La giornata di Al-Quds, istituita da Ruhollah Khomeini, fondatore della Repubblica islamica iraniana, che si celebra l’ultimo venerdì di Ramadan per ricordare al mondo la causa palestinese e la città santa, Gerusalemme (al-Quds in arabo), ha assunto quest’anno un significato ancora più forte alla luce dell’escalation militare in Medio Oriente. In particolare in Libano sottoposto a pesanti bombardamenti e sfollamenti di massa.

Nel sud del paese bombardamenti e ordini di evacuazione giunti da Israele hanno svuotato interi villaggi nelle ultime settimane. Migliaia di famiglie hanno lasciato le loro case cercando rifugio più a nord o lungo la costa. Scuole, appartamenti e perfino spiagge si sono trasformati in rifugi improvvisati, mentre l’esercito israeliano avanza via terra nel sud del Libano. Secondo i numeri diffusi dal ministero della Sanità libanese, gli sfollati sarebbero circa 500 mila. Cifre che evocano inevitabilmente il ricordo delle centinaia di migliaia di palestinesi costretti a lasciare le proprie case durante la Nakba palestinese del 1948.

Il Libano conosce bene questa storia. Molti palestinesi trovarono rifugio proprio qui, creando prima campi profughi e poi veri e propri quartieri, come Sabra and Shatila e Burj el-Barajneh, aree a forte presenza palestinese che oggi sono state raggiunte dagli ordini di evacuazione israeliani e indicate come possibili obiettivi di bombardamento. E ora Israele, impegnato in un nuovo scontro con il movimento sciita Hezbollah, si prepara alla più grande invasione terrestre del Libano dal 2006. Un’operazione che potrebbe portare a una occupazione prolungata del sud del paese.

L’esercito israeliano è stato incaricato dal governo Netanyahu di includere tra i bersagli anche i ponti a sud del fiume Litani, con lo scopo di isolare il sud del Libano dal resto del paese e l’intento, neanche troppo celato, di non abbandonare questi territori.

La vista di famiglie costrette a lasciare i villaggi e a vivere nell’attesa del ritorno riapre ferite che non si sono mai davvero rimarginate. Riporta alla luce un conflitto che la diplomazia internazionale ha spesso cercato di presentare come attenuato, se non addirittura concluso con il cessate il fuoco scattato alla fine del 2024. Negli ultimi quindici mesi, tuttavia, la guerra non si è mai davvero fermata in Libano.

Gli ordini di evacuazione hanno raggiunto anche la periferia sud di Beirut, coinvolgendo quartieri come Haret Hreik, Bir al-Abed, Ghobeiry, Laylaki, Chiyah, Hadath, Borj el-Barajneh, Mreijeh, Tahwitat al-Ghadir e Ruweiss. L’ultimo riguarda i villaggi a sud del fiume Zahrani. Molte persone si sono rifugiate a Beirut, dove vivono accampate in tende, nelle automobili o ovunque sia possibile trovare un riparo. Molti arrivano dai villaggi del sud, tra quelli che durante la guerra del 2024 sono stati tra i più colpiti perché ritenuti dall’esercito israeliano affiliati a Hezbollah, come il villaggio di Khiam, dove ancora oggi i combattenti del movimento sciita resistono all’avanzata delle forze armate israeliane.

Nel frattempo anche una diversa forma di resistenza si è sviluppata nella capitale: una rete di aiuto e di sostegno alla popolazione sfollata.

«Abbiamo capito che la sofferenza non sta solo nello sfollamento», raccontano i volontari di Khiam. «Il nostro sfollamento è iniziato per la prima volta nell’ottobre 2023, la seconda durante la guerra dei 66 giorni e ora questa è la terza. Abbiamo imparato a conoscere molto bene la sofferenza. Non solo quella dello sfollamento forzato, ma anche la difficoltà di vivere con gli israeliani che occupavano il nostro villaggio».

Da quando è iniziato lo sfollamento forzato, nei primi giorni di marzo, i giovani di Khiam hanno iniziato a discutere su come alleviare le difficoltà delle persone costrette a lasciare le proprie case. «Ognuno di noi ha iniziato a occuparsi di una zona specifica, registrando le persone sfollate presenti sul posto. Alla fine abbiamo creato una sorta di piattaforma dove inseriamo tutte le informazioni», hanno spiegato a una emittente televisiva libanese.

La solidarietà ha assunto forme diverse, coinvolgendo una vasta rete di persone e associazioni, sia in Libano sia all’estero, impegnate a raccogliere fondi, portare aiuti, cibo e coperte per chi non è riuscito a trovare un rifugio e vive ancora ai bordi delle strade. «Alcune persone stavano ancora sui marciapiedi e lungo le strade, ma le abbiamo individuate subito. Non abbiamo accettato che qualcuno dovesse rimanere per strada e abbiamo lavorato rapidamente per trovare e garantire loro un rifugio», raccontano i volontari.

Mentre il Libano cerca di far fronte a questa emergenza umanitaria, anche quartieri centrali di Beirut, come Bourj Hammoud o la zona costiera vicina a Raouché, negli ultimi giorni sono stati colpiti dai bombardamenti israeliani. Le immagini mostrano una Beirut in parte deserta. Quartieri centrali come Gemmayzeh, dove normalmente la vita notturna anima le strade fino a tarda notte, oggi appaiono insolitamente vuoti. Molti abitanti restano alle finestre durante gli ordini di evacuazione, aspettando il suono del boato. Le finestre rimangono aperte fino all’ultimo, per evitare che le onde d’urto delle esplosioni le distruggano.

foto di Silvia Casadei

È una sensazione surreale per una città viva e dinamica come Beirut. Negli ultimi giorni l’esercito israeliano ha lanciato volantini sulla capitale invitando la popolazione civile a “collaborare”, segnalando la presenza di membri di Hezbollah. Un’immagine già vista durante gli attacchi a Gaza: un modus operandi con cui il governo israeliano cerca di creare delazione e divisioni all’interno di una popolazione già colpita dalla guerra.

Ma la risposta a questo tentativo sembra arrivare proprio dalla popolazione e dai giovani che oggi operano all’interno di una rete di solidarietà e sostegno. «Oggi condividiamo tutti la responsabilità di alleggerire il peso sui nostri combattenti in prima linea, affinché chi combatte e ci protegge non debba preoccuparsi per le proprie famiglie o per gli sfollati, è nostro dovere sostenere chi combatte sulle linee del fronte», spiegano i giovani volontari.

«Speravamo che queste condizioni potessero finire attraverso la diplomazia e con il sostegno dello Stato libanese. Purtroppo il nemico ha agito con totale impunità, facendo tutto ciò che voleva».