Le rive del Danubio sono state illuminate dai fuochi d’artificio per celebrare quella che molti hanno definito una vera e propria liberazione: dopo oltre un decennio di dominio incontrastato, l’era di Viktor Orbán è giunta al termine con la vittoria schiacciante di Peter Magyar. I risultati delle elezioni parlamentari consegnano al partito Tisza una maggioranza dei due terzi, con 138 seggi su 199, permettendo a Magyar di avere mano libera per smantellare l’apparato illiberale costruito dal suo predecessore. L’affluenza alle urne è stata da record storico, sfiorando l’80% e superando persino i dati del 1990, segno di una mobilitazione di massa trainata soprattutto dai giovani e dalle città di medie dimensioni. Orbán, pur ammettendo una sconfitta definita dolorosa ma inequivocabile, ha preso atto del risultato e ha promesso di continuare a servire la nazione dalle file dell’opposizione.
Mentre gran parte della stampa internazionale si è affrettata a etichettare la caduta di Orbán come la fine del principale “amico di Putin” nell’Unione Europea, la realtà politica del leader magiaro era molto più complessa e radicata in un’ampia rete di alleanze internazionali che andavano ben oltre il Cremlino, attraversando l’Europa fino a giungere alla Casa Bianca. Orbán rappresentava infatti il fulcro di un asse sovranista globale che comprendeva le destre europee – inclusa quella italiana rappresentata da Giorgia Meloni e Matteo Salvini – e il premier israeliano Benjamin Netanyahu. Un momento emblematico di questa postura politica è stato l’invito ufficiale rivolto a Netanyahu nell’aprile del 2025, un vero e proprio gesto di sfida al diritto internazionale e alle istituzioni europee. Nonostante il mandato di cattura della Corte penale internazionale dell’Aja per crimini contro l’umanità e crimini di guerra a Gaza, Orbán scelse di calpestare gli obblighi legali derivanti dallo Statuto di Roma, garantendo al premier israeliano che non sarebbe stato arrestato in terra ungherese.
Questa liaison tra Budapest e Tel Aviv aveva radici profonde e strutturali, basate su una visione del potere che poneva i leader al di sopra della giustizia internazionale. Sotto la guida di Orbán, l’Ungheria ha sistematicamente votato “no” alle risoluzioni UE di condanna contro Israele, ha acquistato lo spyware israeliano Pegasus con il beneplacito di Netanyahu e ha persino ventilato lo spostamento della propria ambasciata a Gerusalemme. Tale sintonia si rifletteva anche nelle alleanze a Bruxelles, dove il Likud di Netanyahu è diventato partito osservatore dei Patrioti per l’Europa, il gruppo parlamentare sovranista che unisce il Fidesz di Orbán alla Lega di Salvini, al Rassemblement National e a Vox. Anche la premier italiana Giorgia Meloni, pur complimentandosi con Magyar per la vittoria, ha tenuto a ringraziare pubblicamente l’amico Orbán per l’intensa collaborazione di questi anni, confermando la solidità di un fronte politico che vedeva nell’Ungheria la propria punta di diamante. La caduta di Orban rappresenta un duro colpo anche per il presidente statunitense Donald Trump, che si è speso fino all’ultimo per il suo alleato e amico, intervenendo più volte a suo favore nella campagna elettorale.
Chi è Peter Magyar
Il nuovo premier Peter Magyar, un conservatore moderato e fermamente filoeuropeista legato al Partito Popolare Europeo, promette ora una sterzata netta verso l’integrazione continentale e il ripristino dello stato di diritto. “Oggi il popolo ungherese ha detto sì all’Europa”, ha proclamato Magyar di fronte alla folla in festa, annunciando che i suoi primi impegni ufficiali saranno a Varsavia e a Bruxelles per ricucire i rapporti e sbloccare i cruciali fondi UE.
Da bambino teneva la foto di Viktor Orban attaccata al muro della cameretta. Era il 1990, l’Ungheria celebrava le sue prime elezioni libere e Orbán era l’eroe anticomunista. Magyar non è un estraneo al potere, ma un ex membro dell’élite di Fidesz, il partito nazional-conservatore, populista e illiberale Orban. Diplomatico a Bruxelles, manager in enti statali, ha sposato Judit Varga, figura chiave del governo Orban e già ministro della Giustizia. Per anni Magyar ha frequentato i salotti ristretti del potere ungherese, respirando l’aria dei palazzi dove si decidevano le sorti del Paese.
La scintilla della rivolta è scoccata nel 2024. Il governo, che aveva costruito la propria immagine sulla difesa della famiglia cristiana e dei bambini, è finito al centro di uno scandalo per la concessione di un atto di clemenza a un uomo condannato per aver coperto abusi sessuali in una casa famiglia. Le dimissioni della presidente Katalin Novák e di Judit Varga sono state solo l’inizio. Magyar ha scelto quel momento per reagire, scagliandosi contro i vertici di Fidesz con un post in cui accusava i burocrati di “nascondersi dietro le gonne delle donne” usandole come capri espiatori per errori collettivi.
Da quel momento, Magyar si è trasformato nel più pericoloso degli avversari: l’insider che mette a nudo il funzionamento di un sistema descritto come “marcio”. Ha spiegato agli ungheresi che Fidesz non era più una forza politica, ma un “prodotto di marketing” utilizzato per accrescere la ricchezza delle élite mentre i cittadini lottavano contro il costo della vita, servizi pubblici al collasso e stipendi stagnanti. Il messaggio ha trovato un terreno fertilissimo. Nel marzo 2024, una protesta guidata da lui ha portato in piazza 35.000 persone, segnando la nascita ufficiale del movimento Tisza.
Nonostante il trionfo, Magyar resta per molti un “cavallo oscuro”. La sua campagna elettorale è stata un capolavoro di equilibrio e prudenza, studiata per non offrire alcun fianco ai media controllati dai lealisti del vecchio governo. Se su temi come la corruzione, lo stato di diritto e il rapporto con l’Unione Europea la rottura con il passato è netta, su altri fronti Magyar sceglie la linea del pragmatismo o del silenzio. Sull’immigrazione promette una linea persino più dura di quella di Orban, puntando all’eliminazione del programma per i lavoratori ospiti. Sul fronte russo, pur dichiarando di voler azzerare la dipendenza energetica da Mosca entro il 2035, Magyar mantiene una posizione cauta sull’invio di armi a Kiev e sul suo ingresso nell’UE. Ha evitato invece accuratamente il tema dei diritti LGBTQ+ e degli eventi Pride, portando molti analisti a definire la sua agenda ancora speculativa su questi e altri, numerosi temi. Pagine Esteri
















