Tra gli osservatori la domanda è inevitabile: perché la più potente marina militare del mondo resta ai margini dello Stretto di Hormuz mentre l’Iran mantiene la capacità di fermare questa porzione di traffico marittimo globale? La risposta non sta nella mancanza di mezzi, ma in un cambiamento profondo e silenzioso della guerra navale.
Per gran parte del XX secolo, la superiorità marittima è stata uno dei pilastri dell’egemonia americana. Dalla Seconda guerra mondiale, quando la flotta statunitense risultò decisiva nel Pacifico e nell’Atlantico, fino alla Guerra fredda, le portaerei hanno rappresentato strumenti mobili di proiezione della forza, capaci di colpire obiettivi terrestri a centinaia di chilometri di distanza. Anche durante il conflitto in Vietnam, le unità navali operavano a ridosso delle coste, da cui partivano incessanti raid aerei.
Questo modello ha iniziato a incrinarsi negli anni Novanta, proprio nel Golfo Persico. Dopo la fine della Guerra fredda, Washington godeva di una superiorità apparentemente incontrastata e le portaerei statunitensi navigavano nello stretto senza opposizione significativa. Ma fu allora che l’intelligence individuò un cambiamento strategico iraniano: la costruzione di postazioni missilistiche fortificate sulle isole di Abu Musa e Tunb e lungo la costa di Bandar Abbas. Quella rete di missili antinave segnò l’inizio di una nuova fase, definita dagli analisti come “negazione d’accesso”. Non si trattava più di sfidare frontalmente la marina americana, bensì di renderne troppo costoso e rischioso l’avvicinamento. Missili relativamente economici, installati a terra e difficili da neutralizzare, potevano colpire navi dal valore di miliardi di dollari.
Da allora, la postura statunitense è cambiata. Le portaerei operano oggi ben al di fuori del Golfo Persico, riducendo l’esposizione ma aumentando i costi operativi, soprattutto per il rifornimento in volo dei velivoli. Allo stesso tempo, la vulnerabilità resta elevata: tempi di reazione ridotti, minaccia di mine navali e proliferazione di sistemi senza equipaggio, sia di superficie sia subacquei.
Le lezioni più recenti arrivano dalla guerra tra Russia e Ucraina, dove sistemi relativamente semplici, inclusi droni e missili, hanno costretto la flotta russa del Mar Nero a ritirarsi. Una dinamica che Teheran ha osservato con attenzione, integrando tecnologie analoghe nel proprio arsenale.
Il risultato è un ribaltamento del rapporto costi-benefici. Gli Stati Uniti si trovano a dover proteggere piattaforme estremamente costose con sistemi difensivi complessi, mentre l’Iran può minacciarle con strumenti molto più economici e facilmente sostituibili. A questo si aggiunge un fattore strutturale: il declino della capacità cantieristica americana rende difficile rimpiazzare rapidamente eventuali perdite.
In questo contesto, l’ipotesi di “aprire” militarmente lo Stretto di Hormuz, evocata più volte dal presidente Donald Trump, appare poco realistica. Anche un intervento terrestre limitato non risolverebbe il problema, perché le capacità iraniane si estendono ben oltre la linea costiera e possono colpire da profondità strategica.
Più che un’impasse temporanea, si tratta di un cambio di paradigma. La supremazia delle portaerei, simbolo della potenza americana per decenni, è messa in discussione da una nuova generazione di armi accessibili e diffuse. Lo Stretto di Hormuz diventa così il laboratorio di una trasformazione più ampia, in cui la superiorità tecnologica non garantisce più il controllo dello spazio marittimo.
In questo scenario, la prudenza della Marina statunitense non è segno di debolezza, ma il riconoscimento di un equilibrio mutato. Un equilibrio in cui la deterrenza non si gioca più soltanto sulla forza dispiegata, ma sulla capacità di infliggere costi insostenibili all’avversario. Anche senza sparare un colpo.

















