Mentre all’Avana il presidente Miguel Díaz-Canel ha confermato che funzionari cubani e statunitensi hanno avviato contatti per cercare una via di dialogo alle tensioni tra i due paesi, la situazione sull’isola resta estremamente difficile. Lo stesso presidente ha riconosciuto che da oltre tre mesi non arriva a Cuba alcuna nave con carburante, una condizione che ha aggravato la crisi energetica e reso ancora più instabile la rete elettrica nazionale. Diaz – Canel ha anche annuncio la liberazione di 51 prigionieri politici come accordo e dialogo con il Vaticano.
In questo contesto abbiamo raccolto la testimonianza di un insegnante di scuola superiore che vive all’Avana, che per ragioni di opportunità e sicurezza preferisce restare anonimo. Le sue parole restituiscono uno sguardo diretto su come la popolazione vive la crisi e sulle percezioni diffuse tra chi abita l’isola.
Che percezione c’è oggi a Cuba di Donald Trump e delle politiche statunitensi?
Quello che posso dirti è che non credo esista a Cuba un grande consenso a favore di Trump tra chi vive sull’isola. Non penso che ci sia molta simpatia per lui, per diverse ragioni.
La prima è semplice: da quando Trump è arrivato al potere le condizioni a Cuba sono peggiorate. Punto. Si può discutere quanto si vuole, ma è difficile non mettere in relazione il peggioramento della situazione nel paese con la sua politica. Già durante il suo primo mandato, quando decise di cancellare gran parte dei passi avanti fatti durante la presidenza Obama, nell’immaginario di molte persone che vivono a Cuba si è consolidata l’idea che rappresenti più un problema che una soluzione.
È possibile oggi capire davvero cosa pensa la popolazione dell’isola?
In realtà è molto difficile dare una risposta precisa. A Cuba convivono molte realtà diverse allo stesso tempo, quasi come se esistessero più Cuba nello stesso paese.
C’è però un punto su cui una grande parte della popolazione concorda: le critiche alla gestione economica degli ultimi cinque anni. Molte cose avrebbero potuto andare diversamente. Il governo ha commesso errori, è stato lento nel reagire, spesso non ha riconosciuto i propri sbagli e ha mantenuto posizioni molto rigide e dogmatiche.
A questi problemi interni si aggiungono le restrizioni imposte dal blocco: quello storico, poi le misure introdotte negli ultimi anni dal governo di Trump e mantenute da Biden, e infine le restrizioni più recenti. Tutto questo rende la situazione ancora più difficile da gestire.
Non entro invece nei temi dei diritti umani o dei detenuti politici: sono questioni complesse e non è l’ambito in cui ho maggiore competenza.
La crisi sta provocando proteste?
Sì, ci sono proteste. Le difficoltà economiche sono molto forti e il malcontento esiste, quindi è naturale che in alcune zone ci siano manifestazioni o proteste spontanee.
Detto questo, non si tratta di mobilitazioni generalizzate o maggioritarie, non nella misura che ci si potrebbe aspettare guardando alla gravità della crisi economica.
Una delle ragioni è che molte persone attribuiscono il peggioramento più recente della situazione alle ultime misure di pressione adottate dal governo degli Stati Uniti. Per questo, anche se il disagio è reale e accumulato nel tempo, non sempre si traduce in proteste dirette contro il governo cubano.
Il malcontento esiste e può emergere in diverse forme, ma nel contesto attuale non si vede una dinamica di mobilitazione ampia e continua.
Cosa pensi della strategia di “massima pressione” contro Cuba?
Ti dico la mia posizione molto chiaramente: qualsiasi politica che peggiori ulteriormente le condizioni di vita della popolazione cubana non ha il mio sostegno.
La strategia di massima pressione non la sostengo in nessun modo, qualunque sia l’obiettivo dichiarato o il presunto beneficio strategico a lungo termine.
C’è chi sostiene che il principale problema della gente che vive a Cuba sia il governo cubano. Va bene, è una posizione. Ma pensare che la soluzione sia aumentare il blocco e la pressione economica è un’altra cosa. Perché chi ne paga davvero il prezzo è la popolazione.
È come dire che per eliminare un assassino bisogna bombardare un intero villaggio. Moriranno innocenti, ma poi i sopravvissuti vivranno meglio. No, per me questo non è accettabile.
Come si riflette la crisi nella vita quotidiana?
Gli aggiustamenti nella vita quotidiana sono molto duri.
Ti faccio un esempio concreto. Oggi sono appena uscito dalla scuola primaria di mio figlio, che è in seconda elementare. Non c’è il pranzo scolastico.
Nelle scuole primarie il pranzo è gratuito. È sempre stato molto semplice: riso, fagioli, qualcosa che si trova — una radice, un frutto. Da tempo non c’è quasi mai proteina. Ma adesso la situazione è ancora più difficile: ci hanno detto che non è possibile preparare il pranzo perché non ci sono i mezzi per trasportare gli alimenti.
Di conseguenza le lezioni finiscono a mezzogiorno. I bambini possono restare a scuola nel pomeriggio, ma i genitori devono portare il pranzo da casa oppure andarli a prendere.
E in alcune giornate ormai non ci sono lezioni neppure al mattino. Questo, per esempio, sta succedendo nelle scuole primarie del municipio Playa, qui all’Avana.
Che ruolo può avere oggi il sostegno internazionale?
Credo che qui si intreccino diversi fattori. Il mondo è cambiato molto negli ultimi tempi, soprattutto dopo le ultime decisioni del governo statunitense. Gli equilibri globali sono cambiati profondamente e il diritto internazionale sembra sempre più fragile.
In questo contesto anche le relazioni internazionali di Cuba si muovono dentro uno scenario globale molto diverso rispetto a pochi anni fa.
















