Non vedeva i suoi figli e sua moglie da 40 giorni, Ali Khaled Bani Odeh. Il 37enne palestinese lavorava per lunghi periodi in Israele per sostenere la sua famiglia di sei persone. Non è semplice per un palestinese della Cisgiordania occupata ottenere permessi di lavoro in Israele. Deve sottoporsi a rigidi controlli, lunghe trafile burocratiche: Tel Aviv ispeziona il passato di tutta la famiglia e, se anche solo esiste la possibilità remota di un collegamento con gruppi di resistenza palestinese, armati o pacifici, la richiesta viene respinta.
Ali era sposato con Waad, 35 anni, con la quale ha avuto quattro figli: Mohammad, 5 anni, Othman, 7 anni, Mustafa, 8 anni, e Khaled, 12. Othman era ipovedente e necessitava di un sostegno continuo da parte della madre. Anche i più grandi aiutavano il fratello, soprattutto nei periodi in cui il padre era fuori per lavoro. Quando Ali è ritornato a casa, ha portato la sua famiglia da Tammun, nel nord della Cisgiordania, al centro di Nablus, a circa 20 chilometri in linea d’aria. I bambini hanno visitato i negozi e Ali ha comprato a tutti vestiti nuovi per l’Eid, la festa di chiusura del Ramadan.
In serata la famiglia si è messa in viaggio per ritornare a casa ma, quando è giunta a Tammun, è stata crivellata di colpi. Centinaia di spari, che sembrava provenissero da ogni lato, come ha raccontato poi Khaled, unico sopravvissuto insieme a suo fratello Mustafa. Quando i fucili si sono fermati, per qualche secondo c’è stato silenzio: Khaled ha sentito solo suo padre dire le ultime preghiere e sua madre piangere prima di morire. Credeva fossero tutti morti, anche Mustafa. Ha aperto la portiera e ha cominciato a gridare aiuto, ma i militari israeliani sono arrivati, lo hanno tirato a forza fuori dalla macchina, lo hanno sbattuto sull’asfalto e gli hanno preso a calci la schiena. Quando hanno cominciato a picchiare anche suo fratello, Khaled si è alzato per difenderlo ma lo hanno colpito con i manganelli. Mustafa ha raccontato di aver trovato il coraggio di dire a uno dei soldati “Tu ami i tuoi genitori?”. Quando l’israeliano gli ha risposto “Certo”, il bambino gli ha chiesto “E perché allora hai ucciso i miei?”. Il militare non gli ha risposto ma lo ha colpito con un pugno sull’occhio, facendolo sanguinare. Li hanno spogliati e interrogati per almeno mezz’ora, mentre altri soldati impedivano all’ambulanza di avvicinarsi. Poi hanno ammanettato i bambini e hanno ordinato loro di raggiungere, nudi, il veicolo dei soccorsi.
I paramedici hanno raccontato ai giornalisti di aver atteso almeno un’altra mezz’ora prima di avere il permesso di avvicinarsi all’automobile. Una volta sul posto non hanno potuto fare altro che constatare la morte dei genitori e dei due bambini, colpiti con decine di proiettili, tutti nella parte superiore del corpo: testa e petto. Quando hanno tirato fuori i corpi, i militari hanno sequestrato il veicolo. Secondo diverse testimonianze, i militari erano presenti sul posto sotto copertura, all’interno di una vettura con targa palestinese.
L’esercito ha dichiarato che l’automobile su cui la famiglia procedeva avrebbe accelerato verso la postazione e che i soldati hanno aperto il fuoco perché l’hanno percepita come una minaccia immediata. Tel Aviv ha aggiunto che “l’incidente è sotto indagine”. È una frase che è stata ripetuta migliaia di volte ma che quasi mai ha portato alla definizione di un’accusa a carico dei militari. I soldati, così come i coloni illegali, agiscono nell’impunità quasi totale. Anche nei rari casi in cui un’inchiesta è stata aperta, come per lo stupro di gruppo dei soldati nel centro di tortura di Sde Teiman, le accuse sono poi state ritirate.
Dal 7 ottobre 2023, le forze israeliane hanno ucciso 44 palestinesi nell’area di Tubas, compresi bambini. Il presidente del Consiglio comunale di Tammun, Najeh Bani Odeh, ha dichiarato a Middle East Eye che le “forze speciali” israeliane presenti in zona sono estremamente pericolose per i palestinesi, perché “agiscono con la licenza di uccidere anche senza giustificazione. Operano con veicoli civili, quindi le persone non li notano e si comportano normalmente quando passano accanto alle automobili. Ma se i soldati all’interno si sentono minacciati, aprono il fuoco senza pensarci due volte”.
Ieri centinaia di persone hanno partecipato ai funerali dei quattro membri della famiglia Bani Odeh e tutti, a Tammun, si sono stretti a Khaled e Mustafa, rimasti soli in una sera di festa. Pagine Esteri
















