Mucha gente no entiende que el Estado socialista, ningún Estado, ningún sistema puede dar lo que no tiene, y mucho menos va a tener si no se produce”.(“Molta gente non capisce che lo Stato socialista, nessuno Stato, nessun sistema può dare ciò che non ha, e tanto meno lo avrà se non si produce”).

Con questo richiamo di Fidel Castro Ruz si apre il Programma Economico e Sociale 2026 presentato dal Primo Ministro Manuel Marrero e già disponibile sulle piattaforme Soberanía e sul sito web della Presidenza di Cuba. Il documento – ha spiegato Marrero (il capo del governo cubano, che ricopre la carica di Primo Ministro dal 21 dicembre 2019) – è stato elaborato sulla base dell’analisi di oltre due milioni di persone di diversi settori della società. Come dire che l’epigrafe non è solo un omaggio formale, ma il cuore di una strategia politica: in un sistema socialista, la distribuzione della ricchezza e la protezione dei più vulnerabili presuppongono la sovranità produttiva, che proviene dalla forza del potere popolare.

Ma come si produce sotto un assedio che oggi, nel 2026, ha raggiunto livelli di ferocia chirurgica? La cronaca di quest’anno è segnata da un’escalation imperialista senza precedenti. La strategia di Donald Trump, che ha cristallizzato l’ostilità di Washington attraverso l’inclusione grottesca di Cuba nella lista dei paesi “sponsor del terrorismo”, è oggi arrivata a una fase parossistica. Non si tratta più solo di bloccare le rimesse o il turismo; l’obiettivo è il collasso totale del Sistema Elettroenergetico Nazionale (SEN). Le sanzioni contro le navi cisterna e le pressioni sulle compagnie di assicurazione marittima sono atti di pirateria moderna che cercano di spegnere letteralmente la luce di un intero popolo per indurre una rivolta per disperazione in vista dell’agognato “cambio di regime”.

Questa aggressione non è un fenomeno isolato. Essa si inserisce in un quadro di attacco frontale contro l’asse della resistenza antimperialista globale. L’Iran, partner strategico di Cuba per la tecnologia medica ed energetica, subisce lo stesso ricatto finanziario, e ora un’aggressione militare. L’attacco al Venezuela bolivariano, culminato nel sequestro del Presidente Nicolás Maduro e della first lady Cilia Flores, è l’esempio plastico di ciò che l’imperialismo riserva a chi non si piega. L’esclusione del Venezuela dai BRICS nel 2024, frutto di manovre diplomatiche e veti incrociati pilotati da Washington per isolare Caracas, è stata una ferita profonda al processo di integrazione multipolare, che Cuba oggi tenta di ricucire con la sua stessa candidatura al blocco, cercando ossigeno finanziario fuori dall’egemonia del dollaro. L’arrivo della petroliera russa, e la promessa di ulteriori invii, è indubbiamente una boccata d’ossigeno che permette di riprendere fiato e di guadagnare tempo.

Mentre a livello internazionale si lavora sul piano diplomatico, sul terreno si assiste a una recrudescenza dell’aggressione mercenaria. Il governo cubano ha denunciato infiltrazioni e tentativi di sabotaggio finanziati da agenzie statunitensi, che utilizzano gruppi irregolari per colpire infrastrutture strategiche, dai depositi di carburante alle reti di telecomunicazione. È la riedizione tecnologica dell’invasione di Playa Girón: una guerra non convenzionale che mira a creare il caos interno per giustificare il riconoscimento di un “governo fantoccio” in esilio.

Di fronte a questo, il Piano 2026 aggiorna i protocolli di difesa territoriale. La sicurezza nazionale non è intesa solo in senso militare, ma come sovranità alimentare ed energetica. Il piano prevede il recupero di 1400 MW di disponibilità elettrica e l’incremento delle rinnovabili, già ampiamente utilizzate, al 15%, trasformando ogni municipio in una “trincea produttiva” capace di resistere autonomamente in caso di isolamento totale. La cybersicurezza è diventata l’altra grande frontiera: difendere la psiche collettiva dalla “guerra cognitiva” che, attraverso algoritmi e bot, tenta di trasformare il disagio materiale in odio verso le istituzioni rivoluzionarie.

Il documento di Marrero fissa dati che sfidano la logica del profitto neoliberista. Nonostante il blocco, e mentre la media regionale della mortalità infantile in America Latina si attesta sopra il 13-15 per mille — con picchi drammatici nelle zone rurali e indigene — Cuba punta a una copertura universale che garantisca un tasso inferiore al 7.5. È la sfida di un sistema che, a differenza del modello neoliberista basato sull’accesso stratificato per reddito, trasforma indicatori d’eccellenza, solitamente riservati alle fasce più abbienti del continente, in un diritto di massa garantito anche nelle aree più remote dell’isola.

Mantenere questi numeri nel 2026 è un’impresa titanica. La mancanza di antibiotici, di reagenti per le analisi e di pezzi di ricambio per le incubatrici (tutti colpiti dal blocco) mette a rischio questi traguardi ogni giorno. Marrero non cita questi dati per vantarsi, ma per indicare che, nonostante la “ritirata strategica” economica, il governo non è disposto a cedere sui pilastri della vita umana.  Per sostenere questi servizi, il piano 2026 impone una rigida disciplina fiscale: riduzione del deficit e contenimento della liquidità per frenare l’inflazione.

La “Ley SSAN” (Sovranità e Sicurezza Alimentare) è il perno economico: il piano mira a incrementare del 20% la produzione locale di cereali, proteine e ortaggi, garantendo la copertura del 90% degli assistenti sociali nelle zone vulnerabili. Non è una ritirata, ma una ridislocazione delle forze: lo Stato mantiene il controllo dei settori strategici (nichel, biotecnologie, energia) mentre apre alle micro-imprese (MIPYMES) per ossigenare la distribuzione dei servizi e dei beni di consumo, evitando però la formazione di nuovi monopoli privati.

In questo scenario di assedio, i convogli della solidarietà internazionale che giungono nell’isola rappresentano molto più che semplici aiuti materiali. Per i delegati e i militanti, la visita al Centro Fidel Castro Ruz a l’Avana o al Museo della Rivoluzione è un rito di passaggio necessario. Lì si ripercorre il “prima” e il “dopo”: la Cuba del 1958, bordello e casinò degli Stati Uniti, e la Cuba rivoluzionaria che ha sradicato l’analfabetismo e sconfitto l’apartheid in Africa a Cuito Cuanavale.

Con quella battaglia in Angola, Cuba ha cambiato la storia del mondo. Fu, infatti, proprio l’intervento dei soldati e dei medici cubani in quella cittadina angolana a spezzare le reni all’esercito del regime dell’apartheid sudafricano, costringendolo alla ritirata e aprendo la strada alla liberazione di Nelson Mandela e all’indipendenza della Namibia. Ricordare oggi Cuito Cuanavale significa ricordare che la resistenza cubana  è sempre stata internazionalista.

Vedere i resti delle aggressioni passate, vedere i resti degli aerei abbattuti durante le aggressioni bio-chimiche degli anni ’60 o le prove dei tentativi di assassinio contro Fidel Castro,  aiuta a contestualizzare l’attacco attuale di Trump e dei suoi alleati regionali (come Milei, Bukele o i settori golpisti venezuelani): non è una “crisi di gestione”, ma una guerra di sterminio politico  che dura da sessant’anni.

In assenza di rapporti di forza globali che permettano una rottura violenta con il mercato mondiale, Cuba pratica una “resistenza creativa”. Celebrando i cento anni di Fidel, l’isola ribadisce che il socialismo non è un fossile del passato, ma l’unica alternativa possibile alla barbarie. La sfida del 2026 è dimostrare che un popolo organizzato può produrre ciò di cui ha bisogno senza vendere la propria anima all’imperialismo. Il Piano di Marrero, con la sua durezza e la sua speranza, è il testamento politico di un popolo che non ha ancora finito di scrivere la storia.