La scelta di Mojtaba Khamenei come successore del padre Ali, alla guida del paese per 37 anni e ucciso dai bombardamenti israelo-americani il 28 febbraio insieme alla moglie e ad altri familiari, sembra indicare la volontà, da parte della leadership religiosa dell’Iran, di non accettare alcun compromesso con i paesi aggressori e di continuare ad operare nel solco della resistenza.
Se il presidente americano Donald Trump ha chiesto più volte di essere coinvolto nella nomina della Guida Suprema e che il nuovo leader – non importa se religioso o democratico – fosse in grado di soddisfare le imposizioni di Washington e Tel Aviv, la decisione dell’Assemblea degli Esperti ha operato nel segno della continuità, familiare oltre che ideologica e politica.
Con questa mossa le autorità iraniane stanno inviando il messaggio – in particolare a Trump, che aveva posto un veto esplicito nei confronti del figlio di Khamenei – che è il paese a decidere il proprio destino e che nessuna potenza straniera, per quanto potente, può dettare loro cosa fare in termini di futuro politico.
La scelta di Mojtaba Khamenei, che ha fama di intransigente, può essere letta anche come il segno della volontà, da parte della branca religiosa del complesso sistema politico iraniano, di bilanciare il moderato Masoud Pezeshkian, eletto presidente alle scorse elezioni. Per quanto la Guida Suprema sia una figura prevalentemente religiosa, gode comunque di ampi poteri nella gestione delle questioni politiche fondamentali sia interne che di politica estera.
Secondo varie fonti citate dalla stampa internazionale, Mojtaba Khamenei sarebbe “ancora più intransigente del padre” – ormai entrato nel pantheon degli sciiti come martire – e godrebbe della fiducia del potente corpo dei Guardiani della Rivoluzione Islamica, avendo lavorato a lungo a stretto contatto con i pasdaran.
Potente religioso di medio rango (è un hojatoleslam, un chierico di medio livello, e non un ayatollah di rango superiore) ed eminenza grigia del regime, il 56enne si oppone da tempo ai gruppi riformisti che promuovono un dialogo con l’Occidente. Negli ultimi anni ha accumulato una notevole influenza, forte dei suoi legami con gli apparati di sicurezza e del suo impero economico esteso anche all’estero.
Nato l’8 settembre del 1969 nella città santa di Mashhad, nell’est dell’Iran, Mojtaba Khamenei è uno dei sei figli dell’ex guida suprema ed è l’unico ad avere una posizione pubblica, pur senza ricoprire incarichi ufficiali. La sua influenza reale è stata oggetto di intense speculazioni per anni, sia tra la popolazione iraniana sia negli ambienti diplomatici, anche a causa della sua costante ma discreta presenza in molte cerimonie ufficiali e nei media. Il religioso, che indossa il turbante nero dei seyyed – i discendenti del profeta Maometto – è stato spesso descritto come il vero uomo forte dietro le quinte dell’ufficio della guida suprema.
Per questo, già nel 2019 il Tesoro degli Stati Uniti ha imposto sanzioni nei suoi confronti, affermando che in realtà aveva un ruolo preminente – per quanto non ufficialmente – all’interno degli apparati di potere iraniani.
Secondo Washington, Ali Khamenei gli aveva affidato da molti anni una parte importante delle responsabilità di leadership e il figlio, dopo aver partecipato alla guerra contro l’Iraq in un’unità combattente, aveva lavorato a stretto contatto con il comandante della Forza Quds dei pasdaran e con la milizia Basij per promuovere le ambizioni regionali dell’Iran e rafforzare il controllo interno.
Il campo riformista all’interno della Repubblica islamica lo accusò di aver condizionato le elezioni e di aver utilizzato la forza Basij (milizie paramilitari legate ai Pasdaran) per reprimere i manifestanti durante il Movimento Verde del 2009, che prese forma contro la rielezione a presidente del populista Mahmoud Ahmadinejad.
La terza Guida Suprema eredita un paese sottoposto all’aggressione militare più grave dalla vittoria della Rivoluzione Islamica nel 1979, con un regime sopravvissuto – attraverso una feroce repressione – alle sommosse di inizio anno e ai bombardamenti contro le proprie installazioni nucleari dell’estate scorsa.
Teheran per ora sta reggendo all’escalation decisa da Israele e Stati Uniti, nella speranza di durare un giorno di più dei suoi nemici ma tanto Trump quanto Netanyahu hanno promesso di eliminare chiunque, alla guida dell’Iran, non ottemperi ai diktat dei due paesi.
Secondo molti analisti Mojtaba Khamenei non potrà che imprimere un ulteriore giro di vite al suo paese martoriato, serrando i ranghi, intensificando il controllo politico e sociale e aumentando la repressione. Il rischio è che, anche se il regime sopravviverà ai martellanti bombardamenti che stanno seminando morte e distruzione nel paese e che da sabato stanno prendendo di mira anche le infrastrutture economiche e civili, Washington e Tel Aviv giochino la carta della sollevazione armata delle minoranze etniche – curdi e arabi in primis – e che la devastante crisi economica causata dalle sanzioni e ora dalla guerra (oltre che dalla diffusa corruzione e dalla burocrazia) convinca consistenti strati della popolazione a ribellarsi.
Se la scelta di Mojtaba Khamenei può consentire al regime di rinsaldare i ranghi e proseguire lo scontro con i “nemici esistenziali” interni ed esterni, la successione dinastica padre-figlio alla guida del paese può essere letta da molti come il segnale di un ulteriore avvitamento autoritario di una Repubblica Islamica che rischia di assomigliare troppo alla monarchia abbattuta nel 1979.
Eppure, come suggerisce Al Jazeera, la sua reputazione di estremista, unita al suo status di figlio del defunto leader supremo, potrebbe dargli maggiore libertà d’azione per attuare riforme pur senza mettere in discussione la continuità del regime. Ma per ora a parlare sono le armi. – Pagine Esteri
















