Mentre i bombardamenti aerei di Usa e Israele continuano a colpire Teheran e l’Iran e i suoi alleati, con Hezbollah lanciano droni verso basi americane e Tel Aviv, si continua a parlare di una iniziativa diplomatica in corso per fermare la guerra. Secondo quanto riferito da un alto funzionario iraniano all’agenzia Reuters, il Pakistan ha consegnato a Teheran una proposta degli Stati Uniti, aprendo alla possibilità che Islamabad o la Turchia possano ospitare negoziati per tentare una de-escalation.
Le dichiarazioni, rilasciate da una fonte iraniana anonima, rappresentano uno dei pochi segnali di una disponibilità di principio, seppur cauta e non ufficializzata, a valutare iniziative diplomatiche. Questo avviene in netto contrasto con le dichiarazioni ufficiali della Repubblica Islamica, che continua a escludere pubblicamente qualsiasi confronto diretto con l’amministrazione del presidente Donald Trump colpevole di aver tradito più di una volta la sua fiducia lanciando attacchi mentre erano in corso negoziati tra i due paesi: il primo lo scorso giugno e il secondo, ancora in corso, il 28 febbraio.
La proposta sul tavolo
La fonte iraniana non ha rivelato i dettagli del documento trasmesso dal Pakistan né se corrisponda al piano in 15 punti di cui hanno già riferito diverse agenzie di stampa. Secondo fonti israeliane, citate da tre membri del gabinetto di sicurezza del premier Netanyahu, il piano prevederebbe richieste strutturali per Teheran: la rimozione delle scorte di uranio altamente arricchito, l’interruzione delle attività di arricchimento, un freno al programma missilistico balistico e la fine del sostegno finanziario e militare agli alleati regionali.
Nonostante le condizioni poste dagli Stati Uniti, l’inviato iraniano ha confermato che la Turchia ha contribuito a favorire il canale di comunicazione, aggiungendo che sia Ankara sia Islamabad sono in lizza come possibili sedi per un eventuale incontro.
Il cambio di rotta di Trump
L’iniziativa arriva a pochi giorni da un apparente cambio di tono da parte di Trump. All’inizio del conflitto, il presidente americano aveva parlato di “resa incondizionata” dell’Iran e di imposizione di “cambio di regime” a Teheran. Negli ultimi giorni, invece, ha dichiarato che sarebbero in corso da tempo “trattative produttive” con funzionari iraniani non meglio specificati.
La nuova linea ha contribuito a calmare i mercati finanziari: il greggio ha subito un calo e i listini azionari hanno recuperato terreno, alimentando le speranze di una possibile soluzione negoziata a quasi quattro settimane di guerra. Allo stesso tempo, il Pentagono starebbe pianificando l’invio di migliaia di paracadutisti nel Golfo, un segnale che lascia aperte tutte le opzioni sul tavolo, compresa quella di un’offensiva terrestre.
La smentita di Teheran e il ruolo della Turchia
Sul fronte pubblico intanto l’Iran continua a negare qualsiasi contatto. Il portavoce del comando militare congiunto, Ebrahim Zolfaqari, ha ironicamente attaccato Trump in televisione: “Il livello della vostra lotta interiore ha raggiunto il punto in cui state negoziando con voi stessi?”. “Persone come noi – ha aggiunto – non potranno mai andare d’accordo con persone come voi. Non ora. Mai”.
Anche il portavoce del ministero degli Esteri iraniano, Esmail Beghaei, ha ribadito da New Delhi che “non ci sono colloqui o negoziati tra Iran e Stati Uniti”, accusando Trump di aver tradito la diplomazia con l’attacco militare.
Sullo sfondo, resta l’azione diplomatica di Ankara. Harun Armagan, alto esponente del partito di governo turco, ha confermato alla Reuters che la Turchia sta svolgendo un ruolo di “passaggio di messaggi” tra le due parti, mentre il Pakistan si è offerto di ospitare già questa settimana un vertice con alti funzionari americani.
L’attacco di Israele e Usa non cessa. L’Iran risponde
Sul terreno, non si registra alcuna tregua. L’aviazione israeliana ha lanciato nuovi raid su Teheran e altre città, mentre i Guardiani della Rivoluzione iraniana hanno rivendicato attacchi missili e droni contro obiettivi in Israele e basi statunitensi in Kuwait, Giordania e Bahrain.
Il Kuwait e l’Arabia Saudita hanno dichiarato di aver respinto nuovi attacchi con droni, con un deposito di carburante colpito all’aeroporto internazionale del Kuwait. Dall’inizio dell’operazione americana “Epic Fury”, lo scorso febbraio, Teheran ha di fatto chiuso il traffico navale nello Stretto di Hormuz, attraverso cui transita un quinto del petrolio mondiale, consentendo il passaggio solo a navi coordinate con le autorità iraniane.

















