Di Tawfiq Al-Ghussein e Rania Hammad

Nel linguaggio della geopolitica mediorientale le narrazioni sulla sicurezza rivelano spesso più delle reali dinamiche strategiche.  Quando l’ex primo ministro israeliano Naftali Bennett ha recentemente dichiarato che la Turchia sta diventando “il nuovo Iran”, non ha semplicemente espresso una preoccupazione tattica. Ha rivelato una dinamica più profonda della politica israeliana: la tendenza a individuare continuamente nuovi nemici esistenziali mentre la crisi centrale della regione rimane irrisolta.

Bennett, che ha guidato il governo israeliano tra il 2021 e il 2022 ed è ancora una figura influente della destra nazionalista, non è una voce marginale. La sua visione riflette una cultura strategica consolidata nella politica israeliana, secondo la quale la sicurezza dello Stato dipende dalla costante identificazione di minacce esterne sempre nuove. Le sue dichiarazioni sono state pronunciate nel 2026 a Gerusalemme durante un intervento alla Conference of Presidents of Major American Jewish Organizations, un forum influente che collega la leadership israeliana alle principali organizzazioni politiche ebraiche negli Stati Uniti.

In quell’occasione Bennett ha sostenuto che, con l’Iran indebolito, la Turchia guidata da Recep Tayyip Erdogan stia emergendo come il prossimo grande avversario strategico di Israele. Secondo Bennett Ankara, insieme al Qatar, starebbe ampliando la propria influenza nella regione, in particolare in Siria e a Gaza, e cercherebbe di costruire un asse sunnita ostile che potrebbe includere anche il Pakistan.  La conclusione implicita è che Israele dovrebbe prepararsi a confrontarsi simultaneamente con Teheran e con Ankara.

Questa logica non è nuova. Per oltre due decenni la politica estera israeliana è stata organizzata attorno alla narrativa della minaccia iraniana.  Sotto la guida di Benjamin Netanyahu l’Iran è stato presentato come il pericolo esistenziale principale non solo per Israele ma per l’intero ordine internazionale. Tale narrazione ha trovato un alleato decisivo nell’amministrazione di Donald Trump, la quale ha abbandonato l’accordo nucleare con l’Iran, il Joint Comprehensive Plan of Action, distruggendo il più importante quadro diplomatico mai costruito per limitare il programma nucleare iraniano.

Quella decisione ha contribuito ad accelerare una spirale di escalation e militarizzazione della politica regionale.  Piuttosto che rafforzare la sicurezza, ha indebolito i meccanismi diplomatici e ha aperto la strada a nuove crisi. Eppure, mentre l’attenzione internazionale si concentrava sull’Iran e ora sulla Turchia,  la questione centrale della regione è rimasta la stessa: la Palestina. Da decenni l’occupazione della Cisgiordania, l’assedio di Gaza e l’espansione degli insediamenti israeliani costituiscono il fulcro della destabilizzazione mediorientale. Non si tratta di questioni periferiche. Sono il nodo politico e morale attorno al quale ruotano molte delle tensioni regionali.

Gli eventi recenti a Gaza hanno reso questa realtà ancora più evidente. La distruzione sistematica di infrastrutture civili, il massacro di migliaia di palestinesi, la devastazione di ospedali, scuole e quartieri residenziali hanno portato numerosi osservatori, giuristi e organizzazioni internazionali a parlare apertamente di genocidio. In questo contesto la retorica che individua nuovi nemici strategici appare anche come una forma di distrazione politica.  Presentare la Turchia come la nuova minaccia esistenziale consente di spostare il dibattito lontano da Gaza, lontano dall’occupazione e lontano dalla responsabilità politica per la crisi palestinese.

La verità è che la stabilità della regione non può essere costruita attraverso una sequenza infinita di confronti militari. Finché la questione palestinese rimarrà irrisolta e finché le violazioni del diritto internazionale continueranno a essere tollerate, nuove tensioni emergeranno inevitabilmente.I nomi dei nemici possono cambiare. I conflitti possono spostarsi da un fronte all’altro.  Ma la ferita politica al centro del Medio Oriente rimane la stessa. Finché quella ferita non sarà affrontata con giustizia e con una soluzione politica reale, le guerre non finiranno. Cambieranno soltanto i protagonisti.

Autori

Tawfiq Al-Ghussein è uno scrittore e analista geopolitico con un BSFS in Economia Internazionale presso la Georgetown University  e un master presso SOAS, University of London. 

Rania Hammad è analista politica e ricercatrice nel campo delle relazioni internazionali. Ha studiato presso l’American University of Rome e l’Università del Kent.