Mentre prosegue la violenta occupazione illegale della Palestina e i massacri a Gaza e in Cisgiordania, Israele ha dato il via libera definitivo a un provvedimento che potrebbe portare all’esecuzione di centinaia di palestinesi. Con un voto di 93 a 0 ieri la Knesset – il Parlamento israeliano – ha approvato l’istituzione di tribunali militari speciali dedicati esclusivamente al giudizio sui palestinesi accusati di aver partecipato agli attacchi del 7 ottobre 2023, quando sono state uccise in Israele circa 1200 persone. L’organizzazione prevede un processo di massa che terminerà con condanne-spettacolo alla pena di morte, trasformando le aule di tribunale in circoli mediatici.
Le associazioni per i diritti umani hanno già da tempo denunciato la natura intrinsecamente razzista della legge sulla pena di morte da poco approvata da Israele, che applica la pena capitale solo alla popolazione palestinese, peraltro sotto occupazione. Questa nuova approvazione rappresenta un ulteriore passo verso la normalizzazione di un sistema discriminatorio e la legalizzazione delle uccisioni dei palestinesi.
Muna Haddad, avvocato del centro legale Adalah, ha spiegato ad Al Jazeera che il provvedimento è stato deliberatamente studiato per abbassare le tutele legali e garantire condanne di massa, definendo i procedimenti come veri e propri “processi spettacolo”. A differenza della normale prassi giudiziaria israeliana, che vieta le telecamere in aula, questa legge impone infatti che le fasi cruciali del processo — incluse le udienze di apertura, i verdetti e le sentenze — siano filmate e trasmesse pubblicamente su un sito web dedicato, violando palesemente la presunzione di innocenza e la dignità degli accusati. L’organizzazione ha espresso fondati dubbi sulla possibilità che vengano istituiti processi equi per persone che sono detenute da più di due anni e mezzo senza alcuna accusa
Secondo Adalah, la normativa permette di derogare alle regole standard sulle prove, lasciando ai giudici l’ampia discrezionalità di ammettere testimonianze ottenute in condizioni coercitive che potrebbero equivalere a tortura o maltrattamenti. Questo quadro normativo, che tratta l’incriminazione come una constatazione di colpevolezza ancora prima dell’esame giudiziario, ignora i principi di equità e universalità della legge. Hamoked e il Comitato Pubblico contro la Tortura in Israele hanno dichiarato che ogni forma di responsabilità deve essere perseguita attraverso un processo che includa, anziché abbandonare, i principi fondamentali della giustizia internazionale.
Inoltre, la legge sulla pena di morte, già approvata a marzo, era stata dichiarata esplicitamente non retroattiva, il che in teoria dovrebbe escludere la sua applicazione ai fatti del 7 ottobre 2023. Il nuovo provvedimento ignora il limite legale, per colpire circa 300 tra le migliaia di palestinesi attualmente detenuti, molti dei quali catturati dopo l’attacco a Israele, senza prove concrete di un coinvolgimento diretto, e vengono trattenuti da oltre due anni in assenza di accuse formali.
Centinaia di palestinesi sequestrati a Gaza e accusati di aver partecipato agli attacchi in Israele sono stati infatti rilasciati dopo mesi di privazioni, senza alcun capo d’imputazione o condanna ufficiale. In migliaia ancora si trovano all’interno delle strutture militari appositamente costruite nel tentativo di estorcere confessioni o accuse contro terzi. Particolare che rende eventuali testimonianze del tutto inaffidabili secondo gli standard internazionali. Ex detenuti, gruppi israeliani e internazionali che si occupano di diritti umani hanno denunciato terribili torture a carico dei palestinesi: l’utilizzo di scosse elettriche, abusi sessuali con oggetti e cani addestrati, fame sistematica, mancanza di cure, pestaggi continui, umiliazioni. L’esistenza di condizioni coercitive e i gravi abusi delegittimano fin dalle fondamenta l’intero sistema investigativo israeliano, il quale è da anni accusato di lavorare in maniera discriminatoria e razzista. L’insistenza di Tel Aviv nel voler ottenere verdetti-spettacolo basati su prove tanto contaminate rappresenta solo l’ennesima forma di violenza nei confronti di un popolo già vittima di un’occupazione illegale.
Il Ministero della Difesa israeliano ha stimato che l’organizzazione dello “spettacolo” avrà un costo di circa 5 miliardi di shekel (1,46 miliardi di euro), da utilizzare per costruire una struttura fisica dedicata e istituire un apposito staff di 400 persone tra soldati e civili. Alcune organizzazioni israeliane, come l’October Council e associazioni di famiglie di ostaggi e vittime del 7 ottobre, hanno espresso una ferma opposizione alla legge, disertando l’aula parlamentare per denunciare quella che considerano una palese evasione di responsabilità da parte della classe politica. Le obiezioni non si basano su dubbi di carattere morale o sull’opposizione alla pena di morte per i palestinesi ma sulla convinzione che la spettacolarizzazione dei processi e delle esecuzioni rappresentino solo un mezzo attraverso il quale il governo Netanyahu proverà a scaricare le proprie responsabilità politiche. Pagine Esteri




