Le foto dal Libano del sud sono di Silvia Casadei

La visita di Nawaf Salam nella città di Aita Al Chaeb e Kafr Kila agli inizi di febbraio è stata letta dalla maggioranza dei media locali in Libano come un passo importante del governo libanese verso un rientro totale, o quasi, degli abitanti, nonché come un segnale di impegno del governo nella realizzazione di un piano di sviluppo e ricostruzione delle aree meridionali distrutte dall’occupazione israeliana e dalle continue violazioni del cessate il fuoco firmato il 27 novembre 2024.

Un impegno che fino ad oggi non è stato portato avanti dal governo libanese, lasciando la maggior parte degli abitanti del sud in uno stato di abbandono evidente. Probabilmente anche la scelta del primo ministro di tenere il comizio nelle città di  Aita e Kafr Kila non è casuale, in quanto questi villaggi risultano fra i più colpiti durante la l’occupazione israeliana, trovandosi a pochi metri dalla Blue Line, e sono ad oggi quasi completamente inabitati.

Nawaf Salam è primo ministro dall’8 febbraio 2025, e la sua presenza nel Sud, a un anno esatto dalla sua elezione, è stata letta da molti come un passaggio simbolico importante. Da quando ha assunto l’incarico, Nawaf ha più volte espresso posizioni critiche nei confronti di Hezbollah, in particolare della sua ala militare, sostenendo con fermezza la linea favorevole al disarmo del partito sciita, in sintonia con la posizione americana.

Questa posizione ha sempre trovato la risposta contraria di Hezbollah che sostiene al contrario la necessità di mantenere la propria autonomia militare, fino a quando Israele continuerà  la propria politica di aggressione verso il Libano e i suoi villaggi. Proprio per questo, la presenza di Nawaf, in un’area che dal 2000 è considerata una roccaforte storica di Hezbollah non è passata inosservata ai media locali.

Per alcuni media, la scelta del primo ministro e il consenso di Hezbollah alla visita, è stato interpretato come un segnale, ancora flebile  ma significativo, della possibilità di aprire un dialogo fra le parti. Ad oggi appaiono ancora come gesti simbolici più che cambiamenti concreti, ma forse sufficienti a suggerire che, in un paese ormai stremato, anche i margini di mediazione, per quanto stretti, non sono del tutto scomparsi, soprattutto in vista delle prossime scadenze politiche; le elezioni parlamentari  in Libano sono infatti previste per maggio 2026.

Testimonianze dirette di persone presenti sul posto riferiscono che, durante la giornata della visita del primo ministro, non si sono uditi né avvistati droni israeliani sorvolare l’area, un fatto che non è passato inosservato tra gli abitanti.

Nonostante la presenza nel sud del paese delle milizie di Hezbollah sia ancora ad oggi tangibile, questa sembra più rimarcata dalla simbologia, attraverso le bandiere e le foto dei martiri, più che dalla presenza diretta del partito.  Le decapitazioni della struttura politica e militare di Hezbollah negli ultimi due anni hanno sicuramente indebolito l’organizzazione, che nonostante il supporto di una buona parte del popolo libanese, ad oggi si trova probabilmente costretta a riorganizzare la propria presenza in ambito territoriale e politico.

In un momento in cui la sovranità del Libano è costantemente violata da Israele, sia in termini di incursioni aeree con lancio di droni, sia come avvenuto nelle scorse  settimane con il lancio di sostanze chimiche come il glifosato sui terreni agricoli nelle aree del sud, fra cui proprio il villaggio di Aita Al Chaeb,  la visita ufficiale di Nawaf,  per molti non è apparsa come una coincidenza.

La “tregua” israeliana è però stata di breve durata, intense incursioni aeree, l’ultima nella valle del Bekaa, ha infatti provocato la morte di almeno 10 persone, fra cui un ufficiale militare di Hezbollah, in quella che è stata l’ennesima violazione di un cessate il fuoco che nei fatti non è mai stato tale.

Le voci dal sud del Libano però non parlano di politica. Non si soffermano sulle implicazioni degli eventi pubblici o sulle decisioni dei propri governanti. Per i villaggi del sud la vita è scandita da una sola parola: sopravvivere.

A Yaroun, la mattina del nostro arrivo, Israele ha bombardato due case vicino alla chiesa. Yaroun costeggia la Blue Line ed è abitato da cristiani e musulmani. Ahmed non riesce a spiegarsi la ragione di quell’attacco. «Qui non c’è più nulla da distruggere», dice. «Quella israeliana è unaggressione».

Non si sente protetto dal proprio esercito. Racconta che qualche settimana fa soldati israeliani sono entrati nel villaggio, hanno distrutto alcune abitazioni e poi si sono ritirati. L’esercito libanese ha assistito senza intervenire. Per Ahmed, come per molti altri abitanti del sud, anche la visita di Nawaf non è che propaganda.

Nell’ottobre 2024 il villaggio di Yaroun è stato occupato dalle forze israeliane, che vi sono rimaste per altri ventitré giorni nonostante la firma del cessate il fuoco. Un accordo che, nei fatti, non ha mai interrotto la presenza armata. Ancora oggi Yaroun è attraversato da incursioni. Militari israeliani e coloni ultra-ortodossi entrano dal varco aperto nel muro che separa i territori dallo Stato di Israele, rendendo l’occupazione una condizione che continua, anche senza un presidio permanente. Delle 3000 famiglie che vivevano nell’area di Yaroun, oggi ne restano solo 80.

Anche la città di Aita appare come un cumulo di macerie, le strade sono vuote, la quasi totalità del villaggio è stata distrutta dall’aggressione israeliana. Le case distrutte portano un numero sui muri, alcuni di questi numeri sono stati lasciati dall’esercito israeliano, altri dalle autorità libanesi come censimento delle case distrutte. A differenza di altri villaggi del sud del Libano Aita non è stata occupata dalle IDF nell’ottobre 2024, ma le truppe israeliane sono entrate distruggendo tutto ciò che potevano trovare davanti al loro cammino,  proseguendo poi verso altre aree del sud. Delle 16.000 mila famiglie di Aita, oggi ne restano solo 50. Durante l’invasione le famiglie sono fuggite dalle proprie case, dai propri negozi e attività commerciali lasciando i propri oggetti personali all’interno. Camminando per le vie del villaggio si possono vedere i negozi divelti con ancora la merce all’interno degli scaffali o i vestiti appesi alle grucce dei negozi.

Il rumore dei droni, attenuato durante la visita di Nawaf,  non si è fatto attendere molto; già nei giorni seguenti alla visita del primo ministro, i voli israeliani sono ripresi con costanza giornaliera, qualche giorno prima del nostro arrivo Israele ha lanciato bombe stordenti per quattro giorni consecutivi sul villaggio e anche durante la nostra visita ad Aita il suono continuo e costante dei droni ci ha accompagnato per tutta la giornata . Per gli abitanti questo è la normalità, come lo è convivere con la paura e con il dolore.

Un dolore visibile nei volti e nelle parole di coloro che hanno deciso di restare.

Abu Hassan è un agricoltore ma non può coltivare la propria terra, avvicinarci al muro costruito  da Israele lungo la Blue Line, significherebbe rischiare la propria vita. Inoltre il glifosato disperso per via aerea da Israele nelle ultime settimane, oltre ad essere cancerogeno, impedisce, come ci dice Hassan, di coltivare il terreno per almeno 4 anni.

Hassan racconta che riesce a raggiungere i propri terreni 4/5 volte in un anno e questo avviene solo quando l’esercito libanese o il continente UNIFIL scortano gli agricoltori alle proprie terre. A differenza di altri villaggi che costeggiano la Blue Line Aita ha all’interno una postazione dell’esercito libanese, delle LAF. Si tratta di qualche pattuglia, per lo più composta da ragazzini che non raggiungono i 27 anni che guardano con le armi in mano le due ruspe che cercano di fare spazio fra le macerie del villaggio. Accanto a loro un gruppo di tre ragazzi fuma shisha su un divano lasciato in strada di fianco ad una casa con gigantografie di martiri e di  Sayeed Hassan Nasrallah; tutti e tre non hanno lavoro, uno di loro ha un mano che non può più utilizzare a causa di un incidente qualche anno fa, quando ancora esisteva un villaggio e la possibilità di lavoro per chi lo abitava.

Il villaggio di Aita è a maggioranza sciita, la presenza di gigantografie ed effigi di Hezbollah, a differenza di altri villaggi è impressionante, come impressionante è il senso di vuoto che si percepisce fra le strade.

Per gli abitanti del villaggio la visita del primo ministro ad oggi non ha sollevato molte speranze, Hassan è più concentrato a raccontare la propria quotidianità e la propria storia personale fatta di un lutto molto importante, ovvero la morte di un figlio, sotto i propri occhi, colpito da un drone israeliano otto mesi fa, piuttosto che commentare la visita del primo ministro libanese. Del figlio resta solo un collana che Hassan porta al collo e gli occhi che diventano lucidi quando ne parla.

In un Paese che si prepara alle elezioni del 2026, il sud resta, probabilmente, il banco di prova della sovranità libanese, ma per ora, tra Yaroun e Aita al Chaeb, ciò che è visibile non è una tregua,  né un nuovo equilibrio politico, ma una popolazione che resiste in condizioni che non possono dirsi di pace.