A ottantaquattro giorni dal sequestro e dal trasferimento forzato nel Centro di Detenzione Metropolitano di Brooklyn, la seconda udienza presso la Corte Federale del Distretto Sud di New York ha segnato un punto di stallo drammatico nel processo politico orchestrato contro il presidente venezuelano Nicolás Maduro e la deputata Cilia Flores, sua moglie. La sessione, presieduta dal giudice Alvin Hellerstein, è iniziata con quaranta minuti di ritardo, in un clima di palpabile tensione alimentata dalle minacce di Donald Trump, che continua a utilizzare il caso come trofeo e strumento di pressione geopolitica, ignorando le basi del diritto internazionale, e che annuncia di voler produrre nuove accuse contro il suo omologo venezuelano.
Il presidente venezuelano ha fatto il suo ingresso in aula sorridendo e dicendo “buongiorno”. Il cuore del dibattito giudiziario si è spostato dalla sostanza delle accuse di narcotraffico, fondate sulla farsa del cosiddetto Cártel de los Soles – la cui inesistenza è stata riconosciuta dalla stessa magistratura statunitense nel corso della prima udienza -, al nodo economico del diritto alla difesa. L’avvocato Barry Pollack ha denunciato il blocco illegale dei fondi statali venezuelani da parte dell’OFAC (Office of Foreign Assets Control), che di fatto impedisce alla coppia presidenziale di esercitare il diritto costituzionale alla scelta del proprio legale.
In un momento di inaspettata onestà processuale, il giudice Hellerstein ha messo in discussione la tesi della procura sulla presunta minaccia alla sicurezza nazionale, rilevando con sarcasmo come gli Stati Uniti continuino a condurre affari petroliferi di vasta portata con il Venezuela nonostante la retorica bellicista. Tuttavia, malgrado l’evidenza del sequestro e la palese violazione dell’immunità ratione personae che spetta a un capo di Stato in esercizio, il magistrato ha respinto la richiesta di archiviazione, confermando la natura politica di un tribunale che agisce come braccio operativo del Dipartimento di Stato.
Sul piano clinico, il legale Mark Donnelly ha presentato un’istanza urgente per sottoporre Cilia Flores a un elettrocardiogramma a causa di una patologia alla valvola mitrale, richiesta accolta dal tribunale dopo la denuncia delle dure condizioni di reclusione e i colpi ricevuti al momento del sequestro. L’udienza si è conclusa senza una data certa per il prossimo incontro processuale.
Fuori dal tribunale, i manifestanti gridavano slogan contro il sequestro e contro lo svolgimento di un rito di sottomissione giuridica, innalzando i cartelli della campagna internazionale Bring Them Back. Dimostrazioni analoghe si sono svolte in varie città del mondo. Anche Caracas rispondeva con la forza della piazza e della mobilitazione popolare. Dalle prime luci dell’alba, lo storico quartiere popolare del 23 de Enero si è illuminato con una marcia di torce che è culminata a Plaza Bolívar. Qui, il deputato Nicolás Maduro Guerra, figlio del presidente, ha parlato a una folla ansiosa di notizie, definendo il processo un’offesa alla dignità di tutti i popoli sovrani. Ha riferito anche che i due sequestrati si mantengono forti e in forma e che il presidente ha perso molti chili per l’intensa attività sportiva che sta svolgendo. Tra gli altri, sono intervenuti la sindaca di Caracas, Carmen Meléndez e la deputata Tania Díaz, dirigente del Psuv e rettrice dell’Università internazionale della Comunicazione (Lauicom). Una istituzione particolarmente impegnata nella denuncia e nello smontaggio delle fake news che alimentano in modo parossistico la guerra cognitiva. Tutti gli interventi dal palco hanno ribadito che, nonostante il vuoto fisico lasciato dal presidente sequestrato, la struttura dello Stato bolivariano rimane integra sotto la guida della presidenta incaricata Delcy Rodríguez. La piazza ha risposto con cori e slogan contro le “sanzioni”, proponendo una colletta popolare per sostenere le spese della difesa.
Sulle reti sociali chaviste circolava intanto un audio di tre minuti e trentatré secondi, filtrato dalle mura del carcere di Brooklyn. Si ascoltava la voce di Maduro, ferma e priva di cedimenti nonostante le dure condizioni della detenzione, scagliarsi contro “la menzogna più infame: l’accusa di narcoterrorismo”. Una farsa fabbricata in laboratorio, perfettamente analoga a quelle usate in passato per giustificare l’invasione dell’Iraq o la distruzione della Libia, ha detto il presidente, che ha quindi denunciato “la viltà di un attacco sferrato di notte, a tradimento, mentre le famiglie venezuelane riposavano”, sottolineando che alla luce del sole l’ingiustizia statunitense non potrebbe sostenersi.
Nel suo messaggio, Maduro ha anche risposto ai “transfughi”, a coloro che oggi scelgono il silenzio o puntano il dito contro il governo per puro opportunismo politico, mentre hanno taciuto per anni di fronte agli attacchi subiti dal socialismo bolivariano, e ha dichiarato di “preferire mille volte morire in piedi, con la dignità in alto, che vivere in ginocchio chiedendo perdono all’impero”.
Il richiamo alla fermezza storica agita il dibattito sulla strategia della resistenza bolivariana, dentro e fuori il paese. A quanti, da posizioni radicali o esterne, criticano la scelta di non aver cercato un’immolazione militare immediata, la storia del chavismo risponde con la pedagogia della vittoria e della preservazione dei quadri, presentata come una “ritirata strategica” e non come una resa. Viene ricordata l’uscita dal carcere di Hugo Chávez dal carcere di Yare nel 1994, dopo il fallimento della rivolta civico-militare di due anni prima, e il suo ritorno “alle catacombe del popolo” per riorganizzarsi. Allora come oggi, la ritirata non fu una resa, ma una necessaria accumulazione di forze per la battaglia successiva.
È la filosofia del “viviremos y venceremos”, proclamata ufficialmente nel giugno del 2011 quando Chávez, accogliendo l’appello dei movimenti delle donne e dei popoli indigeni — che gli chiedevano di non invocare la morte come fine ultimo, ma la vita come motore della rivoluzione — trasformò lo slogan storico ereditato da Cuba (“patria o muerte, venceremos”, che invece si grida con forza anche oggi all’Avana, sotto minaccia di invasione Usa). È lo stesso insegnamento che Fidel Castro trasmise a Chávez durante il sequestro del 2002: non immolarsi, perché un leader vivo è l’unica garanzia per la controffensiva e per la protezione del popolo.
Con questo spirito, forti dell’aver mantenuto il controllo politico e sventato i tentativi di accompagnare l’aggressione militare Usa con una “rivoluzione colorata”, si combatte una battaglia per mantenere la sovranità sul fronte economico: ben sapendo di avere una “pistola puntata alla tempia” da parte dell’imperialismo nordamericano. In questo senso, il ripristino delle relazioni diplomatiche, interrotte nel 2019, se ha visto il ritorno della Cia in Venezuela con la riapertura dell’ambasciata Usa, ha anche consentito di riaprire il consolato venezuelano negli Stati uniti. Una delegazione del governo incaricato partirà la prossima settimana e avrà modo di prestare assistenza ai due sequestrati.
Dato il contesto internazionale, Trump non ha nessuna intenzione di rinunciare al petrolio ultrapesante del Venezuela, su cui è riuscito a mettere le mani, fondamentale per le raffinerie del Golfo del Messico e per la venezuelana Citgo negli Usa, costruite per lavorarlo. L’economia venezuelana opera sotto il ricatto delle licenze OFAC, in una condizione di semi-paralisi finanziaria indotta. Il paradosso è evidente: mentre le esportazioni verso gli Stati Uniti hanno toccato i 549.000 barili giornalieri — il livello più alto dal 2019 — ogni transazione è monitorata e condizionata dal Dipartimento del Tesoro statunitense. Questa “pistola alla tempia” finanziaria punta a strangolare la gestione sovrana delle risorse, obbligando il Paese a una navigazione complessa tra necessità di far cassa per provvedere ai salari e ai progetti sociali, e difesa dei principi costituzionali.
Delcy Rodríguez ha respinto categoricamente i tentativi dell’estrema destra guidata da María Corina Machado, la quale, intervenendo da Houston davanti ai giganti petroliferi mondiali, ha proposto la privatizzazione totale dell’impresa petrolifera di stato, PDVSA. Il governo bolivariano ha risposto riaffermando che il petrolio è proprietà inalienabile dello Stato, denunciando come la destra cerchi di approfittare del sequestro del presidente per svendere gli asset strategici della nazione ai capitali stranieri.
Il contesto internazionale riflette un ordine mondiale in frantumi e una profondissima crisi della legalità internazionale. Da Pechino, il portavoce Lin Jian ha condannato il sequestro di Maduro e Flores come una violazione flagrante della Risoluzione 2625 dell’ONU e dei principi di sovranità nazionale. Analisti come il cubano Ernesto Novaes inquadrano il caso in una strategia di “scontro di civiltà”, accomunandolo all’assassinio dell’Ayatollah Ali Khamenei in Iran e alla rinascita della diplomazia delle cannoniere.
In questa cornice di guerra ibrida e di aggressioni militari, la componente cognitiva gioca un ruolo centrale. Laboratori mediatici e portali d’opinione alimentano una sistematica campagna di fake news mirata a creare diffidenza e seminare dubbi tra i quadri della rivoluzione bolivariana: dalla falsa decorazione dei funzionari Cia, ai presunti arresti di ex funzionari a seguito del consueto rimpasto di governo. Vengono diffuse voci su presunte negoziazioni segrete o tradimenti interni per confondere la base popolare, frammentare l’unità necessaria in questo momento di massima pressione. Il chavismo moltiplica i dibattiti interni e internazionali organizzati soprattutto dai settori operai, in cui si ricordano le riflessioni di Lenin e si fa appello alla coscienza del “potere popolare”. Ritirarsi, diceva il dirigente bolscevico, “è cosa difficile, specialmente per dei rivoluzionari abituati all’offensiva, specialmente quando questi rivoluzionari si sono abituati da alcuni anni ad avanzare con successo”.
















