di Valeria Cagnazzo

Pagine Esteri, martedì 26 aprile 2022 – “Mi vergogno della mia storia. Ho sempre cercato di tenerla nascosta. Mio marito mi picchiava anche quando eravamo fidanzati, e io non l’ho detto a nessuno, neanche a mio padre. Credo che, se le persone conoscessero la mia storia, penserebbero che io non sia una buona moglie”. Rispondeva così cinque anni fa, alla domanda sul suo rapporto con il trauma subito, una donna di 19 anni ospitata da 7 mesi in una casa di accoglienza per donne vittime di violenza domestica in Afghanistan. Una sua coetanea, da due mesi lì, aggiungeva: “E’ bello quando racconti la tua storia in un posto sicuro, quando percepisci che le persone che ti ascoltano ti capiranno e non ti giudicheranno”.



L’oggetto dell’inchiesta, svolta nel 2017 attraverso questionari semi-strutturati in dari e in pashtu a opera di Jenevieve Mannel (Istituto di Salute Globale dell’University College di Londra) e collaboratori e pubblicata su Social Science and Medicine nell’agosto 2018, era l’esperienza delle donne afghane con lo storytelling in generale – di racconti, poesie, canzoni della loro tradizione – e della loro storia di violenza di genere subita. Le intervistate erano 20 ospiti in una delle case “protette” per donne vittime di violenza domestica sorte nel Paese tra il 2009 e il 2021.

Prima dell’ascesa del regime talebano, infatti, in Afghanistan si stava lentamente costruendo una rete di aiuto per vittime di violenza di genere. Nel 2009, una legge per l’eradicazione della violenza sulle donne aveva istituito un corpo di polizia e un’unità giudiziaria per casi di violenza di genere e ratificato l’apertura di circa 30 “rifugi” o “case di accoglienza” per donne vittime di abusi. A gestirli, ONG e agenzie umanitarie, con non poche difficoltà: le pressioni su questi centri da parte dell’ex governo filo-occidentale diventavano crescenti. Per danneggiare le strutture e le loro ospiti, alcuni rappresentanti dell’ex governo insinuarono l’accusa, che successivamente anche i talebani avrebbero fatto propria, che i rifugi non fossero altro che case di prostituzione.

Il processo di applicazione della legge del 2009 si rivelava, come previsto, arduo, e negli ultimi anni stava subendo delle battute d’arresto. “Vedo che i piccoli progressi fatti negli ultimi anni si stanno già erodendo”, denunciava Fawza Arafi, attivista per i diritti delle donne nel Panshir. Lenti miglioramenti portati faticosamente avanti fino alla presa di potere da parte dei talebani: quasi tutti i centri, dall’agosto del 2021, non esistono più.

Non era facile, per le donne che vi erano ospitate, decidere di abbandonare il tetto domestico e rivolgersi a perfetti sconosciuti, raccontare loro una storia fino a quel momento segreta, chiedere ospitalità. Nella società afghana, la violenza di genere è un male endemico. Secondo un rapporto del 2020 dell’Organizzazione Mondiale della Sanità, circa il 90% delle donne afghane è stata vittima di violenza fisica, sessuale o psicologica almeno una volta nella vita. L’ampia diffusione del problema in una società patriarcale e conservatrice contribuisce a normalizzarlo e a rafforzarlo, eliminando qualsiasi narrazione che non sia quella maschilista e perpetuando ulteriormente la paura delle donne nel cercare aiuto.

Un’altra ospite intervistata nel lavoro di Mannel aveva 19 anni e viveva nella casa protetta da un anno e due mesi. “In Afghanistan, tutto è difficile per le donne, persino raccontare delle storie, figuriamoci quando si tratta della loro storia. Neanche ci pensiamo a noi stesse. Credo che noi donne non siamo neppure considerate umani, e quando non sei veramente un umano, chi ascolterà la tua storia?”.

Le case protette erano spesso l’unica e l’ultima speranza per le donne che vi si rifugiavano per scampare a un omicidio domestico. Sorgendo, tuttavia, in una società profondamente solcata dallo stigma, potevano salvare le loro ospiti dalla morte certa in casa, ma non dal senso di colpa né dalla condanna sociale per aver abbandonato il tetto coniugale in nome di un fantomatico e incomprensibile amor proprio. Improvvisamente, dal momento in cui le vittime vi si rifugiavano, niente era più sicuro al di fuori dell’uscio della casa di accoglienza. Come spiega uno psicologo intervistato nel lavoro di Mannel, “Queste donne non sono criminali, ma la casa di accoglienza è per loro una prigione. La sicurezza è un serio problema per queste donne, per questo devono restare qui. Non possono mai uscire. Se devono andare dal dottore o a visitare i loro familiari, devono andarci in macchina e accompagnate da guardie del corpo, perché sono costantemente sotto minaccia”.

Quando, all’indomani dell’ascesa del regime talebano quasi tutti i centri di accoglienza per donne afghane vittime di violenza sono stati chiusi forzatamente, le loro ospiti si sono viste da un giorno all’altro costrette a tornare nella stessa abitazione che avevano abbandonato, dallo stesso marito che le picchiava. Per molte di loro non c’era altra soluzione, non esisteva un altro posto al mondo pronto ad accoglierle a eccezione della strada o del carcere. Le conseguenze dei loro ritorni possono essere state drammatiche – né è possibile stimarle.

Da quel momento, i gruppi per i diritti umani denunciano persino una recrudescenza della violenza di genere nel Paese. I servizi di aiuto e di ascolto per vittime di abusi sono scomparsi, le donne si sono viste negate il diritto a muoversi da sole e a istruirsi, qualsiasi forma di controllo sulla loro vita e sul loro corpo da parte degli uomini è stata definitivamente in qualche modo legittimata dall’alto. Come nel resto del mondo, l’epidemia da Covid19 stava, tra l’altro, già determinando un aumento dei casi di abusi domestici.

In un report dell’aprile 2022 di Refugees International a cura di Devon Cone, “Now, there is nothing safe”, una donna che un tempo dirigeva uno di questi centri ha raccontato: “I talebani hanno chiuso la maggior parte dei rifugi in tutto il Paese. Sono venuti persino ad occupare il mio ufficio. Riesci a immaginare? Giovani ignoranti con le armi seduti alla mia scrivania? La rete che ho sviluppato riguardava la creazione di spazi sicuri. Ora non c’è niente di sicuro”. Pochissime sono le eccezioni, che rimangono precariamente aperte anche grazie al lavoro e al coraggio di attiviste afghane che da decenni portano avanti la loro lotta per i diritti delle donne.

Palwasha Hassan, video-intervista RSI news

 

Palwasha Hassan porta due perle sui lobi delle orecchie e un velo color sabbia sui capelli nel suo ultimo video in rete. Classe 1969, una laurea a Islamabad, un master in Studi di recupero post-bellico in Inghilterra, in Afghanistan ha fondato l’Afghan Women Education Center ed è stata cofondatrice dell’Afghan Women Network, una organizzazione di 3500 membri che coordina 125 associazioni per le donne nel Paese e che gestisce al momento uno dei pochi rifugi anti-violenza superstiti. Prima donna afghana a guidare una ONG, Hassan non è estranea alle restrizioni del regime talebano: quando nel 1996 i talebani presero il Paese, lei decise di restare in Afghanistan per portare avanti clandestinamente la sua battaglia per le donne. Contribuì poi alla stesura della Costituzione afghana nel 2003, e alla redazione della legge per l’eradicazione della violenza di genere nel 2009. E’ stata tra le 1000 donne candidate al Nobel nel 2005 e finalista per il premio Sakharov per la libertà di pensiero. Anche nell’agosto del 2021, come nel ’96, Palwasha Hassan ha deciso di restare.

Noi donne volevamo mantenere quello che avevamo conquistato”, dice a RSI news, “ma i talebani hanno scelto la guerra, e non vediamo nessun cambiamento in loro. Siete venuti (voi occidentali, ndr) e avete combattuto contro i talebani e altri gruppi terroristici (…), la differenza tra i talebani e il popolo è diventata enorme e voi ve ne andate all’improvviso. E’ stato un tradimento. La mia preoccupazione più grande”, aggiunge, “è che altre generazioni di ragazze possano perdere la possibilità di crescere come persone”. Per motivi di sicurezza, Palwasha Hassan vive oggi in una località segreta in Afghanistan.

Mai come adesso, la casa di accoglienza dell’Afghan Women Network è stata in pericolo. Al New Humanitarian, Mahbouba Seraj, direttrice dell’organizzazione, ha raccontato: “(I talebani, ndr) venivano in ogni momento, anche di notte, senza alcun preavviso, convinti che avrebbero trovato qualche illecito. Alla fine, sono riuscita a convincerli che non era così”. La sua casa di accoglienza ospita circa 30 donne, che esorta costantemente a non preoccuparsi, pregare, respirare e a “mantenere la testa alta”.

I pochi rifugi rimasti, però, non possono più accogliere nuove ospiti. Il senso di frustrazione tra i volontari è profondo, e, insieme ad esso, la consapevolezza che la popolazione femminile afghana adesso è completamente rimasta da sola di fronte al rischio di violenze domestiche, anche letali. Un’altra dipendente di un centro di accoglienza nel Paese racconta: Abbiamo continuato a ricevere chiamate da donne che dicevano che i loro mariti le picchiavano, ma non avevamo più le strutture per ospitarle. Ci chiamano e diciamo che non possiamo fare nulla, ma nella maggior parte dei casi le loro vite sono a rischio”.

L’ascesa del regime talebano ha determinato il definitivo giro di vite sui diritti delle donne afghane. Niente di quello che accade all’interno delle mura domestiche può essere adesso documentato. E’ un Paese senza via di uscita, quello che vieta loro di uscire da sole, a capo scoperto, e in cui continua ad essere bandita l’istruzione per le ragazze al di sopra del settimo grado. Su di loro si è abbattuta definitivamente una scure di violenza e di silenzio. Si stupiva che qualcuno si interessasse a lei e diceva così, una ragazza di 27 anni ospite di una casa protetta, allo psicologo che le sottoponeva un questionario per comprendere le proporzioni del suo trauma e il beneficio di raccontare storie: “Oggi, quando ho parlato con te, mi ha aiutato. Mi ha fatto pensare che in questo mondo esista almeno qualcuno – qualcuno – che vuole sapere qualcosa di me e della storia della mia vita”.