Di Meron Rapoport e Ameer Fakhoury

In collaborazione con LOCAL CALL

Traduzione di Federica Riccardi

Il nome dato alla micidiale ondata di bombardamenti israeliani in Libano dell’8 aprile, sferrata proprio mentre entrava in vigore il cessate il fuoco tra Stati Uniti e Iran, la dice lunga sulla posizione attuale di Israele nella regione. Fino a poco tempo fa, Israele sceglieva nomi di guerra che minimizzassero la sua devastante superiorità militare o mobilitassero il fronte interno. L’operazione “Margine di protezione” (Protective Edge) del 2014 a Gaza, ad esempio, cercava di trasmettere resilienza, mentre la campagna “Spade di Ferro” (Iron Swords) nella Striscia dopo il 7 ottobre e il “Ruggito del Leone” (Lion’s Roar) di quest’anno in Iran miravano a sottolineare la forza militare. 

Non più: con 100 attacchi aerei in tutto il Libano che hanno causato 300 morti e oltre 1.100 feriti, “Oscurità Eterna” (Eternal Darkness) suggerisce che l’unico obiettivo di Israele in Libano sia la morte e l’annientamento. Se nel 1996 l’uccisione da parte di Israele di 100 civili libanesi nel villaggio di Qana, nel sud del Libano, portò alla sospensione dell’operazione “Grappoli d’Ira” (Grapes of Wrath), oggi l’uccisione di centinaia di persone è percepita quasi come un fine in sé, senza nemmeno una traccia di critica pubblica o militare.

Nonostante l’attuale cessate il fuoco di 10 giorni in Libano, Israele continua a radere al suolo villaggi e infrastrutture civili nelle aree del sud sotto il suo controllo — un tentativo di creare una zona cuscinetto permanente e, come a Gaza, impedire in modo permanente il ritorno dei residenti. Alla fine di marzo, il ministro della Difesa israeliano Katz ha dichiarato che ai 600.000 libanesi che vivevano a sud del fiume Litani non sarebbe stato permesso di tornare alla fine della guerra e che le loro case vicino al confine sarebbero state distrutte. 

Sia in Libano che in Iran — guerre che non sono state né una risposta a un attacco né un tentativo di prevenire una minaccia imminente — Israele sembra aver adottato appieno la dottrina della «sicurezza permanente». Come ha recentemente sostenuto il sociologo politico israeliano Yagil Levy, riprendendo il termine coniato dallo storico Dirk Moses, questo approccio mira non solo a eliminare le minacce immediate, ma anche quelle future, attraverso la distruzione totale della vita civile e l’espulsione o il controllo delle popolazioni. In breve, non esiste una soluzione politica, ma solo una soluzione militare; e ciò che la forza non riesce a realizzare, lo farà una forza ancora maggiore.

Questo approccio di “sicurezza permanente” è stato evidente innanzitutto nella guerra di Israele contro Gaza dopo gli attacchi del 7 ottobre. Quando il primo ministro Benjamin Netanyahu ha iniziato a parlare di “vittoria totale” pochi giorni dopo, la frase è stata inizialmente – e giustamente – percepita dall’opinione pubblica israeliana come un tentativo di sfuggire alle proprie responsabilità per il fallimento. Ma rappresentava ben più di un esercizio retorico: il genocidio, la pulizia etnica e la riduzione di intere città in polvere e cenere erano la manifestazione della “vittoria totale”, sostenuta dall’intero establishment politico e militare israeliano.

Non è un caso che il cambiamento sia avvenuto proprio a Gaza. Fino al 7 ottobre, la Striscia di Gaza era l’esempio lampante dell’applicazione pratica della dottrina della «gestione del conflitto»firmata Netanyahu: una combinazione di blocco quasi totale, recinzioni in superficie e sotterranee, controllo completo dello spazio aereo e marittimo e stretta sorveglianza elettronica della vita quotidiana dei palestinesi, insieme a cicli periodici di bombardamenti ogni anno o due, ritenuti «tollerabili» dal punto di vista israeliano.

La gestione del conflitto prevedeva anche una formula per frammentare e contenere la scena politica palestinese, parte di una strategia volta a rinviare la questione dell’autodeterminazione. Hamas era tenuto a bada attraverso un meccanismo di deterrenza, contenimento e incanalamento dei fondi, approvato dallo stesso Netanyahu, per mantenere le tensioni a bassa intensità. E in Cisgiordania, l’Autorità Palestinese fungeva da subappaltatore dell’occupazione israeliana, mantenendo l’illusione dell’autonomia palestinese. Persino Naftali Bennett, che ora si presenta come un’alternativa a Netanyahu, ha sintetizzato senza mezzi termini questa situazione come «schegge nel culo» — un fastidio da gestire, piuttosto che una minaccia esistenziale.

Quando il 7 ottobre è crollata la barriera intorno a Gaza, è crollata anche la dottrina della gestione del conflitto. Ma ciò non ha spinto Israele a cercare vie per risolvere il contrasto con i palestinesi. Al contrario, ha deciso di prevalere con la forza. E non solo con i palestinesi; Israele ha esteso il concetto di sicurezza assoluta a gran parte del Medio Oriente: Libano, Siria, Yemen, Qatar e Iran. In base a questa dottrina, il diritto internazionale non esiste più, il compromesso politico è scomparso e i cessate il fuoco non vincolano Israele, né a Gaza né in Libano. Si tratta di una guerra perpetua, in cui Israele sfrutta la propria superiorità militare per eliminare ogni minaccia, grande o piccola, a qualsiasi distanza.

L’ultima campagna contro l’Iran ha elevato il concetto di “sicurezza permanente” a un livello superiore. Non era più sufficiente colpire duramente i leader, gli impianti nucleari e gli obiettivi militari, come ha fatto Israele nel giugno del 2025. Questa volta l’obiettivo era il cambio di regime, in un paese di circa 90 milioni di persone con una civiltà millenaria — non semplicemente neutralizzare una minaccia percepita, ma rimodellare il contesto politico stesso. 

Tuttavia, Israele da solo non disponeva della potenza militare e della legittimità politica necessarie per un’iniziativa così ambiziosa, e si è quindi reso indispensabile il coinvolgimento degli Stati Uniti. Netanyahu è infatti riuscito a convincere il presidente americano Donald Trump che tale obiettivo fosse realizzabile, nonostante le posizioni più caute espresse all’interno del suo gabinetto, dando così inizio a una guerra israelo-americana che, per un attimo, è sembrata rappresentare un ulteriore passo avanti verso il raggiungimento della «sicurezza permanente» in tutta la regione.

Ed è proprio qui, infatti, che questa logica si rivela un’illusione. Anche se si affronta una minaccia, ne viene immediatamente generata un’altra, mettendo così a nudo il paradosso dell’intero progetto: non si raggiunge la «sicurezza permanente» ponendo fine al conflitto, bensì si perpetua continuamente in un orizzonte di minacce in costante espansione. 

«Dopo l’Iran, Israele non può vivere senza un nemico», ha osservato all’inizio di questo mese il ministro degli Esteri turco Hakan Fidan. «Non solo l’amministrazione di Netanyahu, ma anche alcune figure dell’opposizione – sebbene non tutte – stanno cercando di dichiarare la Turchia il nuovo nemico». Il vicino capisce come ragiona Super-Sparta.

Un nuovo Medio Oriente

È troppo presto per tracciare un bilancio della guerra, ma sembra che Israele abbia già raggiunto un punto morto: anziché avvicinarsi alla «sicurezza permanente», si ritrova in una situazione di sicurezza più precaria di prima. Non solo l’obiettivo principale di rovesciare il regime iraniano non è stato raggiunto, ma Israele non è nemmeno riuscito a ottenere un compromesso amaro.

Infatti, l’Iran ha resistito alla pressione militare congiunta di Stati Uniti e Israele e, come hanno sostenuto molti commentatori ed esperti, è riuscito a spostare l’arena da un percorso di coercizione militare a uno di negoziazione politica, cambiando così le regole stesse del gioco. 

Un nuovo Medio Oriente sta cominciando a prendere forma, in cui lo status sia di Israele che degli Stati del Golfo si sta erodendo. Israele è stato costretto a interrompere i suoi attacchi contro il Libano, mentre Washington ha riconosciuto la necessità di un cessate il fuoco con Hezbollah per porre fine alla guerra con l’Iran e riaprire lo Stretto di Hormuz. La Repubblica Islamica, libera dalle sanzioni e dotata di una profondità geografica, demografica e ideologica, non è più soltanto un attore regionale, ma è in procinto di diventare una potenza globale.

È proprio questa leva sullo Stretto che ha probabilmente costretto Trump a considerare la proposta in dieci punti dell’Iran per porre fine alla guerra — che spazia dalla revoca delle sanzioni e dal ritiro degli Stati Uniti dal Medio Oriente alle garanzie per la sicurezza dei suoi alleati nella regione — come una base legittima per i negoziati. Anche adesso, mentre il presidente degli Stati Uniti cerca di imporre un controblocco al blocco iraniano di Hormuz, le condizioni iraniane stanno già iniziando a definire i confini dei colloqui.

L’aspetto più drammatico in questo caso non è l’uranio arricchito che rimane in possesso dell’Iran, né la sua insistenza nel continuare il programma nucleare civile, né i missili balistici che l’Iran ha lanciato contro Israele e gli Stati arabi del Golfo per 40 giorni. Piuttosto, è il ruolo dell’Iran nella regione. L’Iran non ha ottemperato alla richiesta americana di rinnegare i propri alleati in Libano, in Iraq e nello Yemen, ma ha fatto il contrario. In particolare, gli Stati Uniti e Israele sono costretti a fare i conti con la solidità del legame strategico tra l’Iran e Hezbollah: lo Stretto di Hormuz non verrà aperto se Israele continuerà a bombardare il Libano.

A ciò si aggiunge un cambiamento altrettanto significativo nelle relazioni tra Stati Uniti e Israele, e la decisione di Israele di trascinare gli Stati Uniti in guerra potrebbe rivelarsi il colpo di grazia. Nel giugno 2025, Israele ha agito da solo fino all’ultimo dei dodici giorni di conflitto, colpendo obiettivi militari e assassinando alti funzionari del regime, mentre l’Iran ha risposto sparando solo contro Israele. Questa volta, l’entrata in guerra di Washington fin dal primo giorno ha cambiato le regole del gioco, conferendo all’Iran la legittimità di allargare il campo di battaglia attaccando le basi americane nel Golfo, coinvolgendo gli Stati della regione e, soprattutto, chiudendo lo Stretto di Hormuz. Ha così trasformato un confronto bilaterale in una crisi globale, causata proprio da Israele.

Mentre i sondaggi rivelano un drastico calo del sostegno a Israele tra gli americani, la cessazione delle vendite di armi a Israele sta rapidamente diventando una posizione dominante nel Partito Democratico, con una maggioranza di senatori democratici che ora vota a favore di tali misure. È diventato impossibile ignorare, come ha rivelato una recente inchiesta del New York Times, che Netanyahu ha trascinato Trump nella guerra, e la crescente reazione negativa è un segnale sempre più chiaro del desiderio di Washington di prendere le distanze dall’Israele di Netanyahu.

Il crollo del paradigma

Se due anni e mezzo fa il paradigma della «gestione del conflitto» di Netanyahu è crollato, ora potremmo anche assistere all’inizio della fine della dottrina della «sicurezza permanente». Entrambi si basavano sullo stesso presupposto — che la realtà potesse essere controllata con la forza — ed entrambi hanno fallito.

Il vuoto che accompagna il crollo di entrambi i paradigmi rivela anche il decadimento morale della società israeliana. Il discorso pubblico, per la maggior parte, è intriso di un linguaggio di annientamento. Quando Trump ha minacciato di cancellare l’intera civiltà iraniana, molti americani e persone in tutto il mondo hanno condannato le sue parole come genocidarie. In Israele c’è stato silenzio – lo stesso che prevale mentre le forze israeliane distruggono Gaza o compiono una pulizia etnica in Cisgiordania e in Libano.

Nonostante la marea di commentatori e politici che si vantavano giorno e notte dei “trionfali” risultati della guerra, e nonostante le rassicurazioni di Netanyahu secondo cui l’Iran e Hezbollah sono più deboli che mai, l’opinione pubblica israeliana sta già iniziando a vedere le crepe. In un sondaggio di Channel 13, condotto dopo il cessate il fuoco con l’Iran, solo il 33% degli intervistati riteneva che Israele e gli Stati Uniti avessero vinto la guerra, mentre il 28% pensava che l’Iran ne fosse uscito vincitore. Un sondaggio simile condotto dal quotidiano israeliano Maariv ha rilevato dati altrettanto sorprendenti, che raramente si vedono alla fine delle guerre o delle operazioni militari israeliane.

Ma per comprendere la portata del fenomeno occorre essere precisi: è il paradigma stesso della «vittoria totale» ad essersi incrinato. Prima a Gaza, quando i palestinesi sono rimasti al loro posto e Hamas non è stato sconfitto; e ancor più nelle ultime settimane, quando è apparso chiaro che Hezbollah, che si supponeva sconfitto, continua a operare e a lanciare decine e persino centinaia di missili ogni giorno. E infine, mentre gli israeliani osservano i rappresentanti iraniani negoziare con gli americani da una posizione di maggiore forza rispetto a quella che avevano prima della guerra, mantenendo il controllo su una delle arterie di trasporto più importanti del mondo.

Eppure questa crepa nella coscienza pubblica non garantisce un risveglio politico. Senza un progetto politico che fornisca un linguaggio, una direzione e un’alternativa per gli israeliani, il crescente senso di fallimento del governo e dell’esercito potrebbe trasformarsi in disperazione anziché in critica. Tale disperazione ha una tendenza paradossale a stabilizzare lo status quo e potrebbe, alla fine, giocare a favore di Netanyahu.

In effetti, il crollo dei paradigmi della gestione dei conflitti e della “sicurezza permanente” non indica una transizione ordinata tra scenari diversi. Israele sta invece sprofondando in un vuoto strategico, politico e morale, in cui la violenza militare continua a essere fine a sé stessa, anche se ha smesso di generare significato o scopo.

Eppure, proprio in questo vuoto risiede la possibilità che emerga un altro paradigma — un paradigma non fondato sull’illusione del controllo attraverso la forza, ma sull’accordo, sull’equità e sul riconoscimento dei limiti. Un paradigma del genere non sorgerà da solo, né nascerà esclusivamente dall’interno; dipenderà dalle pressioni internazionali e dalla capacità di alcuni segmenti della società israeliana di trasformare la propria disperazione in critica politica e in una rinnovata immaginazione politica e morale. Altrimenti, rimarremo nello stato permanente di guerra e di decadimento morale, sociale ed economico che si sta diffondendo più rapidamente di quanto pensiamo. 


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