Mentre la guerra di Stati Uniti e Israele all’Iran raggiunge il suo settantaquattresimo giorno, l’amministrazione Trump affronta una crisi di fiducia interna senza precedenti, alimentata da una percezione di incertezza strategica e da un tracollo economico che sta colpendo le famiglie americane. Un recente sondaggio condotto da Reuters e Ipsos ha rivelato che due terzi degli americani (il 66%) ritengono che Trump non abbia spiegato in modo chiaro gli obiettivi del coinvolgimento militare in Iran.

Uno scetticismo che non è limitato agli oppositori politici, ma penetra in profondità anche nella base elettorale del presidente: un repubblicano su tre dichiara di non comprendere le reali finalità della guerra. E in questo clima di confusione, il gradimento di Trump è arrivato al 36%, un dato in leggero aumento rispetto al minimo storico del 34% registrato a fine aprile, ma drasticamente inferiore al 47% di inizio mandato, quando il tycoon aveva promesso una riduzione dei costi per i cittadini.

La preoccupazione principale degli elettori riguarda l’impennata del costo della vita: dall’inizio del conflitto il 28 febbraio, i prezzi della benzina sono aumentati del 50%, e il 63% delle famiglie denuncia un impatto negativo diretto sulle proprie finanze personali. La responsabilità di questa situazione viene attribuita per il 75% all’amministrazione Trump, con il 65% degli intervistati che incolpa specificamente i Repubblicani in vista delle elezioni di metà mandato di novembre, in cui il partito dovrà difendere strette maggioranze al Congresso. Quattro americani su cinque prevedono ulteriori rincari, e circa il 30% della popolazione sta già considerando di annullare o ridimensionare i piani per le vacanze estive.

Nonostante la pressione dell’opinione pubblica, i segnali che giungono da Washington indicano una pericolosa propensione verso l’escalation militare. Secondo fonti dell’amministrazione citate dalla CNN, Donald Trump sta considerando più seriamente che mai la ripresa dei bombardamenti su vasta scala. Il presidente USA ha liquidato l’ultima risposta diplomatica di Teheran definendola “stupida”, “spazzatura” e “totalmente inaccettabile”, arrivando a dichiarare che il cessate il fuoco è attualmente in “rianimazione artificiale”. All’interno della Casa Bianca, il dibattito è acceso e riflette profonde divisioni interne: una fazione spinge per un atteggiamento militare aggressivo, con attacchi mirati volti a indebolire la capacità contrattuale dell’Iran e forzare concessioni, mentre un altro gruppo cerca di mantenere aperta una difficile finestra diplomatica. Una parte di questo attrito interno si concentra sul ruolo del Pakistan come mediatore; alcuni funzionari statunitensi sospettano che Islamabad non stia trasmettendo fedelmente il malcontento di Washington a Teheran, presentando invece una versione edulcorata e troppo ottimistica delle posizioni iraniane. Sebbene Trump abbia incontrato il suo team di sicurezza nazionale lunedì per valutare le opzioni militari, si ritiene improbabile una decisione definitiva prima della sua imminente missione diplomatica in Cina.

Il rifiuto statunitense dell’ultima proposta iraniana ha ulteriormente irrigidito le parti, con Teheran che ha accusato Washington di avanzare richieste “irragionevoli” e massimaliste. L’Iran aveva avanzato condizioni che includevano la fine dei combattimenti su tutti i fronti — compreso il Libano, dove Israele continua a colpire Hezbollah nonostante la tregua — lo sblocco dei beni iraniani congelati e la fine del blocco navale che paralizza le esportazioni di greggio. Il Ministero degli Esteri iraniano ha difeso queste condizioni “diritti legittimi”, mentre Trump ha risposto sostenendo provocatoriamente che l’Iran sarebbe pronto a consegnare agli Stati Uniti il proprio stock di uranio arricchito, la cosiddetta “polvere nucleare”, la cui rimozione potrebbe essere gestita solo da USA o Cina. I vertici militari iraniani avvertono invece che se gli Stati Uniti attaccheranno, Teheran effettuerà una rappresaglia tale da “sorprendere” Washington.

Intanto, le massicce attività militari americane presso l’aeroporto Ben Gurion di Tel Aviv stanno causando gravi disagi ai voli civili e un aumento dei prezzi dei biglietti, mentre in Libano la popolazione civile si rifiuta di sfollare nuovamente, nonostante l’intensificarsi dei bombardamenti israeliani e degli ordini di evacuazione forzata che avvengono nonostante la dichiarazione del “cessate il fuoco”. Dall’inizio dell’attacco USA-Israele all’Iran, Tel Aviv ha ucciso almeno 2.869 persone in Libano.

Gli Stati Uniti, dal canto loro, hanno imposto nuovi provvedimenti contro entità coinvolte nella vendita di petrolio iraniano alla Cina, proprio mentre Londra e Parigi organizzano un vertice con 40 Paesi per discutere la messa in sicurezza delle rotte commerciali nello Stretto di Hormuz, dove il transito di un quinto del greggio mondiale rimane bloccato.

E in quadro geopolitico già così complesso, giungono in questi giorni rivelazioni sul reale coinvolgimento di alcuni degli attori regionali. Un’inchiesta del Wall Street Journal ha rivelato che gli Emirati Arabi Uniti avrebbero condotto autonomamente operazioni militari contro il territorio iraniano lo scorso aprile, colpendo infrastrutture petrolifere sull’isola di Lavan. Queste azioni, sebbene non ufficialmente rivendicate, sarebbero una risposta ai massicci attacchi iraniani che hanno visto l’impiego di oltre 2.500 tra droni e missili contro il territorio emiratino, colpendo basi, infrastrutture energetiche e persino hotel a Dubai, causando dieci morti tra i civili e infrangendo l’aura di stabilità di cui godeva il paese prima del conflitto. Ma rivelano anche una pianificazione profonda con gli Stati Uniti e Israele.

Per quanto riguarda il Pakistan, Paese mediatore, la CBS News ritiene che avrebbe permesso all’Iran di “parcheggiare” velivoli militari, tra cui un aereo da ricognizione RC-130 e altri equipaggiamenti, presso la base aerea di Nur Khan. Nonostante il Ministero degli Esteri pakistano abbia smentito qualsiasi finalità bellica, sostenendo che i movimenti fossero legati esclusivamente alla facilitazione del personale diplomatico durante il periodo di tregua, l’intelligence statunitense sospetta l’esistenza di un accordo per proteggere l’hardware militare di Teheran da una possibile nuova ondata di bombardamenti. Pagine Esteri


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