Marielle Franco nella foto di Mídia NINJA per wikimedia commons

Giorno storico per la giustizia brasiliana. Oggi due diversi tribunali hanno visto l’avvio di processi destinati a fare giurisprudenza.  A Brasilia, presso la prima sezione del Supremo Tribunal Federal (STF), è iniziato il processo per il duplice omicidio di Marielle Franco e del suo autista Anderson Gomes. Marielle, consigliera municipale di Rio de Janeiro, nata e cresciuta nella favela da Maré, era diventata la voce potente e scomoda delle periferie, denunciando le violenze della polizia e il controllo dei territori da parte delle milizie paramilitari. La notte del 14 marzo 2018, un’auto affiancò la sua e 13 colpi di pistola la fecero tacere per sempre, insieme a Anderson.

Per anni, la domanda “Chi e perché?” è risuonata come un’accusa silenziosa. Le indagini, ostacolate e deviate, hanno finalmente portato alla luce il movente e i mandanti. Sul banco degli imputati, davanti alla Corte Suprema, ci sono ora coloro che sono accusati di aver ordinato e pianificato l’esecuzione: i fratelli Chiquinho e Domingos Brazão, legati alla famiglia Bolsonaro e alle milizie, e l’ex capo della Polizia Civile, Rivaldo Barbosa, accusato di aver insabbiato le indagini fin dal principio.

A Salvador de Bahia, a mille chilometri di distanza, un’altra corte si è riunita per un delitto altrettanto feroce. Qui è iniziato il processo per l’omicidio di Mãe Bernadete Pacífico, leader spirituale e politica, uccisa nell’agosto del 2023. Mãe Bernadete era una delle voci più alte della resistenza quilombola. Discendente di schiavi fuggitivi che avevano formato insediamenti autonomi, i quilombos, lei era la leader della comunità di Pitanga dos Palmares. La sua lotta era per la terra, per i diritti del suo popolo e per la libertà di culto. La sua casa, un tempio della cultura afro-brasiliana, venne invasa da sicari che la freddarono con 25 colpi di pistola sotto gli occhi del nipote.

Da allora, l’orrore non si è fermato. La famiglia di Mãe Bernadete continua a ricevere minacce di morte, e i terreiros, i templi delle religioni di matrice africana, sono stati presi di mira in una spirale di violenza e intolleranza che il Brasile fatica a contrastare.

Questi due processi, che si svolgono quasi in contemporanea, illuminano una piaga profonda del Brasile. Secondo i dati dell’organizzazione Global Witness, dal 2012 al 2021, il Paese è stato uno dei più letali al mondo per chi difende i diritti umani, con 342 uccisioni documentate solo tra attivisti per la terra, l’ambiente e le comunità tradizionali. Un bollettino di guerra che colpisce specialmente i contesti urbani segnati dalla povertà e le aree rurali contese tra agro-business e popoli originari.

L’avvio di questi due processi rappresenta il segnale che in Brasile, seppur a distanza di anni, la verità può emergere e la giustizia può provare a fare il suo corso.