Secondo le ultime ricostruzioni sull’entità dei movimenti di truppe in Medioriente, il Pentagono ha dato il via libera a un massiccio spostamento di effettivi che potrebbe presagire il passaggio dalla guerra aerea a uno scontro di terra su vasta scala. Il fulcro di questa nuova fase dell’operazione Epic Fury è rappresentato dall’invio di circa duemila soldati della 82ª Divisione Aviotrasportata, l’unità d’élite di pronto intervento che Washington tiene solitamente come riserva strategica per le crisi globali più acute. Questo contingente si aggiunge alle migliaia di effettivi già schierati, portando il totale della presenza militare americana a livelli che non si registravano dai tempi dell’invasione dell’Iraq nel 2003.

Il dispiegamento non riguarda solo la fanteria leggera aviotrasportata, ma coinvolge una complessa architettura di forze anfibie e navali. Due unità di spedizione dei Marines, la 11ª proveniente dalle basi in California e la 31ª ridislocata dal Giappone, sono attualmente in rotta verso il Golfo o già operative nell’area. Queste forze sono supportate da una potenza di fuoco navale impressionante, guidata dai gruppi d’attacco delle portaerei USS Abraham Lincoln e USS Tripoli. La vera novità, tuttavia, risiede nella decisione di strutturare il comando a livello divisionale. Questa mossa, che va oltre la semplice gestione di piccoli contingenti, segnala la preparazione logistica per la gestione di grandi formazioni di truppe, aumentando drasticamente la capacità operativa immediata degli Stati Uniti nel caso in cui l’amministrazione dovesse decidere di lanciare un’offensiva terrestre.

Le opzioni militari sul tavolo dei generali americani appaiono sempre più orientate verso obiettivi strutturali del sistema difensivo ed economico iraniano. Tra gli scenari ipotizzati figura il possibile sequestro dell’isola di Kharg, l’infrastruttura vitale da cui transita la quasi totalità delle esportazioni petrolifere di Teheran. Un’azione di questo tipo mirerebbe a strangolare definitivamente l’economia della Repubblica Islamica, già messa a dura prova dal blocco navale e dai bombardamenti. Parallelamente, si discute dell’impiego di forze speciali per incursioni mirate contro i siti di arricchimento dell’uranio situati in profondità nel territorio, un’operazione ad altissimo rischio che segnerebbe un punto di non ritorno nel conflitto. L’ammasso di tali forze d’urto nel quadrante mediorientale viene giustificato da Washington come risposta necessaria alla chiusura dello Stretto di Hormuz, mossa con cui l’Iran ha paralizzato il commercio globale di gas naturale e innescato una crisi energetica senza precedenti.

Sul fronte opposto, Teheran osserva la mobilitazione statunitense con un misto di sfida e denuncia internazionale. Il governo iraniano ha liquidato come irragionevole e massimalista la proposta di pace in quindici punti avanzata dagli Stati Uniti tramite intermediari pakistani, descrivendola come un ultimatum travestito da diplomazia. Mentre le truppe americane prendono posizione, i bombardamenti continuano a martellare non solo obiettivi militari ma anche infrastrutture civili nei sobborghi di Teheran e in altre città chiave, causando numerose vittime. La risposta iraniana si è concentrata finora su ritorsioni missilistiche che hanno colpito centri urbani e installazioni logistiche nel Golfo, provocando danni significativi come il vasto incendio che ha interessato l’aeroporto internazionale del Kuwait. Anche Israele è pesantemente bersagliata, soprattutto nelle ultime 12 ore, da una grande quantità di missili. Quelli che – a sentire il presidente Usa Donald Trump e il presidente israeliano Benyamin Netanyahu –  sarebbero stati già da settimane “completamente cancellati”.

La stabilità dei mercati internazionali e la sicurezza regionale appaiono oggi appese al filo sottile della deterrenza, una logica che sembra però aver ceduto il passo a una dinamica di guerra aperta. Paesi come Qatar e Kuwait si trovano in una posizione di estrema vulnerabilità, stretti tra la necessità di ospitare le basi americane e le pesanti conseguenze economiche e materiali degli attacchi iraniani. Pagine Esteri