L’annuncio del ritorno della rappresentanza del Venezuela presso il Fondo monetario internazionale, dopo sette anni di esclusione, segna un punto di svolta che non è solo tecnico, ma profondamente geopolitico. La decisione è stata salutata dalla presidenta incaricata Delcy Rodríguez come un “passo molto importante per l’economia venezuelana, ma anche per ciò che il Venezuela rappresenta per la nostra regione. È stato un grande risultato della diplomazia venezuelana e voglio ringraziare anche tutti i paesi e tutti i governi che si sono uniti a questo impulso per il ritorno del Venezuela nel Fondo Monetario Internazionale”, ha detto.

Il ritorno del Venezuela nel Fondo Monetario Internazionale non è solo una notizia di carattere economico, ma il superamento di un assedio finanziario che ha segnato profondamente la vita della popolazione negli ultimi sette anni. Essere espulsi dai circuiti del Fondo nel 2019 ha significato per il paese l’impossibilità di accedere ai Diritti Speciali di Prelievo, asset di riserva che spettano a ogni Stato membro e che, nel caso venezuelano, ammontano a circa 5 miliardi di dollari. Questo congelamento non è stata una scelta burocratica, ma una sanzione politica che ha privato lo Stato di liquidità immediata per la difesa del salario e della produzione nazionale.

L’impatto di questa esclusione è diventato drammatico durante la pandemia di Covid-19. Mentre la comunità internazionale si dotava di fondi d’emergenza per fronteggiare la crisi sanitaria, il Venezuela si è visto negare ripetutamente l’accesso a tali risorse. Nel marzo del 2020, il governo di Nicolás Maduro presentò una richiesta ufficiale per 5 miliardi di dollari dal fondo d’emergenza del Fmi per l’acquisto di vaccini e attrezzature mediche, ma la risposta fu un diniego basato sul mancato riconoscimento politico delle autorità bolivariane da parte delle potenze occidentali. Questa decisione ha costretto il paese a operare in condizioni di asfissia, rendendo l’acquisto di medicinali e beni di prima necessità un’impresa titanica condotta sotto il costante ricatto delle sanzioni unilaterali.

L’esclusione del Venezuela dal sistema SWIFT (Society for Worldwide Interbank Financial Telecommunication) ha rappresentato una sorta di “messa al bando” digitale. Lo SWIFT non sposta fisicamente denaro, ma è il linguaggio standardizzato con cui le banche di tutto il mondo comunicano per eseguire i pagamenti internazionali. Essere tagliati fuori ha significato che le banche venezuelane non potevano più inviare o ricevere messaggi sicuri per transazioni transfrontaliere. Ogni operazione, anche per l’acquisto di beni essenziali, è diventata lenta, costosa e rischiosa, dovendo passare attraverso intermediari o circuiti alternativi.

Questa misura ha colpito direttamente la capacità del paese di ricevere i pagamenti per il petrolio e di pagare i fornitori esteri, alimentando artificialmente il desabastecimiento (la carenza di beni) e costringendo lo Stato a operare in una sorta di clandestinità finanziaria forzata.

È quanto accade da oltre sessant’anni a Cuba, sottoposta a un bloqueo che si inasprisce adeguandosi alle condizioni di sviluppo del sistema economico-finanziario capitalista.

Infatti, mentre il FMI si occupa della stabilità monetaria, la Banca Mondiale finanzia progetti di sviluppo a lungo termine (infrastrutture, sanità, istruzione). La ripresa dei rapporti con il Venezuela, annunciata in questo aprile 2026, può cambiare radicalmente le prospettive del paese. Tornare ad avere accesso alla Banca Mondiale significa poter negoziare prestiti a tassi agevolati per la ricostruzione del Sistema Elettrico Nazionale e per il potenziamento dei servizi pubblici, settori duramente colpiti dagli anni di sabotaggio e mancanza di pezzi di ricambio dovuta al blocco. Oltre al denaro, l’accesso alla Banca Mondiale funge da segnale per gli investitori privati internazionali. Ora, questo segnale indica che il paese è nuovamente considerato un attore economico legittimo e solvibile, facilitando l’ingresso di capitali esteri necessari per diversificare l’economia oltre l’estrattivismo.

Per anni, il governo venezuelano ha denunciato in ogni sede internazionale — dall’Assemblea Generale dell’Onu ai vertici regionali — quanto l’uso del sistema finanziario globale come arma di pressione politica costituisse un crimine contro l’umanità, colpendo indiscriminatamente la popolazione civile. La reazione del Fmi, che ha seguito pedissequamente la linea dettata da Washington, ha rappresentato una forma di lawfare finanziario volto a indurre il collasso sociale per favorire un cambio di regime. Il ritorno odierno, per questo salutato dalla presidenta incaricata come una vittoria della diplomazia sovrana, mette (per il momento) fine a questo periodo di isolamento forzato, restituendo al Venezuela i suoi diritti legittimi all’interno di un organismo del quale è parte fondatrice dal 1946.

Questa “normalizzazione”, guidata dalla presidenta encargada Delcy Rodríguez e dalla direzione del processo bolivariano, mostra chiaramente il ruolo nefasto delle “sanzioni” e quel che potrebbero fare in termini di sviluppo umano i paesi come Cuba – che presenta puntualmente proiezioni al riguardo – se non fossero asfissiati dal bloqueo economico-finanziario. Questa “apertura” smonta il castello di carte della “presidenza parallela” dell’estrema destra, e riconosce che l’unico interlocutore reale è il Governo Bolivariano. La fine dell’esilio finanziario non è un regalo degli Stati Uniti, ma il riconoscimento di una realtà materiale che l’imperialismo non è riuscito a cancellare. È un altro passo avanti nel complesso processo di “ritirata strategica” che sta portando avanti (obtorto collo, dato il sequestro del suo presidente), il socialismo bolivariano per continuare a caratterizzarsi come tale.

La decisione arriva in un momento in cui il mercato petrolifero globale è sconvolto dalle tensioni in Medio Oriente, riposizionando Caracas come il secondo partner energetico degli Stati Uniti. Questo reingresso, sostenuto paradossalmente da attori come Washington accanto a Brasile, Qatar ed Emirati Arabi Uniti, riflette la necessità pragmatica del capitale internazionale di stabilizzare i flussi in un’area strategica, nonostante il regime sanzionatorio resti formalmente in vigore.

Infatti, parallelamente, l’emissione delle licenze 56 e 57 da parte dell’Ofac risulta essere uno strumento di flessibilità condizionata e reversibile. Se da un lato queste autorizzazioni permettono al Banco Central de Venezuela di operare con maggiore respiro e aprono alla possibilità di recuperare infrastrutture critiche attraverso partner come Siemens o General Electric, dall’altro non costituiscono affatto un sollevamento del blocco.

Si tratta di una concessione parziale che mira a facilitare gli investimenti occidentali, mantenendo però il controllo discrezionale del Tesoro statunitense sulle risorse sovrane venezuelane. È il paradosso di un’economia che cresce — con un incremento del Pil e delle esportazioni che prosegue dal 2021 — pur rimanendo sotto l’assedio di oltre mille misure coercitive attive.

In questo contesto di ripresa economica e diplomatica, il quadro istituzionale resta saldamente ancorato alle decisioni degli alti tribunali della Repubblica. Il Tribunale Supremo di Giustizia (TSJ) ha recentemente ribadito la centralità della Costituzione, escludendo qualsiasi ipotesi di elezioni anticipate prima della naturale scadenza del mandato presidenziale (2031). Questa sentenza non è solo un atto giuridico, ma una barriera politica contro i tentativi dell’estrema destra di forzare i tempi elettorali attraverso la pressione internazionale e le manovre di piazza. Il presidente legittimo resta Nicolas Maduro e la sua assenza forzata è un fatto inedito, che dev’essere considerato nella sua eccezionalità.

La stabilità dello Stato è garantita dalla continuità amministrativa esercitata da Delcy Rodríguez. In qualità di presidenta incaricata, Rodríguez continua a svolgere le funzioni esecutive con pieni poteri, assicurando che l’apparato governativo, la gestione delle risorse minerarie e il dialogo con gli organismi internazionali procedano senza soluzioni di continuità. Il suo mandato si configura come un esercizio di custodia della sovranità e della pace interna, in attesa che la coppia presidenziale, Nicolás Maduro e Cilia Flores, possa riprendere il proprio posto alla guida della nazione una volta spezzate le catene del sequestro illegale operato a New York.

 Questa gestione, lungi dall’essere una fase di transizione incerta, si sta dimostrando un pilastro della resilienza bolivariana, capace di trasformare un momento di aggressione senza precedenti in un’opportunità di consolidamento del modello produttivo nazionale, ma senza cancellare i principi. Ci riusciranno? La sfida è ardua e tutt’altro che scontata, dato anche il livello di deterioramento interno, fisiologico nei 27 anni di questo “laboratorio” che ha sperimentato di tutto. Pur nella sua drammaticità, questa può essere anche un’occasione di rinascita, come per la fenice.

In questo quadro di complessa transizione economica, la battaglia ideologica sulla storia e sulla memoria nazionale non accenna a placarsi. Le celebrazioni dell’11 aprile hanno ricordato come, dal golpe contro Chávez, nel 2002, la controrivoluzione preventiva non abbia mai smesso di operare, cercando oggi come allora di riportare la violenza nel paese attraverso l’azione coordinata dall’esterno. Le manovre dell’estrema destra, incarnate dalle figure di Maria Machado e dei suoi referenti europei, tentano costantemente di minare quel consenso nazionale che prima Maduro e ora la presidenza incaricata, hanno cercato di costruire attraverso il dialogo di alto livello.

È doveroso ricordare che l’attuale fase di “normalizzazione tecnica”, pur con tutte le sue contraddizioni, è il risultato di una volontà negoziale sempre perseguita da Nicolás Maduro, il quale ha cercato di evitare lo scontro frontale privilegiando la diplomazia della pace, anche a costo di ritirate strategiche necessarie: così come sempre ha indicato anche Chávez che, dopo il golpe d’aprile, è tornato con la croce in una mano e la costituzione nell’altra, cercando di imprimere una svolta diversa da quella, storica, della “dittatura del proletariato”.

Questo pragmatismo – questa sorta di NEP sovietica, ma bolivariana – è stato spesso usato per alimentare la tesi prima di una presunta svolta moderata di Maduro e ora di un tradimento di Delcy Rodríguez rispetto alla linea storica bolivariana. Qualunque idea si abbia della “resistenza”, la fermezza della presidenta encargada nel gestire la transizione istituzionale durante il sequestro dei leader dimostra, al contrario, una continuità organica che non rompe affatto i legami strategici con gli alleati storici.

In particolare, il rapporto con Cuba resta – seppur sottotraccia dal punto di vista economico – un asse portante della politica estera bolivariana, smentendo le voci di una frattura che servirebbero solo a indebolire ulteriormente il fronte della resistenza regionale. La cooperazione in materia di scienza, tecnologia e difesa della sovranità rimane il perno di un’alleanza che non si misura solo con i parametri del mercato, ma con la solidità di un progetto politico condiviso.

“…en silencio ha tenido que ser, y como indirectamente, porque hay cosas que para lograrlas han de andar ocultas…”. Vi sono cose che si devono fare in silenzio, e che per essere realizzate devono essere nascoste… Così scriveva José Martí all’amico Manuel Mercado il 18 maggio 1895, il giorno prima di cadere in combattimento a Dos Ríos. L’espressione sottolinea come, nella lotta politica e rivoluzionaria, la segretezza e la discrezione non siano segni di debolezza, ma strumenti tattici indispensabili per proteggere un obiettivo superiore dalle interferenze di un nemico più potente.

Per il socialismo bolivariano, oggi, questo indica la giustificazione etica e politica del saper agire nell’ombra per garantire la sopravvivenza di un progetto collettivo contro un nemico immensamente più forte. È l’essenza stessa della saggezza tattica che permette di trasformare una fase di silenzio in una premessa per la vittoria.

Mentre il paese si prepara alla Gran Peregrinación contro le “sanzioni”, il 19 aprile, e al prossimo annuncio dell’incremento salariale del primo maggio, appare chiaro che la sfida per il Venezuela non è solo quella di rientrare nei circuiti finanziari globali, ma di farlo senza svendere l’anima della rivoluzione. La difesa della nuova Ley Orgánica de Minas e il rafforzamento della disciplina fiscale sono i binari su cui corre un modello che cerca di trasformare la rendita in benessere sociale, in una lotta incessante contro un imperialismo che, pur concedendo licenze per necessità energetica, non smette di sognare la distruzione del sogno bolivariano.

 “Dateci fiducia – dicono ai solidali del mondo i dirigenti sindacali nelle riunioni internazionali del venerdì. E non lasciateci soli”.


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