La situazione nel campo di Roj è profondamente cambiata rispetto a ottobre 2025, quando lo avevamo visitato per la prima volta. La tensione è palpabile, così come il nervosismo delle guardie all’ingresso. Molto è mutato in Rojava dall’ottobre 2025, sia dal punto di vista demografico sia da quello territoriale. Le forze curde, a seguito degli attacchi delle milizie legate a Damasco iniziati nei primi giorni di gennaio, hanno perso parte dei territori che dal 2016, dopo la battaglia di Raqqa, erano sotto il controllo dell’AANES ( Amministrazione Autonoma del Nord Est Siria).

Dei due campi di detenzione destinati alle famiglie legate allo Stato Islamico, oggi soltanto il campo di Roj resta sotto il controllo delle forze curde. Il famigerato campo di Al-Hol, nella seconda metà di gennaio, è stato occupato dalle forze di sicurezza siriane e, secondo fonti curde, risulterebbe ora quasi vuoto. Anche la sezione “Annex”, che ospitava circa 6.300 famiglie straniere affiliate all’ISIS, appare attualmente deserta.

A Roj incontriamo Chaure, security manager del campo da qualche mese. È una donna forte e risoluta: prima di arrivare a Roj lavorava nell’intelligence antiterrorismo a Raqqa, dove ha seguito le operazioni militari che hanno portato all’arresto di numerosi esponenti dell’ISIS. Nel 2014 si trovava a Kobane, durante gli anni più bui dell’assedio della città.

È lei a spiegarci la situazione attuale del campo e le difficoltà che stanno affrontando. Chaure ci conferma che, durante l’arrivo delle forze siriane ad Al-Hol, molte famiglie legate all’ISIS sono fuggite. Nonostante i media siriani parlino della creazione di un nuovo centro di detenzione per queste famiglie, la realtà è diversa: la maggior parte di esse è  stata lasciata andare e, ad oggi,  queste famiglie si sono rifugiate principalmente a Idlib e a Damasco. Chaure aggiunge inoltre che alcuni miliziani governativi avrebbero preso con sé alcune donne, rimaste vedove.

Lo stesso problema, si è  verificato anche nelle prigioni di Al-Aqtan e Shaddadi a Raqqa, dove centinaia di detenuti sono stati stati lasciati fuggire, nonostante sui media siriani e occidentali siano state diffuse notizie sulla loro ricattura.

L’attuale situazione, che vede la liberazione di centinaia di miliziani dell’ISIS e dei loro familiari, rappresenta, secondo la responsabile della sicurezza, un pericolo non solo per la Siria ma per l’intera comunità internazionale. All’interno di queste carceri erano detenuti comandanti di alto livello e prigionieri considerati estremamente pericolosi, che in un futuro, anche non troppo lontano, potrebbero riorganizzarsi e tornare a colpire.

Ad oggi non è possibile stabilire con precisione il numero dei detenuti fuggiti,  o lasciati fuggire dalle carceri, ci dice, ma il numero è sicuramente molto elevato.

Per Chaure, gestire questa situazione rappresenta al momento un compito estremamente difficile per le forze di sicurezza curde che hanno resistito fino all’ultimo nel tentativo di difendere le proprie posizioni sia ad Al-Hol sia nelle prigioni di Raqqa. «Il mancato supporto della coalizione internazionale», afferma, «che non ha risposto alla nostra richiesta di aiuto, ha reso impossibile per le forze curde mantenere le posizioni, costringendole ad abbandonare le prigioni e il campo di Al-Hol».

La posizione non ufficiale della security manager è che la coalizione avesse già un accordo con le forze siriane e per tale ragione non sia intervenuta.

In questo momento il campo di Roj ospita circa 2500 donne e bambini legati allo Stato Islamico, con una maggioranza composta da donne di nazionalità russa. La maggior parte delle donne di origine araba chiede di poter rientrare nei propri paesi, mentre tra le straniere il sentimento appare diverso, molte di loro desiderano lasciare il campo per trasferirsi a Idlib o Damasco, senza fare ritorno nelle rispettive nazioni di origine.

Anche il clima all’interno è cambiato ci riferisce Chaure, le donne detenute hanno iniziato a non mostrare rispetto per le autorità, le scuole sono ufficialmente chiuse e le madri stanno svolgendo dei “training” all’interno delle tende per alimentare anche nelle nuove generazioni un sentimento sempre più radicalizzato. Nelle ultime settimane si sono verificati episodi di violenza con attacchi e lanci di pietre da parte di diverse detenute contro gli uffici dell’amministrazione e il tentativo di fuga da parte di un gruppo di donne turche che però è stato bloccato dalle forze di sicurezza. Chaure ci dice inoltre che molte donne stanno preparando i loro effetti personali e i loro bagagli in attesa che le forze siriane arrivino per liberarle.

Nella mattina del 16 febbraio un gruppo di 34 australiane è stato condotto all’esterno del campo per essere portato a Damasco in attesa di rimpatrio, ma nella stessa giornata sono stata condotte nuovamente al campo. Come ci viene spiegato, nonostante le notizie siano frammentate e poco chiare, la richiesta di espatrio non è arrivata direttamente su richiesta del governo australiano ma a seguito del contatto diretto di undici parenti delle famiglie che hanno preso contatti sia con il governo australiano sia con il governo siriano per il rimpatrio dei propri familiari. Fonti del campo riferiscono che l’operazione di coordinamento è stata condotta da tre uomini che sarebbero dovuti arrivare a Damasco dall’Australia, ma una mancata connessione fra le famiglie e il governo siriano, e il probabile diniego o il mancato arrivo di alcuni documenti ha bloccato il trasferimento all’aeroporto e le 34 donne con i rispettivi figli sono state riportate al campo di Roj. Le notizie riportate restano poco chiare, soprattutto resta ancora da comprendere se il governo australiano avesse effettivamente autorizzato l’espatrio. Il premier Albanese si poi è espresso contro il rientro dei 34 con nazionali.

Nonostante il rapido evolversi della situazione negli ultimi mesi,  al campo di Roj non sono pervenute richieste ufficiali di rimpatrio da parte di nessun paese straniero.

Il campo, su dichiarazione diretta della responsabile, si conferma pronto a facilitare eventuali partenze future, a condizione che tutte le procedure richieste siano pienamente completate. L’obbiettivo dell’amministrazione del campo è quello di facilitare la procedura di rimpatrio delle detenute, al fine di non ripetere l’esperienza del campo di Al-Hol.

Abbiamo incontrato Zainab Mohammad Ahmad, una ragazza australiana di 31 anni che era nel gruppo delle donne che avrebbero dovuto lasciare il capo,  è evidentemente alterata e ci tiene a precisare di essersi presentata ma di non avere intenzione di rilasciare nessuna intervista ai media con informazioni personali che la possano riguardare. Ci riferisce solo che l’intero gruppo di donne australiane è seguito da un unico avvocato scelto dalle famiglie, il quale ha vietato  alle detenute di rilasciare dichiarazioni pubbliche. La responsabile del campo ci riferisce che il gruppo delle donne australiane era stato arrestato a Baghouz nel 2019 e dopo un periodo di detenzione presso il campo di Al-Hol era stato trasferito nella sezione 2 del capo di Roj, un’area del campo dove non sono detenute le donne più radicalizzate.

Anche il governo italiano, ci dice la responsabile per la sicurezza, non ha mai preso contatti con il campo di Roj, nonostante siano detenute due giovani donne italiane legate alle Stato Islamico.

Chiediamo nuovamente di parlare con una di esse, l’italiana Meriem Rehaly che avevamo già incontrato nella recedente visita di ottobre. Meriem decide di rilasciare l’intervista e ci riferisce che al campo hanno appreso delle notizie all’esterno circa una settimana fa, dalla televisione.

Avevamo incontrato Meriem ad ottobre 2025, oggi è il suo primo giorno di Ramadan e come la volta precedente si mostra gentile e disponibile. Meriem è una ragazza minuta ma quando si esprime le sue parole sono taglienti.

Meriem è prigioniera, come ci tiene a sottolineare, nella sezione tre del campo di Roj, quella più pericolosa e dedicata alle donne più radicalizzate. È entrata al campo nel 2018 dopo essere stata arrestata e condotta in prigione sette volte dalle forze curde. Meriem ci dice che la prigione era nella zona adiacente al campo, ma non sa riferire dove perché alle detenute venivano sempre coperti gli occhi e che ad oggi non è più utilizzata perché tutte le detenute sono state trasferite all’interno di Roj.

Quando le chiedo cosa pensa della situazione all’esterno le sue parole sono chiare e decise: “ questa non è la mia guerra, il nostro obbiettivo era applicare il corano e il sunnismo, loro vogliono solo la terra, il governo siriano non ci riguarda, non è il nostro obiettivo”. Per Meriem quello che sta avvenendo è la “promessa di Allah” che ha “utilizzato” il governo siriano come strumento per farle “liberare”.

Dopo qualche minuto di diffidenza Meriem inizia ad esprimere realmente quello che pensa della situazione attuale. Meriem si mostra contenta degli ultimi avvenimenti perché come riferisce “ vedo i miei nemici che stanno perdendo” ( i curdi ndr), “ stanno pagando per quello che hanno fatto contro di noi, adesso e prima e non solo su di me ma su tutte noi”, “questa è la promessa di Allah” ripete. Meriem parla sempre al plurale e quando glielo faccio notare, mi sorride da dietro il niqab integrale ricordandomi che loro sono una comunità.

Le chiedo se è a conoscenza della situazione attuale del campo di Al- Hol e mi riferisce di aver appreso la notizia attraverso la televisione ma anche di non esserne sorpresa :  “io lo sapevo da prima che sarebbe finita  in questo modo e inshallah noi saremo i prossimi”, facendo un esplicito riferimento alla possibilità dell’arrivo delle forze siriane al campo. Meriem continua a sostenere che se l’Italia dovesse chiedere il suo rimpatrio lei non accetterebbe perché la sua decisone è quella di rimanere in Siria.Meriem è  diretta nella sue risposte, per lei lo Stato Islamico è sempre più vicino: “lo Stato Islamico è già qui in Siria, in Africa , in Iraq”, dice, “ il mondo ha detto di averci sconfitto, ma adesso abbiamo un altro obbiettivo che è quello della vendetta e questa volta non ci fermeremo” aggiunge.

Alla domanda se la vendetta è giusta anche quando comporta lo spargimento di sangue Meriem risponde con semplicità, affermando che ha visto il sangue a Raqqa nella battaglia del 2016, che anche lei è stata colpita più volte dalle schegge delle bombe lanciate dalla coalizione internazionale e che i morti sono sempre da entrambe le parti in una guerra.

Meriem aggiunge, mostrandosi informata delle notizie esterne al campo, che a suo avviso è stato un errore il trasferimento di 5000 detenuti dalla Siria all’Iraq , e che questo non potrà fermare l’avanzata dello Stato Islamico, che ritiene essere sempre più vicino.

Chiediamo a Meriem di poter visitare con lei la tenda in cui vive, si scusa dicendo che non può farlo perché preferisce che le forze curde non siano a conoscenza del luogo esatto in cui lei e sui figli vivono: “ quando mi cercano preferisco non farmi trovare” conclude.