PERÙ:

Un popolo di precari alle urne

Domenica 12 aprile, oltre 25 milioni di peruviani sono chiamati alle urne per scegliere il prossimo presidente tra una selva di 35 candidati. Ma il dato più inquietante che emerge alla vigilia del voto non è politico, bensì materiale: il 42% della forza lavoro vive in una situazione di sottoccupazione. Secondo i dati più recenti dell’INEI, solo a Lima oltre 1,6 milioni di persone lavorano senza guadagnare abbastanza per coprire il paniere di base.

Il sistema, ereditato dalla flessibilizzazione selvaggia degli anni ’90 di Alberto Fujimori, ha istituzionalizzato il “contratto temporaneo”. Oggi, sette lavoratori formali su dieci non hanno stabilità, un meccanismo che non solo impedisce ogni progetto di vita, ma funge da deterrente contro la sindacalizzazione. In questo scenario, la politica appare tragicamente distante: meno del 5% delle proposte dei candidati affronta riforme del lavoro strutturali.

Tra i 35 contendenti, l’area progressista e marxista cerca di ricomporre i pezzi dopo la turbolenta caduta di Pedro Castillo, il maestro lontano dalle oligarchie, che sta ancora pagando con il carcere la sua vittoria presidenziale. Perù Libre, guidato da Vladimir Cerrón, pur tra le polemiche, mantiene un orientamento marxista, proponendo la nazionalizzazione delle risorse strategiche e una nuova Costituzione (obiettivo condiviso da quasi tutta la sinistra). Venceremos, con Ronald Atencio, punta su una redistribuzione radicale della ricchezza, mentre Juntos por el Perú (Roberto Sánchez) e Ahora Nación (Alfonso López Chau) offrono una visione più istituzionale focalizzata sull’industrializzazione. E resta alta la tensione per la morte “sospetta” di Gilbert Infante, candidato di Fe en el Perú: vittima, secondo il suo partito di un assassinio politico orchestrato per intimidire i movimenti popolari.

ECUADOR:

Jorge Glas in pericolo di vita

La situazione clinica dell’ex vicepresidente Jorge Glas è ormai definita disperata. Detenuto in condizioni disumane dopo il violento assalto all’ambasciata del Messico in cui si era rifugiato per sfuggire alla persecuzione giudiziaria, Glas è vittima di un lawfare che è degenerato in tortura medica. Nel 2025, la Comisión Interamericana de Derechos Humanos (CIDH) ha ordinato allo Stato ecuadoriano di trasferire Glas in un centro ospedaliero, considerando che le condizioni carcerarie mettevano a rischio la sua vita, ma l’ingiunzione è stata ignorata. I movimenti per i diritti umani denunciano che il governo Noboa sta lasciando morire Glas in cella per lanciare un segnale di terrore a tutta la Revolución Ciudadana. Si moltiplicano gli appelli internazionali per un corridoio umanitario che permetta il suo trasferimento immediato in un centro ospedaliero fuori dal Paese. Intanto, l’avvocato del movimento Revolución Ciudadana, Gabriel Rivera, ha presentato formalmente una impugnazione presso il Tribunal Contencioso Electoral (TCE) per contestare la decisione dell’autorità elettorale (il CNE) di anticipare dal 27 febbraio 2027 al 29 novembre 2026 le elezioni amministrative locali.

ARGENTINA:

Milei si inginocchia a Netanhyau

In un atto di palese sottomissione geopolitica, Javier Milei ha dichiarato la Guardia Rivoluzionaria Iraniana organizzazione terrorista, inserendola nel registro RePET. La decisione, presa su pressione diretta del governo israeliano, trascina l’Argentina in una spirale bellicista estranea alla sua storia. Nel frattempo, mentre si moltiplicano le proteste popolari, le celebrazioni per il 44° anniversario delle Malvinas sono state segnate dalla denuncia dei veterani contro la politica di “svendita” del mare argentino e la crescente cooperazione militare con la NATO nell’Atlantico del Sud. Il sacrificio dei soldati di leva, che resistettero per 60 giorni in condizioni antartiche, rimane il simbolo di una patria che non si arrende.

Tuttavia, il governo di Javier Milei agisce oggi in senso opposto, operando una “resa diplomatica” senza precedenti. Una decisione che, oltre a saldare debiti politici con Washington e Tel Aviv, espone il Paese a conflitti estranei alla regione, cancellando decenni di neutralità diplomatica in cambio di una sottomissione coloniale mascherata da lotta al terrorismo.

BRASILE:

Lula e i movimenti verso le elezioni

Si è conclusa a fine marzo a Porto Alegre la “Prima Conferenza internazionale antifascista dei popoli”, che ha riunito movimenti, intellettuali e dirigenti politici provenienti da oltre 40 paesi. Il documento finale, la “Carta di Porto Alegre”, approvata all’unanimità, ha denunciato l’ascesa dell’estrema destra e lanciato un appello all’unità internazionale contro l’imperialismo. Il documento ha evidenziato la crisi strutturale del capitalismo e denunciato l’avanzata globale dell’estrema destra, legata all’imperialismo, alle guerre e all’erosione dei diritti sociali. Ha sottolinea, inoltre, la necessità di unità tra i movimenti popolari, le organizzazioni politiche e i settori oppressi per far fronte a quella che ha descritto come un’offensiva autoritaria su scala internazionale. Fra gli impegni presi, la campagna per la liberazione del presidente venezuelano, Nicolas Maduro, sequestrato insieme alla first lady dalle truppe speciali Usa il 3 gennaio scorso; la condanna dell’aggressione militare all’Iran e l’appoggio alla Palestina: la partecipazione alla riunione anti-Nato che si terrà in Turchia nel 2026, il controvertice al G7, a giugno in Francia e Svizzera il Social Forum in Benin in agosto. Intanto, il presidente Lula, in base alla legge elettorale, ha annunciato l’uscita dal governo di 14 ministri che potranno così candidarsi alle elezioni di ottobre. Lula ha anche annunciato che proporrà Geraldo Alckmin come candidato alla vicepresidenza. Il presidente cerca di equilibrare così le forze interne per resistere agli attacchi speculativi dei mercati finanziari e del “Centrão”, e all’ascesa della destra in America latina.