Pagine Esteri – Anche se a fronteggiarsi in uno dei conflitti più sanguinosi e devastanti attivi nel pianeta sono soprattutto l’esercito regolare e le milizie dell’M23, la ricchezza di minerali preziosi e terre rare del sottosuolo continua ad attirare nella Repubblica Democratica del Congo decine di soggetti in un intrico di alleanze e inimicizie sempre più difficile da districare.

Tra le varie forze in campo da qualche mese occorre annoverare anche i mercenari della compagnia militare privata statunitense Academi (il nuovo nome della famigerata Blackwater) e un certo numero di militari israeliani. Entrambi si collocano, formalmente, dalla parte del governo di Kinshasa contro i ribelli ma nei fatti sono stati schierati all’interno di una logica che mira alla partecipazione allo sfruttamento delle risorse del sottosuolo del paese (in particolare tantalio, cobalto, rame, oro e litio).

Dello schieramento dei contractors della Academi – la cui attività è quasi sempre complementare o funzionale alle esigenze del governo di Washington – si sapeva da qualche mese, ma fino a qualche settimana fa non si erano visti all’opera sul campo. Il fondatore della compagnia, lo statunitense Erik Prince, ha schierato la sua forza di sicurezza privata dotata di droni su richiesta del governo locale per aiutare l’esercito del Congo a proteggere la città strategica di Uvira, affacciata sul lago Tanganica, dai ribelli sostenuti dal Ruanda e per contribuire a garantire la riscossione delle entrate fiscali derivanti dall’estrazione delle riserve minerarie.

A dicembre però, senza incontrare particolare resistenza, i miliziani hanno conquistato la città, capitale temporanea del Sud Kivu al confine con il Burundi, nonostante gli infiniti negoziati sostenuti da Stati Uniti e Qatar, che cercano di disinnescare la crisi per riportare nella regione una stabilità sufficiente a sfruttare in maniera sistematica le strategiche risorse del paese.

A quel punto è intervenuto il governo statunitense, che ha direttamente minacciato i ribelli dell’M23 e le altre milizie dell'”Alleanza del Fiume Congo”, supportate da un certo numero di soldati ruandesi, convincendoli a ritirarsi ad alcuni chilometri.
Nelle ultime settimane l’amministrazione Trump ha aumentato le pressioni contro il Ruanda, principale finanziatore e sponsor della ribellione dell’M23. Dopo la conquista di Uvira da parte dei ribelli l’ambasciatore di Washington all’Onu Mike Waltz è arrivato a dichiarare che «Kigali sta guidando la regione verso una maggiore instabilità e la guerra». In precedenza, il segretario di Stati americano Marco Rubio aveva per la prima volta accusato il Ruanda di violare l’accordo di pace firmato all’inizio di dicembre con la mediazione di Donald Trump.

Nei mesi scorsi Kinshasa ha firmato con Washington un accordo quadro volto a sviluppare una catena di approvvigionamento per i minerali essenziali utilizzati nei centri dati, nell’industria delle armi e nei veicoli elettrici, in cambio di un sostegno alla sicurezza. Trump intende aumentare l’importazione a prezzi di favore di terre rare e contrastare l’egemonia cinese nel settore, ma alcuni giorni fa, intervenendo a una conferenza, il Ministro delle Miniere congolese Louis Watum Kabamba ha esplicitamente affermato che la Repubblica Democratica del Congo cercherà altri partner se la cooperazione mineraria con gli Stati Uniti non porterà a progetti concreti in tempo brevi.

Dopo che le milizie dell’M23 si sono ritirate da Uvira, a metà gennaio in città, insieme ai militari di Kinshasa, a quelli del Burundi e alle milizie Wazalendo – alleate del governo congolese – si sono visti anche i mercenari di Prince, la cui presenza probabilmente è servita a disincentivare una eventuale reazione dei ribelli per evitare uno scontro diretto con Washington. Dopo il ritiro, comunque, gli scontri si sono spostati sugli strategici altipiani attorno a Uvira, col rischio che i combattimenti si estendano anche nelle zone del Tanganica e del Katanga. Inoltre nella notte tra il 31 gennaio e il 1° febbraio, l’M23 ha lanciato un attacco con droni contro l’aeroporto di Kisangani, centro nevralgico dell’aviazione congolese lontano centinaia di chilometri dalla linea del fronte.

Secondo alcune fonti ascoltate da Reuters, i contractors della Academi starebbero agendo in coordinamento con un certo numero di consiglieri militari israeliani, coinvolti in particolare nell’addestramento di due battaglioni di forze speciali dell’esercito congolese.

Mentre per ora non si hanno maggiori notizie del coinvolgimento di Tel Aviv, la Repubblica Sudafricana ha annunciato il ritiro delle sue truppe dalla missione di mantenimento della pace delle Nazioni Unite. La decisione, ha spiegato il presidente sudafricano Cyril Ramaphosa al segretario generale dell’Onu Antonio Guterres, sarebbe stata influenzata dalla necessità di “riallineare” il dispiegamento militare di Pretoria. La verità è che il Sudafrica mantiene un contingente di 700 soldati in Congo da ormai 27 anni, con un costante dispendio di risorse ed un certo numero di perdite, il che ha suscitato numerose polemiche in patria. – Pagine Esteri

* Marco Santopadre, giornalista e saggista, si occupa di geopolitica e movimenti sociali. Scrive anche di Spagna e movimenti di liberazione nazionale. Collabora con Pagine Esteri, il Manifesto, Terzo Giornale, El Salto Diario e Berria