Pagine Esteri – La 22ª edizione dell’Acampamento Terra Livre (ATL), tenutasi all’inizio di aprile a Brasilia, ha riunito oltre 7.000 indigeni provenienti da 200 gruppi diversi, da tutte le regioni e i biomi del Brasile, che hanno chiesto, in primo luogo, la demarcazione delle loro terre e la protezione dei loro territori contro lo sfruttamento economico predatorio.
Durante cinque giorni di mobilitazione, le delegazioni indigene presenti al campo hanno condotto azioni di pressione politica presso diversi organismi governativi e altre istituzioni della Repubblica, oltre a incontrare le ambasciate, estendendo così le denunce alla scena internazionale. Sono state inoltre organizzate due manifestazioni, il cui obiettivo era quello di dare visibilità alle lotte del movimento indigeno davanti all’intera società civile.
Le rivendicazioni avanzate spaziano dalle questioni relative all’istruzione scolastica indigena, alla sanità e alle politiche rivolte alle donne, fino alla tutela dei diritti umani e dei difensori di questi, poiché un problema riscontrato in diversi territori è la criminalizzazione e la persecuzione dei leader indigeni.
Tuttavia, la demarcazione e la protezione dei territori dagli invasori rimane la principale rivendicazione del movimento. “Si sono svolti diversi dibattiti, ma sempre con il messaggio dell’importanza di delimitare le terre indigene come politica centrale per prendere in considerazione altre politiche pubbliche all’interno di questi territori”, sottolinea Dinamam Tuxá, coordinatore esecutivo dell’Articolazione dei Popoli Indigeni del Brasile (APIB), che organizza l’incontro annuale.

Il contributo di Greenpeace Brasile
Al di là della semplice presentazione di proposte, l’ATL (Acampamento Terra
Livre – Accampamento Terra Libera) è uno spazio dedicato alla costruzione collaborativa, dove organizzazioni, partner e leader indigeni scambiano esperienze e sviluppano strategie collettive per l’agenda indigena. Gregor Daflon, portavoce del Fronte dei Popoli Indigeni di Greenpeace Brasile, in un’intervista racconta che attraverso i materiali di comunicazione che hanno sviluppato, durante il campo hanno affrontato:
● L’estrazione dell’oro continua a rappresentare un rischio inaccettabile per l’equilibrio ecologico del bioma amazzonico e per i popoli della foresta, e deve essere combattuta. Su questo si focalizza la loro campagna “Amazzonia libera dall’estrazione mineraria”.
● Le terre indigene devono essere rispettate come zone libere dall’estrazione mineraria, e la leadership indigena è la vera soluzione per la regione.
● Rispettare l’Amazzonia significa rispettare i suoi popoli e le sue culture.
Greenpeace ha lanciato una pagina web per promuovere il sostegno pubblico all’ATL. Tutte le donazioni sono state interamente destinate all’Articolazione dei Popoli Indigeni del Brasile (APIB) per finanziare la logistica dell’evento. Presso la Tenda di Monitoraggio della Coordinazione delle Organizzazioni Indigene dell’Amazzonia Brasiliana (COIAB), hanno condiviso con i leader indigeni la Papa Alfa, uno strumento di monitoraggio sviluppato da Greenpeace Brasile per tracciare la distruzione dell’Amazzonia, con particolare attenzione all’ avanzata della deforestazione e dell’estrazione mineraria illegale.
Estrazione mineraria, privatizzazione e “false soluzioni”
I leader indigeni denunciano l’avanzata di un modello di sviluppo basato sullo sfruttamento economico, l’estrazione mineraria, la privatizzazione di fiumi e territori e l’uso della crisi climatica per promuovere «false soluzioni», come le cosiddette economie verdi. Secondo il manifesto, questo modello trasforma la terra in una merce e tratta le popolazioni indigene come ostacoli, mettendo in pericolo sia i loro diritti che il futuro dell’umanità.
«Difendere i territori significa difendere l’umanità e la biodiversità. E non c’è transizione giusta né politica ambientale efficace senza garantire questi diritti», sottolinea il coordinatore dell’Apib.
«Non c’è alcun futuro possibile quando la terra diventa una merce e la nostra gente viene trattata come un ostacolo. I nostri territori sono la base della vita. In essi risiedono le nostre lingue e culture, le nostre forme di organizzazione sociale e il nostro sapere», recita la lettera stilata collettivamente alla conclusione dell’ATL.

Prossime elezioni presidenziali ad ottobre
L’accampamento si svolge in un momento storico caratterizzato da controversie elettorali. In questo contesto, l’ATL ha presentato le posizioni del movimento indigeno in merito alle elezioni del 2026.
In primo luogo, manifesta il proprio sostegno alla rielezione del presidente Luiz Inácio Lula da Silva, esigendo al contempo che «la demarcazione di tutte le terre indigene sia considerata la base della sovranità nazionale».
L’ATL ha integrato la competizione elettorale come strategia per contrastare le agende anti-indigene. “Si tratta di una strategia lanciata dall’APIB (Articulação dos Povos Indígenas do Brasil – Articolazione dei Popoli Indigeni del Brasile) e dal movimento indigeno brasiliano, che si è intensificata con ogni elezione municipale, statale e nazionale”, assicura Kleber Karipuna, coordinatore esecutivo dell’APIB, nella conferenza stampa di apertura.
Secondo l’APIB, «ampliare la rappresentanza nei poteri legislativo ed esecutivo va oltre l’occupazione dei seggi; si tratta di garantire i diritti». «Al di là delle candidature, è necessario che queste siano in linea con le lotte del movimento indigeno, con i diritti fondamentali, i diritti umani e la tutela dell’ambiente», assicura Kleber.
Nel 2023, in occasione del primo «Campamento Tierra Libre» del suo terzo mandato, Lula ha promesso di delimitare tutte le Terre Indigene ancora da regolarizzare prima della fine del suo attuale governo, nel dicembre 2026. Il compito sembrava impossibile, ma le appena 20 delimitazioni firmate in poco più di tre anni hanno deluso persino chi era consapevole delle difficoltà. L’Apib dispone di un elenco di 76 territori idonei a ricevere la firma presidenziale sul documento di omologazione, l’ultima fase burocratica del processo.
«Ci aspettavamo molto di più», afferma Auricelia Arapiun, leader del Baixo Tapajós, nell’Amazzonia dello Stato del Pará. «Questi anni [del terzo mandato di Lula] sono stati difficili», dice Luana Kaingang, coordinatrice generale di Arpinsul, organizzazione che raggruppa i popoli indigeni del sud del Brasile. I leader con sono consapevoli che le circostanze erano sfavorevoli per il governo, che deve fare i conti con un Congresso Nazionale dal potere smisurato e dominato da interessi contrari a quelli degli indigeni.
«Ma la delimitazione avrebbe potuto fare molti più progressi. Era questa la nostra speranza», afferma Kleber Karipuna, uno dei coordinatori esecutivi dell’Apib. «Quando [Lula] promise di delimitare tutto, sapevamo che si trattava di un discorso politico. Ma non che sarebbero stati solo 20. È stato molto frustrante». La richiesta di demarcazione dei territori, principale rivendicazione storica del movimento indigeno, continua a essere in cima alla lista delle priorità. Ma c’è una preoccupazione che sta prendendo piede: l’imminente approvazione di una legge che autorizzi l’estrazione mineraria nelle Terre Indigene. (informazioni del mezzo stampa locale SUMAUMA)
L’importanza dell’ATL
Oggi, secondo Gregor Daflon, una delle maggiori sfide del Brasile è quella di arginare l’avanzata delle attività illegali in Amazzonia e in altri biomi, in particolare l’estrazione mineraria illegale e la deforestazione. Queste attività hanno un impatto profondo sui territori indigeni, inquinano i fiumi, alimentano la violenza e minano gli stili di vita tradizionali. Allo stesso tempo, c’è una pressione costante sul Congresso Nazionale per rendere più flessibili le normative ambientali e accelerare i progetti economici senza la dovuta consultazione delle popolazioni interessate.
In questo contesto, un disegno di legge in procinto di essere approvato dal Congresso brasiliano mira a incentivare “una nuova corsa all’oro nel Paese”, anche nelle Terre Indigene e tradizionali, volendo ampliare e finanziare — in parte con fondi pubblici — lo sfruttamento dei cosiddetti «minerali critici e strategici».
“Da una prospettiva ecologica, la crisi climatica rende queste sfide ancora più urgenti. L’Amazzonia sta vivendo una situazione sempre più grave di incendi boschivi, siccità estreme e perdita di biodiversità, con impatti che si estendono ben oltre la regione. Proteggere i territori indigeni e promuovere la leadership indigena sono strategie importanti per affrontare questa situazione!”, afferma Daflon.

L’ATL svolge un ruolo fondamentale perché riunisce centinaia di popoli
indigeni provenienti da diverse regioni del Brasile in uno spazio dedicato alla mobilitazione politica, al coordinamento e al rafforzamento collettivo. In un contesto caratterizzato da numerose minacce ai territori e ai diritti indigeni, l’ATL funge da ampio spazio di resistenza e di elaborazione di strategie comuni.
Nonostante le numerose sfide, l’ATL 2026 rimane un movimento molto forte
di resistenza, coordinamento e costruzione collettiva del futuro. I leader indigeni hanno ampliato sempre più la loro attività politica in diversi ambiti di potere, collegando le lotte territoriali ai dibattiti globali su clima, biodiversità e diritti umani.
“I nostri fiumi sono in pericolo. L’agro-fascismo vuole trasformarli in corridoi per la soia. La nostra terra è in pericolo. Vogliono estrarre tutti i minerali che contiene. Le nostre foreste sono in pericolo. Vogliono abbattere gli alberi, esportare il legname e trasformarle in monocolture. Quando non rimane più nulla, tutto diventa pascolo, tutto diventa bestiame. I nostri venti sono in pericolo. Persino le nostre voci sono minacciate dai social media, dall’intelligenza artificiale che ci zittisce, ci confonde e ci mente” recita il manifesto di APIB all’apertura dell’accampamento.
“Non siamo contro la tecnologia. Non siamo contro la crescita del Paese.
Siamo contro i megaprogetti promossi da aziende private straniere che promettono meraviglie, ma ci lasciano con la povertà, la violenza contro le donne, la devastazione, la fine della cultura e la morte dei nostri popoli.”
“Un Congresso nemico del popolo cerca in tutti i modi di modificare le leggi della Costituzione. Cercano di distruggere qualsiasi barriera che si frapponga tra loro e gli obiettivi della loro furia avida. Non riconoscono che siamo sempre stati qui, a custodire questo territorio. Il Brasile, prima di chiamarsi Brasile, viveva già in uno stato di sovranità e piena abbondanza. Le recinzioni della colonizzazione, le recinzioni della spoliazione del capitale, sono le recinzioni della fame e della povertà.
Ma noi, popoli indigeni, resistiamo! Resistiamo con i nostri antenati. Resistiamo con la nostra cultura. Resistiamo in unità.”
“E non tolleriamo più alcuna invasione. Non tolleriamo opere senza consultazione. Non tolleriamo l’appropriazione della cultura per arricchire pochi.”
Il manifesto lancia un appello alla società brasiliana e alla comunità internazionale affinché si uniscano alla lotta in difesa dei diritti indigeni, riaffermando lo slogan dell’accampamento di quest’anno: «Il nostro futuro non è in vendita. Noi siamo la risposta».





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