(La foto di Michele Giorgio in evidenza mostra il luogo del bombardamento israeliano in cui nel settembre 2024 fu ucciso il leader di Hezbollah, Hassan Nasrallah)
Un fantasma torna a incombere sulla zona sud Beirut, quello della cosiddetta «Dottrina Dahiyeh», la strategia militare che con la motivazione di voler colpire “le strutture di organizzazioni terroristiche” procede alla devastazione sistematica di aree civili a scopo di deterrenza.
Le parole pronunciate a metà settimana dal ministro israeliano Bezalel Smotrich hanno riportato alla memoria quanto accaduto nella capitale libanese durante la guerra del 2006. «Beirut assomiglierà a Khan Yunis», ha dichiarato, evocando l’immagine della città della Striscia di Gaza distrutta durante l’offensiva israeliana dopo il 7 ottobre 2023. Un messaggio diretto non solo a Hezbollah ma all’intera società libanese, percepito nella capitale come un avvertimento su ciò che potrebbe accadere se il conflitto dovesse allargarsi.

Dahiyeh. Un poster con il segretario generale di Hezbollah, Hassan Nasrallah, ucciso da Israele (foto di Michele Giorgio)
Il risultato è stato immediato. Migliaia di abitanti della periferia meridionale di Beirut hanno lasciato le proprie case, temendo bombardamenti su larga scala. Molti ricordano bene ciò che accadde nei mesi di luglio e agosto di venti anni fa, quando l’aviazione israeliana colpì ripetutamente Dahiyeh trasformando interi isolati in distese di macerie.
La zona sud della capitale libanese è spesso descritta come la «roccaforte di Hezbollah». In realtà si tratta di un vasto agglomerato urbano abitato da centinaia di migliaia di persone, una delle aree più popolose e socialmente fragili del paese. Dahiyeh è la Beirut sciita ma anche uno spazio urbano composito, formato da distretti come Ghobeiry, Chiyah, Haret Hreik e Burj el Barajneh. Nelle sue strade convivono famiglie libanesi sciite, sunnite e cristiane a basso reddito, lavoratori immigrati provenienti dall’Asia e dall’Africa e rifugiati arabi arrivati da diversi paesi. Vi abitano inoltre migliaia di palestinesi che vivono nei campi sorti dopo la Nakba del 1948, tra cui quello di Shatila, e decine di migliaia di siriani arrivati dopo l’inizio della guerra civile nel 2011.
È vero che nella periferia sud hanno sede uffici politici, istituzioni sociali e centri culturali di Hezbollah. Secondo Israele, nella zona si trovano anche strutture militari e depositi di armi. Tuttavia l’area rimane prima di tutto un quartiere residenziale densamente abitato. Proprio qui, nel settembre 2024, un raid israeliano uccise il segretario generale del movimento sciita, Hassan Nasrallah, colpendo uno degli edifici utilizzati dal movimento.
Il termine «Dottrina Dahiyeh» nasce dalle dichiarazioni rilasciate nel 2008 dal generale Gadi Eizenkot, allora comandante del Comando Nord dell’esercito israeliano e successivamente capo di stato maggiore. In un’intervista spiegò che la distruzione della periferia meridionale di Beirut nel 2006 rappresentava «un esempio di ciò che accadrà a ogni villaggio da cui verrà aperto il fuoco contro Israele». Il messaggio era chiaro: la risposta militare non si sarebbe limitata a colpire i combattenti ma avrebbe preso di mira l’intero ambiente urbano in cui operano.
Il giornalista Yaron London scrisse allora sul quotidiano Yediot Ahronot che quella strategia avrebbe finito per radicarsi nella cultura strategica israeliana. Non si trattava, sosteneva, di una minaccia improvvisata ma di un piano destinato a diventare parte integrante della dottrina di sicurezza dello Stato ebraico.
Molti analisti militari interpretano la «Dottrina Dahiyeh» come una forma di deterrenza attraverso la distruzione. L’ex colonnello israeliano Gabi Siboni anni fa ha sostenuto apertamente che l’esercito dovrebbe colpire «gli interessi economici e i centri di potere civile» collegati all’organizzazione nemica, nella convinzione che la pressione della popolazione possa indebolirla.
Una logica che ha caratterizzato l’offensiva israeliana nella Striscia di Gaza tra il 2023 e il 2025, quando intere città dell’enclave sono state distrutte lasciando senza casa circa due milioni di palestinesi.

Dahiyeh nel 2025 un anno dopo la tregua tra Israele e Hezbollah (foto di Michele Giorgio)
Organizzazioni per i diritti umani come Human Rights Watch e Amnesty International accusano questa impostazione di violare principi fondamentali del diritto umanitario, in particolare la distinzione tra civili e combattenti e il criterio di proporzionalità nell’uso della forza.
Diversi studiosi osservano inoltre che la distruzione di interi quartieri residenziali raramente produce la deterrenza cercata dall’attaccante. Al contrario, la devastazione delle città e la sofferenza inflitta alla popolazione civile tendono a rafforzare la resistenza in tutte le sue forme.
È una dinamica già vista proprio in Libano. Dopo la guerra del 2006, la periferia meridionale di Beirut venne ricostruita rapidamente grazie ai finanziamenti iraniani e all’intervento della fondazione Jihad al Binaa, legata a Hezbollah. Nel giro di pochi anni gli edifici distrutti furono sostituiti da nuovi palazzi e la popolazione sfollata tornò nei propri quartieri.
Oggi, però, il Libano attraversa una delle crisi economiche più profonde della sua storia. Il crollo della valuta nazionale, la paralisi delle istituzioni e la crescente povertà rendono il paese molto più vulnerabile rispetto al passato. Se i bombardamenti dovessero davvero colpire nuovamente Dahiyeh con la stessa intensità di vent’anni fa, la ricostruzione sarebbe probabilmente molto più difficile.
Per questo, nelle strade della periferia sud di Beirut, la paura è palpabile. Non si tratta soltanto del timore dei bombardamenti ma della consapevolezza che una nuova guerra potrebbe trascinare l’intero Libano in una spirale di distruzione dalla quale sarebbe difficile uscire. Il ritorno evocato della «Dottrina Dahiyeh» non è soltanto un riferimento militare. Per molti abitanti della capitale libanese è il ricordo concreto di una città già vista crollare sotto le bombe.

















