di Mariano Heluani

Così come in Italia l’evento fondatore dello Stato attuale è stata la fine della guerra e la caduta del nazifascismo, in Argentina è stata la fine della dittatura militare durata sette anni nel 1983 e l’inizio della democrazia. La modalità con cui questo evento si è verificato determina fortemente la composizione della società e il destino della politica argentina di oggi.

L’ultima dittatura militare argentina, instaurata nel 1976 con il golpe al governo di Isabel Perón succeduta al marito e durata fino al 1983, nasce da un clima di forte instabilità politica e sociale segnato da tensioni tra movimenti di sinistra e repressioni governative attuate anche da squadre paramilitari. Sotto l’ombrello della CIA con l’obiettivo di stroncare qualsiasi deriva marxista in Sudamerica i militari giustificano il colpo di stato come un’azione necessaria per ristabilire l’ordine e difendere la nazione. Avviano una brutale repressione contro oppositori politici e civili con arresti arbitrari, assassini, torture, sparizioni forzate e campi di concentramento clandestini.

La transizione dalla dittatura verso le elezioni democratiche non è avvenuta in modo traumatico, non c’è stata una cacciata a furor di popolo né tanto meno sotto minaccia di una sollevazione armata. I militari hanno gestito una ritirata graduale e la società argentina ha reagito a questo cambiamento con una forte inerzia. I processi ai militari, il libro “Nunca más” trasformato anche in uno slogan, la condanna della dittatura, hanno fatto breccia solo in una parte della società. Un’altra parte piuttosto consistente forse non maggioritaria ha continuato, anche se in modo non militante, a conservare nella propria coscienza la convinzione dell’azione militare come di una guerra sporca ma necessaria contro la sovversione marxista. Il commento corollario “qualcosa avranno fatto” quando si parla della questione dei desaparecidos è rimasto presente e frequente nelle conversazioni sulla dittatura. Negli anni grazie anche alla brutalità della propaganda social si arriva persino a una rivendicazione della “guerra sporca” elevandola a necessaria salvatrice dal baratro marxista.

Si può forse dire che la dittatura militare si sia spontaneamente ritirata per convenienza a lavoro completato, anche se le spinte alla fine della dittatura sono più complesse di così. Il fallimento della politica economica, i movimenti per i diritti umani sempre più presenti, la sconfitta nella guerra delle Malvinas-Falkland, e soprattutto il cambiamento della strategia internazionale degli Stati Uniti sono i principali fattori che hanno spinto la dittatura a gestire una transizione verso la democrazia che è durata un anno. Il risultato è una generazione decapitata e una proposta di cambiamento radicale per sempre eradicata, con la sinistra ridotta a minoranza assoluta non solo in termini elettorali. Movimenti isolati di protesta anche se organizzati non hanno più avuto una visione riformatrice o rivoluzionaria.

E nemmeno c’è stata una fase costituente post dittatura, nella forma la costituzione argentina è rimasta in vigore dal 1853 anche attraverso il periodo 76-83. In questo modo anche l’arco delle forze democratiche non ha potuto elaborare, analizzare e prevenire una futura deriva autoritaria, con meccanismi di limitazione degli esecutivi tipici dell’Europa post-guerra.

La forma dello Stato prevista dalla costituzione rimane una repubblica federale organizzata in province con una marcati poteri federali e soprattutto un presidenzialismo molto forte. Il presidente è ad elezione diretta ed è contemporaneamente presidente del consiglio e della repubblica, capo delle forze armate, promulga e ha diritto di veto sulle leggi, emana decreti urgenti, nomina giudici federali e giudici della Corte Suprema.  Mentre nel post-guerra europeo le costituzioni si sono protette dalla forza eccessiva degli esecutivi, in Argentina questa opportunità non è stata mai messa in agenda. La coscienza democratica è rimasta in qualche modo monca limitandosi a garantire le elezioni (con partecipazione obbligatoria) di una specie di piccolo monarca molto simile al modello americano ma con delle entità federali meno potenti e con una cultura liberale molto più acerba rispetto agli Stati Uniti. Persino la cerimonia di insediamento risulta quasi surreale per chi è abituato a democrazie più mature, con la passeggiata tra la folla ed il ricevimento del “bastone del comando” la sensazione di autocrazia emerge anche in modo disturbante.

L’Argentina è inoltre un Paese isolato, sia dal punto di vista geografico che socioeconomico nonostante le velleità dei discendenti di europei che si percepiscono in modo atavico legati al vecchio mondo. L’assenza di influenza di organismi sovranazionali come la UE con i loro effetti omologanti nel bene e nel male si percepisce nei meccanismi di funzionamento dello stato e nella coscienza civica. Resta anche un Paese con delle disuguaglianze estreme con dei marcati tratti classisti e razzisti. Sentire parlare di “negros de mierda” riferendosi in principio ai discendenti dei popoli originari è tutt’altro che infrequente ed il disprezzo si estende verso i meno abbienti in generale in una forma di aporofobia, o discriminazione verso i poveri, accompagnata della classica colpevolizzazione del povero che la dottrina iperliberista ha saputo fomentare nei decenni.

L’anticomunismo è rimasto instillato nel profondo delle coscienze insieme all’iperliberismo, il militarismo e il nazionalismo espressi in un sistema scolastico improntato alla disciplina, canti patri e inni militari, formazioni in cortile per alzabandiera ogni mattina. Culto della bandiera, coccarda sui grembiuli e continue commemorazioni di feste patrie con recite nelle scuole.

In questo contesto è che si sono inseriti i decenni quasi ininterrotti di peronismo, un movimento già personalistico nella definizione, difficile da inquadrare e da capire fino in fondo che ha incluso storicamente la sinistra armata dei montoneros – fazione armata che si batteva per il ritorno di Perón in Argentina – fino alle destre estreme fondando addirittura la triple A, le squadre paramilitari responsabili delle prime sparizioni già prima della dittatura militare sotto governo di Isabel Peròn. Volendo fare esempi più recenti nel peronismo si sono identificate frange dei piqueteros – un movimento di protesta organizzato attraverso blocchi stradali –  da un lato includendo figure come César Milani, generale e militare molto controverso per il suo coinvolgimento con la dittatura militare dall’altro.

Javier Milei

Dagli anni 2000 il movimento peronista diventa ancor più personalistico con le presidenze dei coniugi “K” (prima Néstor e poi Cristina Kirchner). I K fanno del populismo clientelare la leva principale per il mantenimento del potere. Una rete forte di influenze con interessi comuni, assistenzialismo discrezionale sul territorio con erogazione di piani di sostegno assegnati da punteros – una sorta di capo rione che controllano pacchetti di voti nelle periferie – hanno fatto della necessità di sopravvivenza attraverso sussidi un meccanismo di controllo capillare del consenso politico e la parvenza populista di governi che mai hanno intaccato le oligarchie economiche nazionali. In assenza di politiche di vera giustizia sociale i settori progressisti sono stati conquistati con le politiche sul campo dei diritti lgbt+ e l’inasprimento di misure contro gli ex militari e collaboratori della dittatura. Il peronismo si intesta una posizione anti-dittatura che passa quindi per la condanna della repressione e una ripresa delle prosecuzioni dei principali responsabili ma che non intacca gli effetti socioeconomici della dittatura militare stessa.

Ricapitolando, una società con scarsa cultura istituzionale, un forte nazionalismo ricettivo alla retorica di appartenenza, anticomunista e iperliberista, con un sistema presidenzialista e una tendenza al culto della personalità molto marcato e senza particolari strutture sovranazionali. Corruzione e clientele dilaganti su tutti i livelli politici e amministrativi.

Con queste premesse, quando il consenso K viene meno sia per i guai giudiziari di Cristina de Kirchner per corruzione che per una presidenza imbarazzante di Alberto Fernandez eletto come suo prestanome, le condizioni per fare dell’Argentina un laboratorio per il meccanismo della manipolazione del consenso dell’Internazionale Reazionaria diventano ottimali. Un Paese ricco di risorse naturali e grandi estensioni di terra, risorse idriche e naturali enormi sono un buon incentivo ad agire.

I modelli consolidati dalle esperienze precedenti che hanno portato a rapide vittorie con il modello di comunicazione diretta attraverso i social – movimento 5 stelle, Brexit, Zelensky in Ucraina tra gli altri – con le loro relative campagne di marketing digitale prevedono un outsider, anti-casta, divisivo, diretto e grossolano che proponga una novità dirompente contro la politica di sempre. Verranno anche individuati dei nemici che facciano presa nell’immaginario collettivo e che siano il più possibile lontano dai veri impoveritori di sempre. Nel caso argentino sono i peronisti, i comunisti (in un senso più che lato), gli impiegati statali e perché no, gli immigrati boliviani e peruviani.

Come per le esperienze precedenti il personaggio dirompente deve essere anche mediatico, in qualche modo virale. Milei è un personaggio che viene chiamato nei programmi televisivi da alcuni anni e che col suo linguaggio diretto e urlato, non scevro di parolacce e volgarità provoca engagement e audience. Si definisce un anarco liberista e propone ricette tutt’altro che convenzionali per cambiare il Paese. Capace di sorprendenti bizzarrie e dotato di una totale incontinenza verbale può essere venduto come l’antipolitico, quello che dice pane al pane e vino al vino e non le manda a dire a nessuno. L’aspetto messianico e religioso non manca, a differenza dei pastori pseudo cristiani di trump Milei si rifà all’ebraismo: cita la torah continuamente e mentre il suo amico americano si è raffigurato come Gesù il nostro León si limita a paragonarsi a Mosé.

I riferimenti a modelli che abbiamo avuto modo di conoscere si fanno inquietanti sul piano linguistico: Si parla della fine della Casta, con gli stessi toni dei Vaffanculo di Grillo risuonano i Viva la libertad Carajo, le tasse vengono definite rapine di stato, i giochi di parole dispregiativi sono continui e ripetuti (ad esempio “econochanta” da economista e chanta che in gergo significa ciarlatano ricorda la tipologia “psiconano” o “sinistrati” di grillina memoria). Non si aprono palazzi come scatole di tonno ma si distruggono ricostruzioni di banche centrali di cartapesta col bastone nei comizi, e si esibisce la famosa motosega con la quale “la festa è finita”. Il linguaggio del corpo nei comizi, salti e gesticolazioni esagerate nel tentativo di aizzare il pubblico, urla, colli ingrossati e il tono di chi vuole dare un calcio col passato, ricordano cose già viste.

Si sceglie un colore politicamente nuovo, come furono l’arancione e il giallo, questa volta è il viola e un nome di partito sufficientemente generico per funzionare nello schema, “La Libertà Avanza”. La chioma spettinata del personaggio viene utilizzata per trasformarlo nel “leone”.

La vecchia politica vinceva mediando e aggregando con messaggi che potessero andare bene per la maggior quantità di gente. La nuova politica del marketing digitale punta a raccogliere anche ogni estremo, riuscendo attraverso l’indirizzamento dei messaggi verso gruppi specifici di udienza a raccogliere a ogni barbarità sparata una frazione di consensi senza che ciò ne determini la perdita di altri conquistati con altre barbarità sparate in precedenza. E così arrivano in campagna elettorale proposte estreme come la dollarizzazione totale dell’economia appena vinte le elezioni, la chiusura della banca centrale, la legittimazione della vendita di organi nel nome della libertà di commercio, la distruzione dello stato dall’indentro, la abolizione della giustizia sociale considerata un atto criminale, la cacciata di tutti i politici, e tante altre sullo stesso tono.

Manifestazioni in Argentina contro le politiche del governo Milei

E mentre l’Internazionale Reazionaria sa benissimo cosa sta facendo, la reazione suicida delle opposizioni è un déjà vu disarmante. Dalla sottovalutazione iniziale sullo stile del famoso “fatti un partito e presentati alle elezioni”, ai peronisti che pensano perfino di dargli sottobanco supporto per la formazione delle liste nella speranza di spaccare il fronte di destra. La sottovalutazione dello tsunami arriva all’apoteosi nella scelta del candidato presidente da opporgli sul lato peronista, forse anche per incapacità di uscire dalle logiche clientelari. In carenza di un Biden mangiato dalla vecchiaia viene proposto un Massa, peronista, ministro dell’economia sotto il governo in scadenza di Alberto Fernandez, principale responsabile di un tasso di inflazione a tre cifre con valori fino a oltre il 200% e completamente carente di carisma. Risulta invotabile da chiunque non fosse già irriducibile del peronismo.

Al primo turno passano il peronista Massa con un perfino generoso 36% e Milei con un 30%. Segue la destra di “Juntos por el Cambio” (ex partito Radical) con Bullrich al 24%. Al secondo turno ovviamente la destra appoggia Milei che vince con un ampio distacco.

Ha inizio una fase di profonda inesperienza e approssimazione al potere, caratterizzata dalla nomina di figure discutibili, che per analogia potremmo definire quasi trumpiani, ma declinati in modo ancora meno autorevole.

Il disprezzo verso le fasce più deboli espresse in campagna elettorale si fa azione politica e macelleria sociale. Milei si fa vanto di aver licenziato 50mila impiegati statali e i numeri potrebbero essere anche superiori. I pensionati sono tra le vittime principali, viene sospeso l’adeguamento delle pensioni all’inflazione (con inflazione annua che viaggia sopra il 30%) e vengono tolte coperture sanitarie ed esenzioni. I disabili, l’educazione pubblica, la ricerca e i piani sociali subiscono tagli enormi. Il pareggio diventa la priorità e non è dalle entrate che si aggiusterà nel governo di Milei.

Il disprezzo per le politiche green è totale, si rivedono verso la liberalizzazione norme legate alla protezione dell’ambiente come quella a protezione dei ghiacciai o dei boschi incendiati. Accanto a questo c’è la revisione della ley de tierras che prevede dei limiti al possedimento terriero da parte di privati soprattutto stranieri e con alcuni divieti precisi sulle zone di confine – per sicurezza nazionale – e con risorse idriche. La volontà chiara è poter accedere a questi tesori e distribuirli ai poteri economici internazionali, o con le parole loro “attirare investimenti e creare ricchezza”.

La politica internazionale diventa se possibile più bizzarra di quella interna. Se in campagna elettorale le simpatie verso Israele e l’ebraismo davano quel senso mistico e messianico al personaggio, al governo diventano inquietanti. Ogni volta che può Milei sventola la bandiera israeliana – materialmente – ponendo la nazione di fronte al paradosso di vedere il proprio presidente esaltato sotto il vessillo di un paese straniero. In occasione dell’anniversario dell’indipendenza di Israele si è arrivati a esporre la bandiera con la stella di Davide nel monumento alla bandiera di Rosario, dopo avere ammainato quella argentina per l’occasione. Quando si reca in Israele si fa riprendere in continua commozione, sempre con una kippah e in sintonia più che fraterna con Netanyahu, il quale avendo l’Argentina firmato i trattati di Roma dovrebbe essere arrestato qualora ricambiasse la visita. La pronazione verso Israele e Trump è totale ed imbarazzante anche verso il proprio elettorato.

Questa internazionale di destra sembra ancor più corrotta e incapace che reazionaria, come negli altri paesi in cui sono arrivati al potere anche in Argentina vengono piazzati personaggi della cerchia stretta prediligendo la fiducia ai curricula. Gli anti-casta finiscono per attingere anche dai serbatoi della vecchia politica pescando quelli con più agganci che, come si può intuire, non sempre sono i migliori.

 Inizia un lungo elenco di scandali che in alcuni momenti sembrano andare in sincronia con quelli del movimento sovranista globale. Un esempio è la truffa di $Libra, la criptovaluta, o meglio il crypto meme, lanciata personalmente da Milei come un progetto destinato a far crescere l’economia nazionale e finita con circa 40mila investitori che perdono circa 250 milioni di dollari finiti nelle tasche degli organizzatori con la stessa architettura di quella di Trump. L’ultimo, ancora in corso è quello di Adorni, l’opinionista diventato capo di gabinetto e portavoce di Milei, che stenta a spiegare acquisti di immobili, viaggi in aerei privati e altre spese tutte in dollari contanti e senza tracciamento. Ci sono accuse di corruzione nella cerchia stretta che includono anche la sorella Karina, la vera first Lady, con la quale Milei ha un rapporto morboso e simbiotico che è parte dei tratti inquietanti della personalità del presidente.

Come c’era da aspettarselo, nessuna delle proposte dirompenti è stata realizzata: la vecchia politica continua nel palazzo, la dollarizzazione non è neanche più in agenda, il Banco Central è vivo e vegeto.

Nelle elezioni di medio termine del 2025 per il rinnovo parziale del parlamento Milei ha ottenuto una vittoria contundente. Non è chiaro come si sposterà il consenso alla luce del proseguire della politica di austerità ma nulla è escluso. Sentire interviste – per quel che valgono – in cui persone con due o tre lavori che faticano ad arrivare a fine mese dichiarano che “bisogna lavorare di più e lasciare fare di più al nostro presidente” non è un evento raro. I segni di un inizio di implosione ci sono, cosa accadrà dipenderà anche dalla qualità della proposta dell’opposizione che ad oggi è inesistente. Di certo l’humus sociale e culturale su cui questo ultimo fungo è maturato non garantisce un futuro più roseo.


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