«Costruiamo il futuro che vogliamo abitare»

Andrea “Peque”, brigadista volontaria nella Comarca Andina, racconta settimane di lavoro ininterrotto tra fiamme, logistica e ricostruzione. «La rete comunitaria si attiva automaticamente quando iniziano gli incendi. Vicini, brigate autoconvocate, istituzioni locali: tutti si organizzano per portare acqua, cibo, assistenza sanitaria e per combattere il fuoco. È un tessuto sociale vivo». Le brigate popolari non solo hanno partecipato allo spegnimento, ma stanno già lavorando alla prevenzione futura, formando volontari e coordinandosi con tecnici e personale istituzionale.

«Siamo stanchi, sì. Ma stiamo anche costruendo il futuro che vogliamo abitare. Un modo diverso di vivere il territorio, più solidale, più comunitario». Secondo Peque, l’esperienza del disastro ha rafforzato legami che esistono tutto l’anno: «La gente qui sceglie di produrre, di scambiare, di vivere in relazione con il bosco. L’attacco non è solo al territorio: è al modello di vita che rappresentiamo». 

 

Incendi: cause, dati e interpretazioni

Lucas Chiappe, studioso del territorio e attivista ambientale, sottolinea che gli incendi non possono essere spiegati da una sola causa. «In Argentina, nel corso dei decenni, circa il 96% degli incendi è dovuto a cause umane e solo il 4% a fenomeni naturali come i fulmini. Di quelli causati dall’uomo, una percentuale molto alta risulta intenzionale».

Chiappe osserva che l’intenzionalità non è un fenomeno isolato: «Percentuali simili si registrano in diversi paesi dell’emisfero nord, come Italia, Spagna e Portogallo, dove la speculazione immobiliare successiva agli incendi ha portato all’approvazione di leggi che impediscono il cambio d’uso dei terreni bruciati».

Secondo Javier Grosfeld, ricercatore del CONICET, tuttavia, molti incendi nascono anche da negligenze, guasti nelle linee elettriche, incidenti o condizioni climatiche estreme. «Gli incendi sono multicausali», spiega. «Siccità, temperature elevate e venti forti creano condizioni estreme in cui anche un piccolo innesco può trasformarsi in un grande incendio».

 

La legge sul fuoco e il tentativo di modifica

Nel dibattito politico è tornata centrale la Ley de Manejo del Fuego, approvata nel 2020. La normativa vieta il cambio di destinazione d’uso dei terreni incendiati per lunghi periodi — fino a 30 anni per i boschi nativi — per evitare speculazioni immobiliari o agricole. Negli ultimi mesi il governo nazionale ha tentato di modificarla per rendere più flessibili i vincoli. Il tentativo non è riuscito e la legge resta vigente.

Per le comunità locali si tratta di una protezione fondamentale. «Era importante che non venisse toccata. Senza questa norma, i territori colpiti dal fuoco sarebbero molto più esposti alle pressioni economiche», spiegano fonti territoriali.

 

Monocolture forestali e propagazione del fuoco

Un altro elemento del dibattito riguarda la diffusione delle piantagioni di pini, introdotte su larga scala in America Latina a partire dagli anni Sessanta per alimentare l’industria della cellulosa.

Chiappe ricostruisce il contesto storico: «Dopo la Seconda guerra mondiale si sperimentò il trapianto di specie di pino dell’emisfero nord nel sud globale. Crescevano rapidamente e garantivano materia prima per l’industria cartaria».

Gli Stati incentivarono massicci programmi di forestazione. «In molti casi i governi arrivarono a sovvenzionare fino al 100% dei costi di impianto e manutenzione. Un affare estremamente redditizio per i privati».

Secondo abitanti e produttori locali, queste piantagioni possono aumentare il rischio e la velocità di propagazione degli incendi. «Le piantagioni di pino ed eucalipto possono funzionare come acceleranti del fuoco», affermano fonti territoriali, «e spesso la priorità di protezione viene data a queste coltivazioni invece che ai boschi nativi».

 

Criminalizzazione del popolo mapuche

Non è la prima volta che il popolo mapuche viene accusato degli incendi. Avvocati ambientalisti e osservatori dei diritti umani denunciano una ricorrenza di campagne di criminalizzazione. Secondo analisi legali e giornalistiche, nelle emergenze recenti la risposta statale ha incluso operazioni di sicurezza e persecuzioni giudiziarie contro comunità e attivisti.

«Per deresponsabilizzarsi dagli incendi si cerca un colpevole», sostengono osservatori locali. «Serve un nemico che alimenti teorie cospirative». Nella stessa Patagonia, tuttavia, questa narrativa trova sempre meno consenso. «Qui si conosce il rapporto spirituale e materiale che il popolo mapuche ha con la terra», afferma Grosfeld. «Non è una spiegazione credibile».

 

Prevenzione e cambiamento climatico

Gli esperti concordano sul fatto che la prevenzione sia il punto più debole delle politiche pubbliche. «Siccità atipiche, temperature estreme e venti intensi sono detonatori sempre più frequenti nel contesto del cambiamento climatico globale», spiegano analisti ambientali. Il sottofinanziamento delle politiche di prevenzione e controllo del fuoco amplifica i rischi. «Servono almeno dieci anni di politiche continuative su scala patagonica per vedere risultati strutturali». Nel frattempo, la solidarietà dal basso continua a colmare le lacune: raccolte fondi, ricostruzione di abitazioni, sostegno logistico e supporto psicologico.

 

«Senza risposta popolare non c’è futuro»

Nel mezzo della devastazione, la parola che ricorre più spesso è “comunità”. «Non possiamo aspettare che le soluzioni arrivino da chi ha interessi economici sul territorio», riflette Peque. «Se non c’è risposta popolare, non c’è futuro».

La speranza nella Comarca Andina non è astratta: turni di guardia notturni, mense comunitarie, bambini che giocano accanto alle basi operative, volontari che condividono strumenti e pasti. In una regione dove il fuoco è diventato una minaccia ricorrente, la coesione sociale appare come il vero antidoto al disastro: una scommessa su un modello di vita radicato nella reciprocità e nella difesa della terra — la mapu — come spazio di relazione e non di sfruttamento. Le piogge recenti portano un sollievo temporaneo, ma la Patagonia resta fragile. Nelle parole di chi la abita emerge una convinzione condivisa: la ricostruzione non riguarda soltanto case e boschi, bensì il modo stesso di vivere insieme. Pagine Esteri