emirati ha generato malcontento e diffidenza in paesi come Eritrea, Gibuti e Somalia. Dall’altro, schierarsi apertamente con l’Arabia Saudita in quella che potrebbe diventare una “rissa” comporta rischi enormi. La posta in gioco è alta e la regione ha imparato a proprie spese che gli attori del Golfo sanno giocare d’azzardo.
Il vertice dell’Unione Africana aveva in agenda altre crisi: la guerra nella Repubblica Democratica del Congo, le insurrezioni jihadiste nel Sahel. Tuttavia, come osserva Alex Rondos, ex rappresentante speciale dell’UE per il Corno d’Africa, queste sono passate in secondo piano. La domanda che aleggia su Addis Abeba è se il continente riuscirà a trovare una voce comune per respingere quelle che Rondos definisce “rivalità straniere e i loro complici africani”, o se il Corno d’Africa si lascerà “fare a pezzi” da una guerra fredda che non gli appartiene.
















