Il panorama energetico africano si trova attualmente ad affrontare una delle prove più difficili della sua storia recente, a causa di una tempesta perfetta che unisce instabilità geopolitica e vulnerabilità infrastrutturale. Secondo i dati emersi durante la conferenza CERAWeek di Houston, l’attacco di Israele e Stati Uniti all’Iran ha innescato una crisi delle forniture che l’Agenzia Internazionale dell’Energia ha definito superiore, per gravità, allo shock petrolifero del 1973. Il blocco dello Stretto di Hormuz, attraverso il quale transita normalmente il 20% del petrolio e del gas naturale liquefatto mondiale, ha rimosso dal mercato globale circa 20 milioni di barili al giorno, colpendo con particolare durezza le nazioni africane che dipendono dalle rotte del Golfo per i prodotti raffinati.

Le regioni dell’Africa orientale e meridionale sono le più esposte, poiché importano circa il 75% del loro carburante dal Medio Oriente. Con circa 600.000 barili al giorno destinati al continente attualmente bloccati o a rischio, le riserve strategiche di molti Paesi stanno scendendo a livelli di allerta. In Kenya, ad esempio, la legge prevede scorte per soli 21 giorni a fronte di un fabbisogno interamente importato di 100.000 barili quotidiani; i primi segnali di razionamento si avvertono già nelle aree rurali, dove i distributori indipendenti faticano a rifornirsi. Anche nazioni come il Sudafrica vedono le proprie difficoltà accentuate dalla manutenzione programmata di impianti chiave, come la raffineria Astron Energy di Città del Capo, rendendo il sistema energetico nazionale estremamente fluido e precario.

Per compensare la mancanza di forniture mediorientali, i governi africani sono costretti a cercare alternative in mercati distanti come gli Stati Uniti o il Brasile. Tuttavia, questa diversificazione forzata comporta costi di nolo elevatissimi e tempi di navigazione prolungati, fattori che hanno già spinto il prezzo del diesel verso l’alto del 25% in appena due mesi. In questo scenario, la Nigeria rappresenta una parziale eccezione grazie alla raffineria Dangote: con una capacità di 650.000 barili al giorno, l’impianto permette ad Abuja di soddisfare la domanda interna e di esportare eccedenze verso i vicini regionali, mitigando in parte l’impatto nell’Africa occidentale.

L’impatto della crisi si estende però ben oltre il settore dei trasporti, minacciando la sicurezza alimentare del continente. Lo Stretto di Hormuz è infatti un punto di passaggio vitale anche per il commercio di fertilizzanti. La carenza di questi input agricoli, unita all’aumento dei costi logistici, sta già influenzando le stagioni di semina e spingendo l’inflazione alimentare a livelli critici. Gli esperti sottolineano come questa situazione abbia messo a nudo decenni di sottoinvestimento nelle infrastrutture di raffinazione locali, la cui capacità in Africa si è ridotta di un terzo negli ultimi vent’anni. Mentre i leader globali tentano risposte coordinate, come il rilascio di riserve strategiche, la sensazione prevalente è quella di una rincorsa costante all’emergenza in un mercato che fatica a trovare stabilità.