Reportage e foto di Davide Torniell

L’allarme è stato da tempo lanciato: Kabul rischia di rimanere senz’acqua entro la fine di questo decennio. L’acqua viene da tempo razionata nelle province meridionali di Kandahar, Helman, Ninruz ad anche a Zabul, Paktika, Farah. Nelle paludi di quest’ultima, al di là della frontiera con l’Iran, si dice che Zarhatustra sia salito al cielo. Ma ora fiumi, laghi e paludi, sono prosciugati. La città di Farah, ove vivono 110 mila persone, possedeva sino a una ventina di anni or sono fonti e falde di superficie. Ora le pompe pescano a cento metri di profondità e il suolo coltivabile si sta salinizzando.

È il quotidiano in tutto l’Afghanistan, ove i rifugiati ambientali si sommano ai profughi di tutte le guerre, agli oltre tre milioni di returnee espulsi da Pakistan e Iran, agli sfollati interni. Il paese ha sete, ma non può costruire desalinizzatori perché non ha sbocco al mare. È notizia di questi giorni, che gli Usa abbiamo colpito nel vicino Iran questi impianti, ben conoscendo il terrore che la mancanza d’acqua genera nel sud del paese. Kabul conta sei milioni di abitanti e una periferia sterminata e caotica, cresciuta a dismisura nell’ultimo ventennio. Lo sviluppo non ha seguito un piano e nemmeno le più basilari norme edilizie. Famiglie e clan provenienti dalla provincia occupano terre presunte demaniali, si insediano scavando un proprio pozzo e una vasca per le acque nere. L’urbanizzazione selvaggia ha portato alla contaminazione delle falde, il cui livello è diminuito del 40%, ponendo intere aree fuori controllo. Negli ultimi anni sono state costruite strade, senza posizionare le tubature e si calcola che ad oggi l’80% dell’acqua della capitale sia satura di colibatteri. La situazione a Kandahar, seconda città dell’Afghanistan e sede dell’emiro, è ancora più critica; Herat ha accolto lo scorso anno i primi profughi climatici della sua grande e semidesertica provincia.

Lo stato di guerra che caratterizza l’Afghanistan dal 1979, data dell’invasione sovietica, ha permesso che la questione ambientale venisse relegata ai margini. A febbraio 2026 è scoppiato apertamente il conflitto con il Pakistan; il potente vicino ha bombardato più volte Kabul e province calde come il Kunar. Il 16 marzo è stata colpito nella capitale un centro di cura per tossicodipendenti, provocando oltre 400 vittime. Il Pakistan si è detto estraneo all’azione, che tuttavia non è stata rivendicata da nessun movimento o organizzazione. Nel paese è attivo l’ISIS-K, Stato Islamico – Provincia del Khorasan, che negli ultimi anni ha realizzato attentati ai danni della minoranza scita e dei pochi internazionali. I due movimenti sono stati alleati sino alla presa di potere del 2021, quando il conflitto è esploso riguardo alla strategia. Ad acuire la tensione, una diversa interpretazione della Jihad, che l’Isis avrebbe voluto fosse esportata attivamente nei paesi limitrofi all’Afghanistan.

In ogni caso, in Kunar aveva la propria base operativa l’emiro dei talebani pakistani Noor Wali Mehsud, responsabile di innumerevoli attacchi e stragi in Pakistan, che accusa Kabul di sostenere il gruppo e mirare ad un rovesciamento di potere. Accusa respinta dai talebani afghani, che pur durante l’occupazione Usa avevano trovato rifugio nelle aree tribali pakistane, governate da Tehrik-e-Taliban Pakistan (TTP). L’accordo sottoscritto a Doha nel 2020 ha lasciato l’emirato afghano, non riconosciuto a livello internazionale, in una sorta di limbo, dando inizio a una spregiudicata politica di alleanze commerciali e politiche. Sulla testa del vice leader supremo Serajuddin Haqqani, che ha partecipato ai tavoli negoziali con gli Usa, pende ancora una taglia di 5 milioni di dollari.

Esiste un secondo innesco del conflitto con il Pakistan, legato al recente avvicinamento dell’emirato all’India guidata da Modi. Nell’ottobre 2025, il Ministro degli Esteri talebano Amir Khan Muttaqi, anch’egli ricercato internazionale, è stato ricevuto ufficialmente a Delhi dal Primo ministro. Si tratta di un’alleanza singolare, in quanto Modi è un nazionalista indù che persegue la minoranza musulmana interna e che ha tolto l’autonomia allo stato frontaliero a maggioranza islamica del Kashmir. Lo stato di guerra tra India e Pakistan è costante dal 1947; l’ultimo scontro armato è avvenuto nel maggio 2025, quando in risposta a un attentato terroristico in Kashmir, il subcontinente ha attaccato. L’aviazione indiana ha tuttavia subito una cocente sconfitta e l’abbattimento di quattro caccia. Da allora la tensione tra i due paesi, dotati di armi atomiche, non ha fatto che salire, coinvolgendo Cina e Russia, schierate con il Pakistan. Il  fulcro del sistema è il Corridoio Economico Cina-Pakistan (CPEC), parte della Belt and Road Initiative, che prevede miliardi di investimenti in infrastrutture ed energia.

I conflitti regionali e l’opulenza ostentata da emirati e sauditi paludano la gravità della crisi climatica e gli effetti dell’indefinita espansione degli insediamenti urbani. Riyadh ha superato gli otto milioni di abitanti, mentre Dubai è passata dai 175 mila abitanti degli anni ’70 agli attuali quattro milioni, che prevede di raddoppiare entro il 2040. Il caso delle città insostenibili del Golfo evidenzia uno squilibrio che si fa via via più ampio. Ne fa fede il Kuwait, ove il 90 % dell’acqua potabile proviene dal mare; Barhain, Iran e Iraq meridionali non sono messi meglio. Fragilità che, con il divampare della guerra in Iran, sono divenute evidenti: laddove i desalinizzatori smettono di funzionare, la sopravvivenza viene meno.

L’altra faccia della medaglia è rappresentata dai paesi più poveri. Con una popolazione di 45 milioni di abitanti, un tasso di crescita demografica del 2,71 %, e metà della popolazione sotto la soglia d’indigenza, l’Afghanistan è in emergenza idrica. Un quadro che, con l’attuale revival dei combustibili fossili e l’accelerazione del cambiamento climatico, non pare destinato a migliorare. Il governo talebano ha in programma di costruire nuovi bacini, come sta avvenendo a nord di Kabul e ad Herat, e mappare e sfruttare nuove fonti sotterranee, pratica che alimenta i conflitti locali. È il caso dell’Afghanistan con l’Iran e, in termini macroscopici, della tensione tra Etiopia, Sudan e Egitto per la costruzione della grande diga sul Nilo Azzurro. In altri casi, paesi come la Siria, a causa della costruzione di dighe turche sul Tigri e l’Eufrate, hanno dovuto subire una diminuzione del flusso dei loro fiumi.

Le piogge sono favorite dalla presenza delle piante, e piani di riforestazione sono stati avviati anche in paesi aridi, ma con grandi mezzi, come l’Arabia Saudita. Situazione più complessa in aree semiaride e povere come Herat, ove le precipitazioni stagionali sono sensibilmente diminuite. Le piogge, divenute torrenziali, fanno tracimare i fiumi, provocando danni e inondazioni. È il caso dell’Hari Rud, che con la piena del 2024 ha travolto centri abitati e danneggiato le poche infrastrutture presenti. Se troppo violente, le piogge non si depositano nelle falde e l’acqua tende a dilavare il sottile strato di suolo.  Inoltre, le precipitazioni nevose che un tempo caratterizzavano l’Hindukush si sono fatte rare, i ghiacciai del Pamir si stanno ritirando e l’altezza dello zero termico è progressivamente aumentata.

Nell’Afghanistan occidentale sono sorti innumerevoli impianti di pompaggio alimentati con i pannelli solari, costruiti con materiali a basso costo, provenienti dalla Cina. L’effetto sulle falde, che ad Herat sono scese da 15 ad oltre 30 metri di profondità, è evidente in tutto il paese. La rete idrica afghana risale agli anni ’70 e ha un tasso di dispersione altissimo. La gestione dell’acqua è responsabilità dell’agenzia AUWSSC, che tuttavia in 11 province su 34 non è presente. La rete nazionale copre in pratica il 50% delle forniture, che in molte aree sono di competenza locale. Negli anni sono stati realizzati piani a livello regionale, tra cui uno finanziato dalla World Bank, rimasti incompiuti a causa dell’instabilità del paese. Laddove le infrastrutture sono sorte senza pianificazione, la posatura delle tubature è divenuta molto complessa. Una situazione che favorisce le imprese private che vendono acqua, il cui valore commerciale continua a salire, assorbendo nella capitale il 30 % delle risorse delle famiglie più povere.