Il parlamento israeliano ha approvato ieri sera il disegno di legge che prevede la pena di morte solo per i prigionieri palestinesi accusati di crimini definiti “nazionalistici”. La norma, approvata con 62 voti favorevoli e 48 contrari, è stata festeggiata alla Knesset dal suo promotore, il ministro supremasista di estrema destra Itamar Ben Gvir, il quale ha definito la decisione “storica”. Il premier Benyamin Netanyahu ha votato a favore della norma, come parte dell’opposizione. Reazioni e proteste da parte dei partiti arabi d’Israele e delle ong che si occupano di diritti umani. Il centro ADALAH ha annunciato che presenterà ricorso all’Alta corte di giustizia israeliana.
Vi riproponiamo l’articolo del 26 marzo che ricapitola i punti principali della legge.
di Eliana Riva
Tra i banchi della Knesset, la spilla a forma di cappio non è solo una provocazione, ma rappresenta il sigillo dorato di uno stato che formalizza il diritto di vita e di morte su base etnica. La Commissione per la sicurezza nazionale ha infatti dato il via libera definitivo al disegno di legge sulla pena di morte, spianando la strada al voto finale in aula previsto nei prossimi giorni, prima della pausa per la Pasqua ebraica. Per garantire il passaggio della norma, la coalizione di governo ha dovuto persino sostituire strategicamente i rappresentanti dei partiti ultraortodossi – contrari per principio – con il deputato del Likud Ofir Katz.
Dietro la terminologia burocratica di omicidi con intenti “nazionalistici” o atti di “terrorismo”, si configura una verità semplice: la legge è scritta esclusivamente per i palestinesi. Il testo definisce punibili con la morte i crimini volti a “danneggiare la rinascita del popolo ebraico”, una formula che per sua natura esclude qualsiasi colono o cittadino israeliano ebreo che uccida un palestinese. Il sistema poggia su un doppio binario giuridico che istituzionalizza l’apartheid: mentre i coloni della Cisgiordania e i cittadini ebrei d’Israele sono protetti dal diritto civile e non rischieranno mai il boia, i palestinesi sono soggetti a tribunali militari, dove la condanna a morte potrà essere emessa a maggioranza semplice, senza unanimità e con margini di appello quasi nulli. Se un israeliano uccide un palestinese, gode dell’impunità o di pene ridotte; se un palestinese uccide un israeliano, lo attende il cappio.
L’uomo dietro la legge è Itamar Ben Gvir, il leader suprematista che ha fatto del “miglio israeliano” – il percorso verso l’esecuzione – il suo manifesto politico. Ben Gvir non si limita a sognare la morte dei prigionieri: la sta già amministrando attraverso una gestione carceraria che diverse organizzazioni internazionali definiscono un “laboratorio di torture”. Anche le Nazioni Unite hanno condannato l’utilizzo ormai consolidato della tortura all’interno delle strutture di internamento: assenza di cure, pestaggi, punizioni corporali, sevizie sessuali e psicologiche sono solo alcuni degli abusi perpetrati sui prigionieri, in larga parte in detenzione amministrativa, senza capi d’accusa. È Ben Gvir l’uomo che ha decretato la fame nelle prigioni, riducendo i pasti a razioni di pane e margarina che hanno causato cali di peso di venti chili in pochi mesi, definendo i prigionieri esseri che devono solo “marcire in cella”. Per il ministro, la vita dei palestinesi non sembra avere alcun valore: nei suoi video social, girati su motovedette della polizia, promette che i “nemici” verranno “impiccati, fucilati o annegati”.
Allo stesso tempo, il leader di Potere ebraico, pretende l’impunità totale per i militari e i coloni israeliani. Mentre invoca il boia per i palestinesi, il ministro ha difeso pubblicamente come “eroi” i soldati dell’unità Force 100 ripresi dalle telecamere a torturare e stuprare un detenuto palestinese nel campo di Sde Teiman. Nonostante il referto medico raccapricciante – polmoni perforati e lacerazioni rettali da oggetto appuntito – Ben Gvir e i vertici del governo hanno scatenato una rivolta contro la procuratrice che aveva osato indagare sui militari. Il caso è stato infine archiviato con la scusa che la vittima, nel frattempo deportata a Gaza, non fosse rintracciabile per testimoniare. Come denunciato dal Comitato contro la tortura in Israele, lo Stato ha di fatto concesso ai propri soldati la “licenza di stuprare”, purché la vittima sia palestinese.
Mentre persino l’esercito e l’intelligence avvertono che la legge sulla pena di morte per i palestinesi violerà il diritto internazionale esponendo i comandanti militari a mandati d’arresto all’estero, il governo Netanyahu procede spedito. La norma impone che l’esecuzione avvenga entro 90 giorni dal verdetto, una corsa verso il patibolo che nega ogni possibilità di grazia. Israele, che ha applicato la pena capitale solo una volta nel 1962 contro il nazista Adolf Eichmann, si prepara oggi a normalizzare l’uccisione di Stato in un sistema fondato sulla disuguaglianza cronica. In realtà i palestinesi in Cisgiordania sono già sotto pena di morte: esecuzioni sommarie, senza prova né accusa avvengono quasi quotidianamente per mano di soldati e di coloni, e nessuno paga per quei crimini. Decine di persone sono state uccise nei campi profughi del nord della Cisgiordania occupata perché, come riportato alla lettera nei verbali dei militari, “guardavano a terra in modo sospetto”. A Gaza le esecuzioni mirate vengono applicate contro chiunque si avvicini alla cosiddetta “linea gialla” che delimita la metà della Striscia occupata da Tel Aviv. Ma anche su chiunque si trovi nei pressi di un’area definita “obiettivo militare”: che siano uomini, bambini, donne, anziani, sono tutte vittime sacrificabili. In questo senso la pena di morte istituzionalizzata non inaugura una nuova epoca. Ma sancisce la continuità di un sistema in cui Israele, indagando su se stesso, finisce sempre per assolversi, riservando il cappio solo ai palestinesi. Pagine Esteri
















