Nella foto Wikimedia Commmons, a sinistra il ministro degli esteri iraniano, Abbas Araghchi. A destra l’inviato Usa in Medioriente, Steve Witkoff.
L’annuncio è arrivato a poche ore da quella che sembrava destinata a essere una nuova escalation militare. Gli Stati Uniti oggi hanno interrotto l’attacco contro l’Iran. Donald Trump ha formalizzato un cessate il fuoco di due settimane, subordinato alla riapertura dello Stretto di Hormuz. Una pausa che dovrebbe consentire negoziati per un accordo di lungo periodo. Ma nei fatti segna già un risultato politico e strategico per Teheran.
Secondo funzionari statunitensi citati dalla stampa americana, l’ordine di cessazione delle ostilità richiederà tempo per essere trasmesso ai ranghi inferiori del Corpo delle Guardie Rivoluzionarie Islamiche, segno di una macchina militare iraniana ancora pienamente operativa. Nel frattempo Israele ha annunciato, tramite fonti della Casa Bianca, che aderirà alla tregua sospendendo gli attacchi contro l’Iran durante la finestra negoziale. Una scelta obbligata più che volontaria, maturata sotto la pressione americana. L’Iran peraltro, dopo l’annuncio del cessate il fuoco, ha lanciato missili a ripetizione contro Israele dove le sirene di allarme sono entrate in azione in ogni punto del paese.
Trump, parlando dalla Casa Bianca, ha detto che Washington ha già raggiunto «tutti gli obiettivi militari» e che un accordo definitivo sarebbe vicino. Eppure, le sue parole tradiscono una realtà più complessa. Per la quarta volta in poche settimane, il presidente ha rinviato un attacco su larga scala contro infrastrutture energetiche e civili iraniane, dopo aver inizialmente imposto ultimatum sempre più stringenti a Teheran.
La svolta è arrivata con la proposta iraniana in dieci punti, trasmessa attraverso la mediazione del Pakistan del premier Shehbaz Sharif. Il piano prevede condizioni che, fino a poche settimane fa, sarebbero state considerate irricevibili da Washington: riconoscimento del programma di arricchimento dell’uranio, rimozione completa delle sanzioni economiche, sblocco dei beni congelati e, soprattutto, mantenimento del controllo iraniano sullo Stretto di Hormuz.
In una dichiarazione del Consiglio Supremo iraniano per la Sicurezza Nazionale, il ministro degli Esteri Abbas Araqchi ha confermato la disponibilità a garantire «un passaggio sicuro» nello stretto, pur sottolineando «limitazioni tecniche» e la necessità di coordinamento con le forze armate iraniane. Un linguaggio che ribadisce, senza ambiguità, chi detiene il controllo reale di uno dei nodi energetici più cruciali del pianeta.
Il cessate il fuoco si estende anche agli alleati delle due parti, includendo teatri sensibili come il Libano.
Al di là delle dichiarazioni ufficiali, il quadro che emerge è quello di un compromesso imposto dai limiti della forza. Gli Stati Uniti, pur mantenendo una schiacciante superiorità militare, hanno scelto di fermarsi senza aver piegato la leadership iraniana. Al contrario, Teheran è riuscita a trasformare la pressione militare in leva negoziale. Il controllo dello Stretto di Hormuz, attraverso cui transita circa un quinto del petrolio mondiale, resta il punto centrale. La sua chiusura, anche parziale, ha dimostrato la vulnerabilità del sistema energetico globale e ha costretto Washington e i suoi alleati a fare i conti con un rischio sistemico che nessuna escalation avrebbe potuto gestire senza conseguenze devastanti.
L’Iran non solo ha resistito, ha anche imposto le proprie condizioni a una potenza che, fino a poche ore fa, minacciava «forze distruttive» senza precedenti. La richiesta di una risoluzione vincolante del Consiglio di Sicurezza dell’ONU, inoltre, punta a cristallizzare questi risultati sul piano del diritto internazionale. Se i negoziati porteranno a un accordo stabile, sarà difficile negare che la guerra ha portato all’Iran un successo politico costruito sulla sua capacità di resistere, negoziare e sfruttare le contraddizioni dell’avversario.
















