Pagine Esteri – In Venezuela, i fatti del 3 gennaio 2026 hanno segnato un inedito punto di rottura. Un’incursione condotta dalle truppe speciali statunitensi, coadiuvate da quelle britanniche e israeliane, contro porti e installazioni militari ha causato oltre cento vittime tra soldati e civili (fra cui 32 militari cubani), culminando nel sequestro del presidente Nicolás Maduro e della deputata Cilia Flores, sua moglie. Questo atto ha proiettato la Repubblica Bolivariana in una condizione di pesante ricatto istituzionale e di tutela di fatto, accelerando dinamiche interne per definire gli assetti di potere, la gestione delle risorse strategiche e l’interazione con i mercati finanziari occidentali.

In questo scenario di sovranità sotto scacco si inserisce il caso della repentina estradizione e deportazione verso gli Stati Uniti di Alex Naín Saab Morán, ex ministro delle Industrie e della Produzione Nazionale. Saab è stato al centro di una campagna internazionale per la sua liberazione, che si è svolta anche in Italia, paese di origine della moglie, Camilla Fabri.

Saab è stato arrestato per la prima volta il 12 giugno 2020 a Capo Verde, mentre si dirigeva in Iran in quella che Caracas ha descritto come una missione umanitaria. È stato estradato in territorio statunitense nell’ottobre 2021, nonostante il Venezuela avesse richiesto in ripetute occasioni la sua liberazione, denunciato una violazione della sua immunità diplomatica e qualificato l’arresto come un sequestro. Il procedimento è stato costellato di irregolarità: la notifica è stata emessa 24 ore dopo l’arresto, non esisteva un trattato di estradizione con gli Stati Uniti, e sia la CEDEAO che il Comitato per i Diritti Umani dell’ONU hanno richiesto la sua liberazione senza successo.

Per oltre un anno, il diplomatico ha subito condizioni di detenzione estreme — cella di 3×3 metri, temperature elevate, mancanza di luce e di assistenza medica — e nell’ottobre 2021 è stato estradato a Miami. Lì, in un rifugio sicuro della CIA, è stato sottoposto a torture con l’acqua per costringerlo a cooperare contro Maduro. Nel dicembre 2023, Joe Biden ha concesso l’indulto a Saab in cambio di dieci cittadini statunitensi, venti detenuti della destra venezuelana e il consolidamento di Chevron nel settore petrolifero del Venezuela. Lo scambio ha rivelato l’enorme valore che Saab aveva per Caracas: per lui si è pagato con decine di persone e con l’accesso a risorse strategiche.

Il provvedimento, eseguito su disposizione del Servicio Administrativo de Identificación, Migración y Extranjería (SAIME), ha perciò innescato una dura polemica all’interno dello stesso campo rivoluzionario, portando alla luce profonde anomalie formali, procedurali e costituzionali messe a nudo da vari analisti.

Il governo ha giustificato l’atto attraverso un comunicato in cui si afferma che la misura di deportazione è stata adottata perché il cittadino “colombiano” (nazionalità d’origine di Saab) si trova inserito nella commissione di diversi reati negli Stati Uniti d’America: un “fatto pubblico, notorio e comunicazionale”, si è scritto, dando luogo a più di un’accesa contestazione. Sotto il profilo strettamente giuridico – si è rilevato -, tale motivazione collide con i principi fondamentali del diritto pubblico venezuelano e internazionale per diverse ragioni:

In primo luogo, il SAIME è un organo strettamente amministrativo di identificazione, del tutto privo di competenza giurisdizionale per la risoluzione e l’esecuzione di un’estradizione. Un simile provvedimento richiede canali diplomatici e un iter formale davanti al sistema giudiziario, l’unico deputato a valutare le richieste estere garantendo la presunzione di innocenza e il diritto alla difesa.

In secondo luogo, la formula del “fatto pubblico, notorio e comunicazionale” non possiede alcun valore di imputazione giuridica. Basare una deportazione sulla risonanza mediatica o sulla propaganda di Stati esteri rappresenta un precedente pericoloso, che ricalca i medesimi dossier manipolati, storicamente usati contro il Venezuela dagli organismi internazionali.

Ma il nodo più critico riguarda la cittadinanza e la legittimità istituzionale. La tesi ufficiale afferma che Saab è un cittadino colombiano in possesso di una carta d’identità falsa sin dal 2004, e che per tale motivo non vi sia alcun fascicolo valido nel SAIME. Questa affermazione solleva interrogativi inevitabili sulla responsabilità delle stesse istituzioni: se il documento era falso, come è stato possibile rinnovarlo per vent’anni, permettendo al contempo a Saab di partecipare a licitazioni pubbliche per l’edilizia sociale, dichiarare le tasse al SENIAT, essere inserito nei canali formali dello Stato e persino votare?

Inoltre, la nomina di Saab a Ministro incaricato dell’Industria, sancita formalmente dal Decreto numero 5.021 del 18 ottobre 2024 e pubblicata sulla Gazzetta Ufficiale numero 6.904, entra in aperta violazione con l’articolo 244 della Costituzione venezuelana, il quale prescrive tassativamente il possesso della nazionalità venezuelana per l’esercizio delle funzioni ministeriali. La stessa incongruenza si estende alle precedenti credenziali diplomatiche, teoricamente precluse ai cittadini stranieri dalla Legge sul Servizio Estero.

Se l’ex ministro era soggetto a indagini interne per frode e riciclaggio, la giurisprudenza nazionale avrebbe imposto la celebrazione di un regolare processo nel territorio dove i presunti fatti sono stati commessi, data la natura strettamente territoriale delle leggi penali. La decisione di consegnarlo ai tribunali statunitensi, eludendo i canali ordinari e in presenza di forti sospetti di un’attività di intelligence e condizionamento da parte della CIA dopo il suo primo rilascio nel dicembre 2023, evidenzia come considerazioni di opportunità politica (imposta) abbiano rimpiazzato i codici e le garanzie dello Stato di Diritto.

Per comprendere la reale portata della consegna di Alex Saab, occorre analizzarne la funzione macroeconomica. Saab non è stato un semplice funzionario, bensì il fulcro del circuito di commercio estero venezuelano in regime di sanzioni multilaterali. Pur non essendo un militante socialista, ma un imprenditore di origine libanese, ha deciso di rischiare beni e incolumità per servire la causa bolivariana. Sfruttando network di aziende e conti offshore distribuiti tra Turchia, Hong Kong, Svizzera, Emirati Arabi Uniti e Panama, ha strutturato la complessa logistica di approvvigionamento per la Gran Misión Vivienda Venezuela e per la distribuzione alimentare dei comitati CLAP nei momenti di più duro isolamento del paese.

Il suo valore strategico risiedeva nella capacità di movimentare oro e idrocarburi aggirando i blocchi occidentali, mantenendo operativi canali commerciali alternativi con multinazionali ed entità finanziarie statunitensi (come Chevron o JP Morgan) che necessitavano di restare agganciate alla rendita venezuelana nonostante le imposizioni sanzionatorie. Tra il 2025 e il 2026, il Venezuela ha registrato una crescita economica significativa, con un aumento del PIL del +8,66% nel 2025 e previsioni del 12% per il 2026, accompagnato dal parziale ritorno di merci occidentali nei circuiti commerciali. Questa ripresa è stata resa possibile proprio grazie all’esistenza di questi meccanismi paralleli di transazione, peraltro molto costosi per i paesi sanzionati, perché li obbligano a svendere i propri prodotti per rendere accettabile i rischi agli acquirenti. Meccanismi che Washington ha deciso di stroncare con la forza, come si vede dal Medioriente, al Venezuela, a Cuba.

La deportazione di Saab non risponde dunque a una purga interna generica, ma piuttosto all’imposizione di una transizione strutturale dei beneficiari stranieri della ricchezza energetica del paese. Il pugno di ferro sul governo bolivariano riflette anche lo scontro all’interno del comparto finanziario statunitense per il controllo degli asset estrattivi, che vede contrapposti gli interessi di JP Morgan, operativa tramite Dalinar Energy, e quelli del fondo Amber Energy, guidato da Paul Singer.

In questo quadro, gli accordi e i canali logistici tracciati da Saab, tarati sulla precedente amministrazione di Nicolás Maduro e sui passati accordi con il governo Biden, sono divenuti un ostacolo per la nuova configurazione del potere. La consegna di Saab “ripulisce” il tavolo dai vecchi intermediari e fornisce alla procura statunitense un immenso patrimonio informativo sulle rotte globali di elusione del blocco, mentre l’incaricato d’affari statunitense a Caracas gestisce apertamente le dinamiche relative alle medicine e alle misure economiche, accentuando la percezione di un paese sotto tutela.

In questo quadro vanno inserite le dichiarazioni della presidenta incaricata, Delcy Rodriguez a commento della deportazione. Durante un atto pubblico nella capitale, nel giorno del suo compleanno, così ha risposto alla domanda di un giornalista: “Voglio dire al Venezuela, a tutti i venezuelani e a tutte le venezuelane: qualsiasi decisione assuma il Governo nazionale, lo farà per un interesse che è l’interesse del Venezuela. Qualsiasi decisione futura, e quelle che abbiamo preso da quando ci siamo insediati dopo i fatti del 3 gennaio è stata per l’interesse del Venezuela, per difendere il Venezuela. Non pensiamo a nient’altro – ha aggiunto – che non siano gli interessi, i diritti, a proteggere il nostro paese, a garantire la tranquillità, la pace, lo sviluppo, il futuro dei nostri bambini, delle nostre bambine, agarantire la speranza del nostro popolo”.

Intanto, alcuni abitanti le porgevano una torta di compleanno, sormontata dalla mappa del Venezuela comprensiva dell’Essequibo, la zona contesa con la Repubblica cooperativa di Guyana. Il cuore della disputa risiede nella rivendicazione storica della Guayana Esequiba, un territorio di 159.000 chilometri quadrati che l’impero britannico scippò al paese nel diciannovesimo secolo. Il percorso diplomatico di questa lotta inizia a Parigi, dove nel 1899 si consumò una vera e propria farsa giuridica.

Il Lodo Arbitrale di Parigi non fu un giudizio, ma un accordo di complicità tra potenze coloniali: senza la presenza di rappresentanti venezuelani, la Gran Bretagna e gli Stati Uniti si spartirono una terra che storicamente apparteneva alla Capitaneria Generale del Venezuela, come provano i documenti di allora. Per il governo bolivariano, si è trattato della “legalità” imposta dal vincitore per normalizzare il saccheggio delle proprie risorse.

Per questo motivo, il Venezuela ha sempre sostenuto che quell’atto è da considerarsi “nullo e irrito”, e che il riferimento da cui ripartire si situa nell’Accordo di Ginevra, stipulato nel 1966. Questo trattato, depositato e riconosciuto dalle Nazioni Unite, è considerato l’unico strumento giuridico valido per risolvere la controversia in modo civile, poiché ammette formalmente l’esistenza di una contesa sul lodo fraudolento del 1899 e obbliga le parti a cercare una soluzione pratica e soddisfacente attraverso il dialogo politico diretto. Perciò, pur essendosi recata recentemente all’Aia per illustrare le ragioni del paese, Rodriguez ha detto che, qualunque sia la decisione della Corte Internazionale di Giustizia  il Venezuela non la riconoscerà, poiché l’unica bussola legittima resta l’Accordo di Ginevra.

Nonostante questo fermo non riconoscimento della giurisdizione della Corte, il governo bolivariano ha scelto di presentarsi all’Aia con un duplice intento: illustrare e far valere le proprie ragioni storiche a livello internazionale, mostrando al mondo la propria dottrina sovrana; e al tempo stesso ricostruire e cementare l’unità nazionale attorno alla “difesa della patria” e alla sovranità vulnerata. Una mossa utile anche rassicurare quei settori che, dopo il 3 gennaio, temono che la Repubblica posssa essere svenduta all’imperialismo con il ritorno delle multinazionali, e che anche la proclamata “ritirata strategica” finisca male.

Sono, infatti, proprio i colossi del capitalismo estrattivista, come la Exxon Mobil ad aver promosso cause milionarie contro il Venezuela presso il tribunale di arbitraggio (il Ciadi) e ad aver perforato illegalmente le acque contese dell’Esequibo sotto la protezione del governo fantoccio della Guyana, soffiando sul fuoco del tribunale internazionale per assicurarsi il monopolio delle risorse.  I dati di Bloomberg descrivono uno scenario emblematico: la scorsa settimana gli Stati Uniti hanno importato 588.000 barili al giorno di petrolio dal Venezuela, il volume più alto dal 2019.

Al contempo,  petroliere come la Olina e la Galaxy 3, probabilmente dirette a Cuba e in Cina, si sono viste costrette a restituire il greggio caricato mesi fa nei porti venezuelani, interrotte dall’abbordaggio delle forze statunitensi nei giorni successivi all’incursione militare di gennaio. Trump usa il greggio sequestrato per riaffermare il controllo sulle vendite della nazione, rispedendo le navi a scaricare a terra, in un groviglio di sanzioni e necessità di mercato che dimostra come il petrolio bolivariano resti l’oggetto del desiderio e il vero motore del conflitto.

Proprio all’interno di questa complessa intelaiatura di aggressioni occulte e diplomazia di facciata si inserisce il “giallo” del materiale nucleare venezuelano. Il Dipartimento di Stato Usa ha sbandierato come una pietra miliare per la sicurezza globale l’avvenuta rimozione e distruzione di tredici chili di uranio arricchito al venti per cento dal reattore scientifico in disuso RV-1, un’operazione delicata condotta con il sostegno del Regno Unito e dell’Agenzia Internazionale per l’Energia Atomica.

Durante l’operazione militare del 3 gennaio, uno dei 150 droni d’attacco lanciati dagli Stati Uniti è precipitato proprio nei pressi della centrale nucleare disattivata. Un impatto che ha sfiorato la catastrofe ambientale e che svela l’ipocrisia dell’imperialismo: prima si lancia un’aggressione armata che rischia di far saltare in aria un sito sensibile, e poi ci si presenta al mondo come salvatori della sicurezza nucleare globale per aver ripulito le scorie rimaste, e aver aggredito l’Iran.

In Venezuela, questa complessa rimozione si è concretizzata solo dopo il riallineamento dei canali diplomatici imposto dal sequestro del presidente Maduro, a dimostrazione di come Washington consideri il disarmo scientifico e tecnologico del Sud del mondo una condizione obbligatoria per imporre la propria idea di stabilità. E, ieri, il Venezuela ha protestato con il governo di Trinidad e Tobago – uno dei principali responsabili di aver aperto il passaggio all’aggressione Usa – e gli ha chiesto di assumersi la responsabilità dei danni ambientali ed economici causati dallo sversamento di idrocarburi proveniente dalla vicina isola caraibica.

All’indomani della storica difesa presentata dal Venezuela all’Aia è arrivata la sparata di Donald Trump, che ha offerto al Venezuela l’ambito titolo di cinquantunesimo stato dell’unione, attirato dai quaranta trilioni di dollari di riserve petrolifere. Il governo bolivariano ha respinto al mittente la pretesa di Washington, denunciando i contorni del delirio da risiko permanente di cui soffre il trumpismo, evidentemente affetto anche da un grave problema con la matematica di base. Quanti stati cinquantunesimi ha in mente l’amministrazione statunitense?

Nel giro di pochi mesi, il posto d’onore sulla bandiera a stelle e strisce è stato promesso a tre candidati diversi. Prima è toccato al Canada, liquidato come un vicino del piano di sopra a cui cambiare la serratura con il pretesto della sicurezza artica; poi alla Groenlandia, stretta nella morsa di ricatti doganali contro la Danimarca per accaparrarsi le terre rare; e ora, con un balzo transcontinentale, il Venezuela. Viene da chiedersi se dietro questa bizzarra contabilità non ci sia un tentativo di risparmiare sui costi di sartoria per le nuove bandiere: aggiungere una stella alla volta è faticoso, meglio metterne una sola a forma di velcro e spostarla a seconda di dove punta il drone del Pentagono…

In Venezuela, i droni Usa hanno purtroppo centrato il bersaglio, e ora Trump sembra intenzionato a stringere sempre di più la morsa fino a fare della repubblica bolivariana un vero e proprio protettorato. Il primo obiettivo è quello di produrre una frammentazione interna, che alcuni dirigenti radicali cercano di scongiurare a gran voce.

Mantenere il controllo politico per evitare una carneficina e la completa occupazione del paese è stata la principale motivazione addotta dalla dirigenza bolivariana per aver “scelto” di non reagire con le armi all’attacco della principale potenza nucleare del pianeta.  La deportazione di Saab e la gestione di questo complesso negoziato sotto ricatto stanno però evidenziando linee di faglia all’interno del panorama politico venezuelano, dividendo le reazioni in tre campi distinti.

Da un lato, l’estrema destra transnazionale plaude a quella che definisce l’implosione del chavismo. Muovendosi come un comitato d’affari coloniale, questa fazione ha supportato l’intervento militare di inizio anno ed esprime la sua visione neoliberista attraverso le parole di Maria Corina Machado.

Nella sua recente conferenza presso l’Università di Harvard, la leader dell’opposizione estremista ha esplicitamente attaccato lo Stato sociale bolivariano, affermando che il crimine imperdonabile del governo è stato quello di spendere fondi pubblici per moltiplicare le università gratuite, svelando un’agenda interamente incentrata sulla privatizzazione totale, sullo smantellamento dei servizi e sulla trasformazione dell’istruzione in un business privato. Parallelamente, frange studentesche di estrema destra, provenienti dall’Università Centrale del Venezuela (UCV) tentano di strumentalizzare un caso giudiziario per imporre l’agenda di Machado che punta all’ingovernabilità del paese.

Dall’altro lato, le correnti critiche della sinistra comunitaria e militante mostrano profonda inquietudine. La posizione espressa pubblicamente da Mario Silva, deputato chavista e commentatore “marxista-leninista” denuncia l’ostracismo, la mancanza di trasparenza e la tendenza a delegare le decisioni strategiche a un ristretto comitato politico, escludendo il dibattito popolare nel PSUV e nel Gran Polo Patriottico.

La preoccupazione maggiore riguarda il precedente di Saab: permettere a una potenza occupante di estrarre un cittadino dal territorio nazionale senza garanzie costituzionali crea un limbo giuridico che espone l’intero quadro dirigente alle operazioni dei comandi di estrazione della CIA e del FBI operanti sotto la copertura dell’ambasciata. Ed è di questi giorni l’uccisione di un militante dei collettivi, che aveva invitato alla resistenza, apparentemente ammazzato da un rapinatore.

Infine, la linea ufficiale della dirigenza difende l’operato istituzionale in nome della salvaguardia degli interessi nazionali. Esponenti come Iris Varela hanno pronunciato discorsi accesi contro chi avanza dubbi, ammonendo che criticare le scelte della leadership significa distruggere l’unità del chavismo, considerata l’unica vera forza negoziale rimasta in questa fase di mediazione sotto ricatto. In questa prospettiva, impersonata dalla gestione pragmatica di Delcy Rodríguez, la transizione e le concessioni tattiche sono viste come passaggi obbligati per preservare la continuità dello Stato e gestire le trattative volte a riportare a casa Maduro, il cui processo a livello internazionale è fissato per la fine di giugno, preceduto da quello dello stesso Saab. Al diplomatico, che non potrebbe essere processato per gli stressi reati per cui è stato indultato, sono stati spiccati altri mandati di cattura.

Il cammino della pressione statunitense è stato spianato da una corona di governi regionali subalterni, dalla Repubblica Dominicana all’Ecuador, dal Salvador, a Trinidad e Tobago, fino alla Guyana, che ha utilizzato la disputa storica sull’Essequibo come leva geopolitica. Proprio la gestione simbolica di questo quadrante, esemplificata dalle immagini ufficiali della mappa completa del Venezuela comprendente l’Essequibo sui canali istituzionali e persino nei dettagli celebrativi della vicepresidenza, si scontra con una dura realtà materiale di carattere militare.

Prima il sequestro del presidente, con i sospetti di un tradimento interno, e ora la deportazione di Saab rendono evidenti anche i limiti della dottrina difensiva adottata da Caracas negli ultimi anni. Nel corso delle sue missioni estere, Saab aveva intavolato discussioni con i partner russi per la localizzazione della produzione di droni in Venezuela. Tuttavia, lo Stato, oltre a investire più nei piani sociali che nelle armi, ha storicamente privilegiato la spesa in armamenti convenzionali e tradizionali, lasciando migliaia di fucili nei depositi invece di investire sulla tecnologia aerea asimmetrica.

Al contrario dell’Iran, che ha saputo sviluppare una solida capacità di deterrenza basata sui droni per proteggere le proprie acque territoriali e i propri vettori marittimi, il Venezuela si è trovato sprovvisto di adeguate coperture elettroniche e difensive di fronte all’attacco navale e aereo statunitense nel Mar dei Caraibi precedente al 3 gennaio. La rinuncia al modello di difesa russo-iraniano a favore di un riallineamento forzato con gli interessi finanziari di Washington segna l’accettazione dei pesanti costi di una ritirata strategica, dove le strutture di base della democrazia partecipativa, come la consulta popolare e le comunas, e quelle dell’autodifesa, cercano di resistere sul piano locale, mentre l’alto comando economico dello Stato si trova vincolato a muoversi entro i margini stretti imposti dalla potenza occupante.


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