A New York la proposta di aumentare le imposte sui redditi più alti non è più una parola d’ordine confinata ai margini della politica. Secondo un recente sondaggio condotto dal Siena College, la maggioranza degli elettori dello Stato sostiene l’iniziativa del sindaco della città, Zohran Mamdani, che punta ad aumentare l’aliquota sui redditi superiori a un milione di dollari per affrontare il crescente squilibrio nei conti pubblici e finanziare politiche sociali.

I numeri parlano con chiarezza. In tutto lo Stato di New York il 54 per cento degli elettori sostiene la proposta, mentre solo il 29 per cento si dichiara contrario. Nella stessa New York City il sostegno sale al 62 per cento, mentre tra gli elettori democratici a livello statale raggiunge il 72 per cento. Persino nelle aree suburbane più moderate del centro dello Stato l’idea raccoglie il consenso di metà degli elettori.

Per un tema spesso descritto nella politica statunitense come una rivendicazione minoritaria della sinistra, il risultato appare significativo: a New York la richiesta di far pagare di più ai più ricchi è diventata una posizione largamente condivisa.

Il dato assume un peso ancora maggiore nel contesto politico attuale. La governatrice dello Stato, Kathy Hochul, si prepara ad affrontare la rielezione questo autunno e il suo indice di gradimento si attesta al 46 per cento. Mamdani ha bisogno della collaborazione della governatrice per attuare la tassa sui milionari, ma finora Hochul ha evitato di sostenere apertamente la proposta, una cautela che molti osservatori interpretano come un tentativo di non alienarsi il sostegno dei grandi donatori.

Il sindaco, eletto lo scorso anno dopo una campagna che ha fatto della “accessibilità economica” il proprio slogan centrale, sostiene che la misura sia una risposta necessaria alla situazione finanziaria della città. L’amministrazione ha ereditato infatti un deficit di bilancio di 5,4 miliardi di dollari dalla precedente gestione guidata da Eric Adams. A questo si sono aggiunti gli effetti dei tagli federali a programmi sociali e sanitari promossi dall’amministrazione di Donald Trump, che hanno ridotto le risorse disponibili per assistenza sanitaria, aiuti alimentari e edilizia popolare.

Dietro la crisi attuale, spiegano molti analisti, si nasconde anche una questione strutturale: New York City produce una quota enorme delle entrate fiscali dello Stato, ma riceve una percentuale significativamente inferiore di risorse pubbliche.

Senza nuove entrate, avverte Mamdani, la città sarebbe costretta a scegliere una strada molto meno popolare: aumentare l’imposta sulla proprietà che grava su milioni di proprietari di casa. Il sindaco non ha dubbi su quale opzione sia più equa, ma la decisione finale dipende dall’assemblea statale e dal governatore.

Nel frattempo l’idea della tassa sui milionari ha iniziato a guadagnare spazio anche nelle istituzioni. Martedì alcuni legislatori statali hanno annunciato l’intenzione di presentare misure in linea con il piano fiscale del sindaco. Se la governatrice decidesse di opporsi, si troverebbe a sostenere una posizione persino più prudente di quella adottata in passato da Andrew Cuomo, che nel 2021 accettò di aumentare le imposte sui redditi più alti, generando oltre quattro miliardi di dollari di nuove entrate.

In realtà la proposta di Mamdani è relativamente limitata. Prevede un aumento di due punti percentuali dell’aliquota marginale massima dell’imposta sul reddito cittadina. Un intervento che, secondo numerosi economisti, avrebbe effetti minimi sull’eventuale fuga dei contribuenti più ricchi, spesso evocata dagli oppositori.

L’economista Martin Bernstein, in un’analisi pubblicata sulla rivista Jacobin, sottolinea che la letteratura accademica sull’emigrazione fiscale è sostanzialmente concorde: eventuali trasferimenti di residenza ridurrebbero solo marginalmente il gettito previsto.

Il contesto nazionale rende la proposta ancora più significativa. L’ultima riforma fiscale approvata a Washington ha ridotto in modo consistente il carico tributario per i contribuenti più ricchi. Secondo diverse stime, l’1 per cento più ricco degli americani beneficia di oltre 50 mila dollari di tagli fiscali annui. In questo scenario, la misura proposta dal sindaco newyorkese appare come un tentativo di riequilibrare almeno in parte il sistema.

Anche altri Stati democratici stanno seguendo una strada simile. Nel Maryland, ad esempio, il governatore Wes Moore ha approvato un pacchetto fiscale che introduce nuove aliquote per i redditi più alti e una sovrattassa sulle plusvalenze per colmare un deficit di tre miliardi di dollari.

Mamdani ha costruito la propria strategia cercando di mantenere un rapporto pragmatico con Albany, pur continuando a fare pressione sulla governatrice. La collaborazione tra città e Stato ha già prodotto alcuni risultati, tra cui l’avvio di un programma di assistenza all’infanzia universale per i bambini di due anni.

Resta da vedere se la tassa sui milionari seguirà lo stesso percorso. Per il momento, però, il messaggio che arriva dagli elettori appare inequivocabile: in una delle capitali finanziarie del mondo, chiedere ai più ricchi di contribuire di più al bilancio pubblico non è un’idea radicale, ma una proposta sostenuta dalla maggioranza.