“La legge sul lavoro si inserisce pienamente nel progetto della “motosega” di Milei, perché rappresenta un taglio netto a diritti storici del lavoro: dal diritto alle ferie e ai congedi, dal diritto all’indennizzo fino a un’enorme quantità di modifiche” – dice l’attivista e docente universitaria Verónica Gago. E continua: “È completamente connessa ad altre due riforme: la riforma dell’età di imputabilità per i minori, che si vuole abbassare a 14 anni come parte di un piano di demagogia punitiva; ed è legata anche alla riforma della Legge sui Ghiacciai, per permettere gli affari minerari estrattivisti in diverse province. Per questo la Legge sui Ghiacciai diventa una moneta di scambio: viene sacrificata in cambio dei voti dei senatori delle varie province a favore della legge sul lavoro. Bisogna quindi capire questo complesso di tre riforme: la legge sul lavoro, che significa più precarizzazione; la riforma della Legge sui Ghiacciai, che significa più estrattivismo; e la riforma dell’età di imputabilità dei minori, che significa più repressione. Per ora l’ha approvata il Senato; tra 15 giorni ci sarà la discussione alla Camera dei Deputati. In gioco c’è moltissimo. Per questo, in queste ore, c’è uno stato di agitazione e mobilitazione di diversi settori e organizzazioni per preparare di nuovo un rifiuto in vista del 25”.

Le parole di Gago sono una chiave di lettura precisa, e soprattutto necessaria: perché la legge sul lavoro non è un provvedimento isolato, non è un “aggiustamento” tecnico, non è una riforma neutra. È un pezzo di un’operazione più ampia, una strategia complessiva di governo che combina precarizzazione, estrattivismo e repressione, cucendo insieme l’agenda economica con un dispositivo disciplinare. E non è un caso che la sua approvazione al Senato sia avvenuta nella stessa notte in cui, fuori dal Parlamento, lo Stato argentino ha messo in scena un’azione repressiva di proporzioni enormi.

Tra l’11 e il 12 febbraio, mentre in aula si consumava una maratona parlamentare di oltre tredici ore, nelle strade intorno al Congresso si combatteva un’altra battaglia: quella della piazza contro la motosega sociale. Le colonne di sindacati, organizzazioni territoriali, studenti e movimenti hanno circondato il Parlamento per denunciare ciò che la legge sul lavoro rappresenta davvero: un attacco frontale alle conquiste storiche della classe lavoratrice argentina. La risposta è stata quella che questo governo ha scelto come linguaggio strutturale: violenza, militarizzazione, caccia.

La polizia federale ha caricato con lacrimogeni, proiettili di gomma, moto lanciate a tutta velocità sulla folla, corridoi di manganelli, inseguimenti, accerchiamenti. Una repressione organizzata e non improvvisata, costruita come parte della scena politica: blindare il voto, impedire che la protesta cresca, produrre paura. Il bilancio è pesantissimo: oltre 300 persone ferite e almeno 30 arrestate. Non si tratta di un “eccesso” di qualche reparto. È l’applicazione coerente di una dottrina: per Milei la violenza non è un effetto collaterale, è un’infrastruttura. La motosega non taglia soltanto bilanci e diritti: taglia anche i corpi.

Secondo l’attivista e sociologa Luci Cavallero: “Molte persone si sono mobilitate contro la riforma del lavoro chiamata, in modo ingannevole, “legge di modernizzazione del lavoro”, perché implica un arretramento storico di quasi cento anni nei diritti del lavoro conquistati dalla classe lavoratrice argentina. Per fare alcuni esempi: significa la fine dei contratti collettivi di lavoro. Significa la possibilità che la parte datoriale frammenti le indennità, che sottragga una parte del salario in caso di congedo per malattia, che si estenda la giornata lavorativa oltre le otto ore. L’arretramento è infinito ed è un attacco alle condizioni generali di vita dell’intera classe lavoratrice mondiale, perché riteniamo che questa riforma si voglia far passare in Argentina come un esperimento, come un laboratorio di ciò che poi si vorrà fare in altre parti. Per questo ci mobilitiamo: i sindacati, ma anche le organizzazioni femministe, transfemministe, ambientaliste, con lo slogan “abbasso le riforme”, perché non si tratta soltanto di una riforma del lavoro, ma si vuole far passare anche una riforma della Legge sui Ghiacciai e un abbassamento dell’età di imputabilità penale degli adolescenti. Noi ci stiamo mobilitando con lo slogan: “unire le lotte nel compito””.

Questa repressione, infatti, non è separabile dal contenuto della legge sul lavoro. È la sua premessa materiale. Perché quando un governo non riesce a costruire consenso sociale attorno a ciò che sta facendo, deve costruire disciplina. Quando non riesce a convincere, deve imporre. E quando ciò che propone è una vendetta contro le lotte operaie, allora la vendetta deve essere difesa con la forza.

La legge sul lavoro approvata in Senato è il tentativo più avanzato di Milei di riscrivere i rapporti di forza tra capitale e lavoro. È il passaggio dal discorso alla struttura: dalla propaganda della “libertà” alla normalizzazione del ricatto. E avviene in un momento politicamente preciso: dopo le elezioni di ottobre e la nuova composizione parlamentare, il governo prova a usare fino in fondo i numeri e le alleanze costruite con settori dell’opposizione, con blocchi provinciali e con quelle parti del sistema politico che hanno scelto di diventare la stampella “istituzionale” del progetto mileista.

Non è un caso che il governo abbia parlato di “cambio storico” e di “fine dell’industria del giudizio”. Il suo obiettivo non è ridurre i conflitti: è ridurre la possibilità di farli esplodere. Non vuole meno contenziosi perché vuole più giustizia: li vuole ridurre perché vuole un lavoro più docile, più ricattabile, più individualizzato. E il punto più profondo è proprio questo: la legge non si limita a precarizzare. Cerca di costruire un modello in cui il conflitto collettivo diventa impossibile, e dove ogni rapporto di lavoro si trasforma in un contratto privato tra una persona sola e un’impresa armata di potere economico.

È qui che la lettura di Gago torna decisiva, e va ripresa fino in fondo: “Se questa legge venisse approvata, sarebbe una vittoria impressionante del governo: della sua capacità di articolare e dirigere altre forze politiche, di negoziare con le burocrazie sindacali e di stabilire un modello per cui ormai la parola “precarietà” non basta più a descrivere ciò che si sta modificando. Oltre a questioni molto concrete — come il fatto che i salari possano essere pagati attraverso fintech, cioè tramite piattaforme finanziarie — c’è una serie di misure che sono davvero una vendetta contro la storia delle lotte operaie in questo paese, una vendetta contro chi svolge compiti di cura, una vendetta contro le forme con cui in Argentina si è lottato storicamente per il riconoscimento, per esempio, delle economie popolari”.

In questa frase c’è tutto: la legge sul lavoro come vittoria politica, non solo economica. Come prova di forza, non come provvedimento. Come dispositivo di governo, non come “riforma”.

Perché dentro questa legge c’è un attacco sistematico alle tutele che, per decenni, hanno funzionato come argine minimo contro l’arbitrio padronale: ferie, congedi, indennità, contrattazione collettiva, diritto di sciopero, possibilità di organizzarsi in fabbrica e nei luoghi di lavoro. La legge spinge verso un modello in cui gli accordi aziendali e perfino quelli individuali possono prevalere sui contratti collettivi nazionali, anche se peggiorativi. Significa aprire la porta a una pratica già nota: chiamare le persone una per una, far firmare, imporre condizioni. Legalizzare il ricatto e trasformarlo in normalità.

Questa legge può diventare realtà grazie al risultato elettorale dell’ottobre passato? Per Luci Cavallero: “Si è creata una combinazione di diversi elementi. Da un lato, è innegabile la legittimità — seppur scarsa — che conferisce il risultato elettorale dell’anno scorso. Il tentativo di portare avanti queste riforme durante l’estate argentina è un altro elemento da considerare. È importante capire che loro vogliono portare avanti una riforma che cambia i rapporti di lavoro in Argentina quasi senza dibattito, in sessioni straordinarie e presentando il testo definitivo del progetto a pochi minuti dalla votazione. L’altro elemento centrale oggi è la scarsa capacità di opposizione delle centrali sindacali, che in molti casi si vedono costrette — sotto pressione delle basi — a scegliere pratiche di lotta; ma la loro debolezza fa sì che, di fatto, la legge sia avanzata, insieme all’esaurimento dopo anni di mobilitazioni nelle strade”.

Allo stesso tempo, la fine dell’ultraattività dei contratti collettivi — cioè il principio per cui un contratto continua a valere finché non se ne negozia uno nuovo — mette i sindacati in una condizione strutturale di debolezza: se non rinegozi in tempi stretti, perdi. Se non accetti, il pavimento si sgretola. È un modo per trasformare ogni rinnovo contrattuale in una guerra di logoramento, dove la forza non sta nella mobilitazione ma nella capacità di resistere al ricatto del tempo.

Poi c’è la questione dell’orario: il “banco ore”, che sposta l’asse dallo straordinario pagato allo straordinario “accumulato”, compensato in futuro, gestibile e negoziabile in modo asimmetrico. Anche qui, la parola “flessibilità” serve a mascherare un fatto semplice: il tempo di vita viene risucchiato nel tempo produttivo, e restituito solo quando conviene al comando. In un contesto di precarietà generalizzata, non è uno strumento di libertà: è una trappola.

E c’è un elemento che dice molto della fase: il pagamento dei salari attraverso fintech, piattaforme finanziarie. Non è un dettaglio tecnico. È un salto di paradigma. Significa inserire ancora più profondamente la vita di chi lavora dentro la finanziarizzazione, dentro l’estrazione di valore attraverso il debito, le commissioni, l’intermediazione digitale. È l’idea che il salario non sia più un diritto ma un flusso da catturare, da monetizzare, da mettere a profitto. E qui la “motosega” non taglia soltanto diritti: apre un canale di estrazione finanziaria permanente.

Ma soprattutto: la legge sul lavoro non può essere letta da sola. È parte di quel complesso di tre riforme che Gago descrive con lucidità: precarizzazione, estrattivismo, repressione. Da una parte la legge sul lavoro, che abbassa le tutele e spezza la forza collettiva. Dall’altra la riforma della Legge sui Ghiacciai, che serve a liberare il campo per l’estrattivismo minerario in più province: un saccheggio ambientale presentato come “sviluppo”, e usato come moneta di scambio per raccogliere voti territoriali. E infine l’abbassamento dell’età di imputabilità a 14 anni: la demagogia punitiva come strumento per governare la povertà e la crisi sociale prodotta dallo stesso programma economico.

Il governo Milei costruisce così un modello coerente: toglie diritti nel lavoro, apre territori all’estrazione, e prepara la repressione per gestire l’esplosione sociale. È un progetto che non promette benessere, promette disciplina. Non promette futuro, promette obbedienza. Non promette lavoro, promette sopravvivenza.

Per questo il passaggio alla Camera dei Deputati, previsto tra circa quindici giorni e con una data già al centro della mobilitazione — il 25 febbraio — non è un voto qualunque. È uno snodo. Se la legge venisse approvata definitivamente, sarebbe un trionfo politico del governo, la dimostrazione che Milei non solo può tagliare, ma può farlo costruendo maggioranze, articolando altre forze politiche, piegando il Parlamento, negoziando con settori delle burocrazie sindacali, e soprattutto imponendo un modello sociale dove la precarietà non è più una condizione: è un destino.

Ed è qui che si capisce perché la piazza è stata repressa con quella ferocia. Perché chi governa sa benissimo che questa legge sul lavoro non passa “per consenso”: passa perché viene protetta. Passa perché viene imposta. Passa perché la motosega sociale deve tagliare prima che la società trovi il modo di fermarla.

Oggi in Argentina c’è agitazione e mobilitazione. Non per una generica opposizione morale, ma perché la posta in gioco è concreta: ferie, congedi, indennità, sciopero, contratti, vita quotidiana. È la possibilità stessa di resistere. È la possibilità stessa di vivere.

E allora la domanda non è se la legge sul lavoro sia “moderna” o “antica”. La domanda è: a chi serve. E la risposta è già scritta nella notte del Senato e nel gas fuori dal Congresso. Serve a chi vuole un’Argentina dove il lavoro non sia più un terreno di diritti e conflitto, ma un terreno di comando. Serve a chi vuole cancellare la storia delle lotte operaie. Serve a chi vuole vendetta contro chi cura, contro chi si organizza, contro chi sopravvive nelle economie popolari. Serve a chi vuole un paese in cui la violenza diventa politica ordinaria.

La motosega sociale è questa: una legge sul lavoro scritta contro chi lavora, difesa con la polizia, scambiata con l’estrattivismo, e accompagnata dalla demagogia punitiva. Un progetto distruttivo, totale. E proprio per questo, un progetto che può essere fermato solo da ciò che Milei teme davvero: la forza collettiva, organizzata, determinata, capace di trasformare la piazza in un veto sociale.