Pagine Esteri – Nelle prime ore del mattino di ieri, la capitale libanese si è ritrovata sotto la minaccia diretta di un bombardamento imminente: un comunicato congiunto del premier israeliano Benjamin Netanyahu e del ministro della Difesa Israel Katz ha avvisato la popolazione della Dahieh, la popolosa periferia sud, di un possibile attacco. La logica espressa da Katz è quella di una punizione collettiva, che colpisce perché al sud ci si “permette” di opporsi all’occupazione e all’avanzata: “Nessuna calma a Beirut se non c’è calma nel nord di Israele”. Le minacce hanno innescato un esodo di massa che ha paralizzato le arterie vitali del Paese. Migliaia di auto hanno intasato l’autostrada costiera tra Tiro e Tripoli e le vie che portano dalla Dahieh verso est, trasformando quello che doveva essere il primo giorno di riapertura dopo le festività dell’Eid in una giornata di agonia e sospensione.
Mentre le strade si riempiono di profughi, il retroscena diplomatico rivela tensioni altissime tra gli alleati. Secondo indiscrezioni recenti, il presidente Donald Trump avrebbe avuto una telefonata “furiosa” e ricca di imprecazioni con Netanyahu, definendolo “pazzo” e accusandolo di ingratitudine. Sarebbe stato proprio Trump a mettere “i freni” al piano israeliano di colpire Beirut, avvertendo il premier israeliano che “ormai tutti odiano Israele a causa di questo”. Nonostante le dichiarazioni di Trump su un presunto accordo per fermare le ostilità e il ritiro delle truppe in marcia verso la capitale, la posizione ufficiale di Israele resta ferma: i bombardamenti sulla Dahieh sono solo sospesi, condizionati alla fine degli attacchi di Hezbollah sulle città israeliane.
Nel sud del Libano, intanto, la guerra non è affatto sospesa, e Tel Aviv sta penetrando e occupando in profondità. Le forze israeliane continuano a colpire incessantemente l’area di Nabatieh, dove raid aerei e droni hanno attaccato le città di Mahmoudiyeh, Jibshit e Ansar. La ferocia degli attacchi non risparmia i civili: un drone israeliano ha centrato un’auto sulla strada Nabatieh-Khardali, uccidendo un dentista libanese e i suoi due figli che tornavano da Sidone. Anche le strutture sanitarie sono nel mirino: a Tiro, un bombardamento nei pressi dell’ospedale Jabal Amel ha causato vittime e gravi danni, obbligando il personale a estrarre feriti dalle macerie durante la notte. Sul terreno si combatte ferocemente lungo la “Linea Gialla”, la zona tampone occupata da Israele il 20 aprile. Hezbollah oppone resistenza a Haddatha e Henniye, e proprio nell’area del Castello di Beaufort — luogo di enorme valore simbolico e patrimonio Unesco, recentemente conquistato dalle truppe israeliane — il gruppo libanese è riuscito a colpire e uccidere almeno due soldati israeliani nelle ultime 24 ore.
Il ministero della salute libanese conta 3.433 morti e oltre 10.000 feriti, con una media agghiacciante di 11 bambini uccisi o feriti ogni giorno nelle ultime settimane. Gli sfollati interni hanno superato il milione, aggravando una crisi umanitaria senza precedenti.
L’escalation si intreccia con la partita geopolitica tra Stati Uniti e Iran. L’incertezza dei colloqui tra USA e Iran ha nuovamente influenzato i mercati globali, con i prezzi del petrolio che oscillano in base alle speranze di una tregua globale. a diplomazia statunitense guidata da Donald Trump rivendica una svolta decisiva per fermare l’escalation su Beirut, mediando tra Netanyahu e intermediari di Hezbollah per prevenire un’offensiva su larga scala. Tuttavia, questa tregua appare estremamente fragile: il premier israeliano ha ribadito che i raid sulla capitale riprenderanno se Hezbollah non cesserà i lanci verso le città israeliane, mentre le operazioni di terra nel sud continuano come pianificato. Parallelamente, l’Iran ha avvertito, tramite il portavoce del parlamento Ghalibaf, che interromperà ogni dialogo con gli Stati Uniti se l’aggressione militare in Libano non cesserà immediatamente




