Caracas. Incontrarsi, ascoltarsi, perdonarsi. Il Venezuela bolivariano si trova davanti a una nuova, complessa sfida di elaborazione collettiva dopo il trauma del 3 gennaio. Con l’approvazione della Legge di Amnistia e Convivenza Democratica, il Paese cerca di sanare le ferite lasciate dalla violenza, coprendo un arco temporale che va dal 2002 (colpo di Stato contro Chávez) a oggi. Ma il processo non riguarda solo i piani alti della politica; riguarda, soprattutto, le radici della costruzione sociale.

L’incontro si è tenuto nei locali del Celarg (Centro de Estudios Latinoamericanos Rómulo Gallegos), diretto dallo storico Pedro Calzadilla. La scelta della sede non è casuale: un luogo di pensiero e cultura che si è trasformato per l’occasione in spazio di ascolto politico per il Programma per la convivenza democratica e la pace, guidato dal Ministro della Cultura Ernesto Villegas.

L’iniziativa evoca, per analogia, l’esperienza dei gacaca nel Ruanda post-genocidio, ma depurata dalle ambiguità che caratterizzarono quei tribunali popolari, spesso accusati di parzialità e mancanza di garanzie giuridiche per le due parti, e spostato dal lato dei vincitori (i tutsi). Nel modello venezuelano, invece, i casi che non rientrano apertamente nell’amnistia vengono esaminati separatamente con procedure trasparenti. Secondo Jorge Rodríguez, presidente dell’Assemblea Nazionale, sono già 1.557 le richieste ricevute, con centinaia di liberazioni già in corso.

Come precisato dal Ministro Villegas, questa sede di discussione non si sostituisce ai tribunali ordinari, che restano gli organi competenti per entrare nel merito di eventuali ricorsi e revisioni. Il Celarg funge dunque da spazio di mediazione necessario per istruire le pratiche, garantendo il rispetto della legge insieme alla sostanza politica del perdono. Tuttavia, l’Amnistia non è una porta aperta all’impunità: restano esclusi i delitti efferati e la grande corruzione. Jorge Rodríguez è stato chiaro: la legge prevede anche la revisione delle misure sostitutive per oltre 11.000 persone che hanno l’obbligo di firma o si trovano agli arresti domiciliari. “È il contributo per una pace che speriamo sia duratura, dove tutti ci rispettiamo e dove si possa discutere delle differenze senza ricorrere all’odio o alla polarizzazione”, ha dichiarato il presidente dell’AN.

Mentre l’estremismo di destra tenta di pervertire gli scopi della legge attraverso campagne mediatiche e influencer, il governo bolivariano rivendica la propria storia: dal riconoscimento delle vittime del Caracazo del 1989 fino a oggi, l’obiettivo resta la riconciliazione nazionale.Ma oltre ai grandi nomi della politica, il vero cuore di questo processo batte nelle storie di chi, tra le fila del popolo, è rimasto impigliato nelle maglie di un sistema giudiziario ancora da decolonizzare..

Mentre proseguono i tavoli con le opposizioni e i loro familiari, questa assemblea è stata così rivolta specificamente all’estrema sinistra e a quelle categorie che hanno lottato per far rispettare le leggi più avanzate del chavismo su terre, case e autogestione. Qui emerge la contraddizione più dura: il processo bolivariano si regge su una difficile alchimia tra il vecchio apparato burocratico — ancora intriso delle dinamiche della Quarta Repubblica — e la nuova costruzione sociale. I rappresentanti del potere popolare si sono scontrati non solo con l’opposizione politica, ma con proprietari terrieri e costruttori che hanno cercato di ribaltare le leggi rivoluzionarie a proprio favore, usando la legalità come un’arma contro i settori popolari.

Nel municipio di Banal, nello stato di Portuguesa, la lotta per la terra ha assunto i contorni di un’ingiustizia processuale. Una coordinatrice delle Missioni Campesine racconta con voce ferma il caso di otto lavoratori della terra del settore Castaño, judicializados — ovvero sottoposti a processo — per aver richiesto titoli di proprietà in piena conformità con la Legge sulle Terre.

Tra loro c’è il compagno Gordero, detenuto da dicembre, e Michelle López, una docente e madre che ha dovuto allontanarsi dai figli perché perseguitata dalla giustizia pur essendo innocente. “Ci fa male l’anima”, spiega la coordinatrice, “perché sono compagni nettamete rivoluzionari, impegnati con questo processo, che oggi vivono una situazione durissima”. Questi campesinos, che avevano proposto di destinare il 60% della produzione al popolo locale, rappresentano quel popolo che la Rivoluzione vuole proteggere e che ora chiede alla Commissione di Pace di essere ascoltato per porre fine a questo tipo di vessazioni.

Non meno drammatica è la testimonianza che arriva dal settore industriale di Caracas. Nerio Méndez, sindacalista del settore chimico-farmaceutico, parla apertamente di “terrorismo giudiziario” all’interno di un’azienda privata. La storia inizia nel 2019, con perquisizioni arbitrarie nei locker dei lavoratori e l’invenzione di “falsi positivi” per allontanare i delegati sindacali.

“Hanno approfittato della pandemia nel 2020 per allontanare l’intera giunta direttiva del sindacato, impedendoci di lottare per i diritti dei lavoratori”, denuncia Méndez. Nonostante i tavoli di negoziazione avviati dalla deputata Luz Coromoto nel 2022, per questi operai è iniziato un calvario di processi, appelli e sentenze di cassazione che li vede ancora oggi sotto scacco. Per loro, l’Amnistia e il lavoro della Commissione guidata da Delcy Rodríguez sono l’ultima speranza per dimostrare che la magistratura non può essere usata come un’arma in mano ai padroni contro i diritti dei lavoratori.

Tra le organizzazioni presenti, molte sono state protagoniste della Grande Marcia Nazionale Contadina del 2018 contro il sicariato. Il sentimento diffuso è quello di una profonda ingiustizia nei confronti di tribunali che sanzionano la povertà e giudici che pendono ancora dalla parte di chi ha più mezzi. Le sanzioni e la destabilizzazione esterna hanno ritardato l’avanzata del potere popolare, ma il processo non si ferma: mentre si prepara la consultazione popolare dell’8 marzo, la Presidenta incaricata Delcy Rodríguez continua a consegnare titoli di terra nelle Comunas.

Tuttavia, anche quando lo Stato applica la legge, i privati tentano spesso di riprendere terreno. Significativa la reazione della platea quando il rappresentante di Fedecámaras ha affermato che bisogna andare alla fonte dei problemi: “Appunto”, è stata la risposta secca di chi individua tale fonte nella persistenza del modello capitalista.

In questo campo di battaglia culturale, dove si decide se il Venezuela sceglierà la vita o la distruzione, il controllo politico e la stabilità sono vitali. Sotto il ricatto dell’imperialismo e con la vita del Presidente sequestrato in pericolo, le donne hanno giurato per la nascita della Brigata di Liberazione Cilia Flores, la deputata, sua moglie.

Mentre l’opposizione radicale dall’estero istiga le proprie frange estreme per smontare il processo di riconciliazione, la voce dei lavoratori e dei campesinos ricorda che la pace non è assenza di conflitto, ma giustizia sostanziale. La sfida è trasformare l’amnistia in uno strumento di rettifica contro l’eredità coloniale del diritto borghese, proteggendo la continuità del processo rivoluzionario.

“Trasformare la giustizia per non criminalizzare la povertà”. Intervista al deputato venezuelano Oliver Rivas

Geraldina Colotti

Nel quadro del Programma per la Convivenza Democratica e la Pace, abbiamo conversato con Oliver Rivas, esponente e coordinatore della rete dei lavoratori del Movimento Somos Venezuela e deputato dell’Assemblea Nazionale. In un momento di ridefinizione generale del paese, Rivas analizza la recente Legge di Amnistia non solo come uno strumento giuridico, ma come una politica di Stato per superare le contraddizioni di un sistema giudiziario che, secondo le sue parole, trascina ancora deviazioni classiste. Partendo dall’ascolto diretto dei movimenti sociali, il deputato spiega perché la Rivoluzione debba rivedere le proprie mancanze per rafforzare l’unità nazionale di fronte all’aggressione esterna.

L’estrema destra afferma che in Venezuela esiste una politica di persecuzione sindacale. Cosa risponde?

Bisogna dirlo molto chiaramente: non è una politica di Stato. Queste sono eccezioni. Se controlliamo le statistiche, i casi sono minimi rispetto alla popolazione lavoratrice totale del Paese. Lo Stato non dirige politiche di persecuzione né utilizza crumiri o repressione poliziesca contro le lotte operaie. Questa è una propaganda che vogliamo smontare perché danneggia l’adesione alla Rivoluzione a livello internazionale. Detto ciò, abbiamo lotte che non si sono ancora concretizzate perché questa non è una rivoluzione finita; siamo in pieno processo di trasformazione dello Stato. Che si possano rivedere questi casi è, inoltre, una prova del fatto che in Venezuela c’è divisione dei poteri. Il Potere Giudiziario ha emesso sentenze che non necessariamente compiacciono l’Esecutivo; un esempio storico fu quando un tribunale stabilì che l’11 aprile 2002 non ci fu un colpo di Stato ma un “vuoto di potere”. Il comandante Chávez rispettò quella sentenza, benché fosse ingiusta.

Qual è la procedura tecnica per decidere chi rientra nell’amnistia? Chi garantisce che non ci siano altre ingiustizie?

La legge stabilisce dei presupposti a seconda del tipo di reato. Per esempio, i reati contro il patrimonio pubblico (corruzione) non sono contemplati, a meno che non si comprovi che si tratti di una causa imposta e criminalizzata senza prove. Sono stati approvati all’unanimità, uno ad uno, anche i fatti che possono essere beneficiati, come i contesti del colpo di Stato del 2002. Per i casi che non rientrano nell’amnistia, la Commissione per la Rivoluzione Giudiziaria esamina caso per caso, specialmente per evitare che il sistema sia severo solo con i più poveri. Una famiglia facoltosa può pagare avvocati privati e influenze; chi viene dal barrio no. Questa revisione è una politica centrale della Rivoluzione.

C’è una versione secondo cui Maduro, dalla sua situazione di sequestrato, chiede di essere incluso nell’amnistia. Cosa può dire al riguardo?

Utilizzano lo scherno in forma classista perché il presidente Nicolás Maduro è quanto di più simile alla venezuelanità, uno di noi. Ma il presidente non rientra nel quadro della legge di amnistia per una ragione semplice: non ha commesso alcun reato. Coloro che rientrano nell’amnistia sono coloro che hanno effettivamente commesso reati che verranno perdonati. Il presidente è sequestrato da un potere straniero. Persino le accuse di narcotraffico sono state riviste perché non c’era alcuna prova. Stiamo parlando del sequestro di un mandatario con immunità, nel quadro di un’aggressione militare contro il nostro paese. Non c’è alcun “perdono” da applicare a chi è vittima di un sequestro internazionale.

Di fronte alla valanga di “fake news” sul prezzo della benzina o sulla privatizzazione di PDVSA, come può il popolo ottenere informazioni veritiere?

Svolgiamo il compito di informare attivando tutti i media popolari, comunitari e alternativi per smentire questi falsi positivi. Bisogna cercare le fonti dirette e i profili ufficiali del governo invece di lasciarsi guidare da meme o dichiarazioni estrapolate dal contesto. Sulla Legge sugli Idrocarburi, per esempio, dicono che si privatizza il petrolio, ma nessuno cita un solo articolo perché non esiste. La legge dice esplicitamente che i giacimenti e l’industria principale restano di proprietà dello Stato conformemente alla Costituzione. La falsa matrice crolla quando si va direttamente alla fonte.