Pagine Esteri – La fragile tregua tra Stati Uniti e Iran è durata meno delle dichiarazioni trionfali con cui Donald Trump aveva annunciato, per l’ennesima volta, l’imminente inizio. Quello che Washington presentava come un accordo ormai vicino si è infranto sopra lo Stretto di Hormuz, dove un elicottero Apache americano è stato abbattuto lunedì da un drone.

Secondo la versione statunitense, dietro l’abbattimento ci sarebbe l’Iran. Teheran respinge le accuse e sostiene di non aver condotto operazioni offensive nelle ore precedenti. Teheran ha negato qualsiasi coinvolgimento, ma Washington ha comunque ordinato una serie di bombardamenti, presentandoli come una risposta all’”aggressione continua e ingiustificata” dell’Iran e alla minaccia che la Repubblica islamica rappresenterebbe per gli Stati Uniti.

Anche se in questo conflitto si tende a dimenticarlo, è bene ricordare che Teheran dista quasi diecimila chilometri da New York e che, nella storia recente, l’Iran non ha mai colpito il territorio statunitense. Gli attacchi attribuiti alle forze iraniane hanno riguardato esclusivamente basi e installazioni militari americane presenti in Medioriente, generalmente in risposta a precedenti operazioni condotte da Washington e da Israele.

E in effetti sono le stesse dichiarazioni dei vertici americani che svelano il reale obiettivo degli attacchi. Il segretario alla Difesa Pete Hegseth ha ammesso apertamente che i bombardamenti servono a rafforzare la posizione negoziale degli Stati Uniti e a costringere Teheran ad accettare un accordo favorevole a Washington. “Gli attacchi hanno fatto avanzare i nostri interessi militari e migliorato la nostra posizione diplomatica”, ha dichiarato durante una visita al Comando Centrale in Florida. Ancora più esplicita la frase pronunciata poche ore dopo: “Se dobbiamo negoziare con le bombe, negozieremo con le bombe”.

Anche Donald Trump ha adottato la stessa linea. Secondo quanto riferito dal giornalista di Fox News Trey Yingst, il presidente americano avrebbe assicurato che i bombardamenti potrebbero interrompersi a breve, salvo riprendere immediatamente qualora la leadership iraniana non firmasse senza indugi un accordo con gli Stati Uniti. Accordo di cui sfugge il senso se si prendono per buone le ripetute e rinnovate dichiarazioni di Trump, secondo le quali le forze armate iraniane sono ormai distrutte e inesistenti.

La risposta di Teheran è arrivata nella notte con attacchi contro diciotto obiettivi militari statunitensi, tra cui basi aeree in Kuwait e Bahrein e installazioni legate alla Quinta Flotta americana. L’Iran ha inoltre annunciato la chiusura dello Stretto di Hormuz, anche se Washington sostiene che il traffico commerciale continui a transitare regolarmente.

Nel frattempo, le autorità iraniane accusano gli Stati Uniti di aver colpito infrastrutture civili. Secondo il ministero degli Esteri di Teheran, un bombardamento avrebbe distrutto serbatoi d’acqua che rifornivano circa ventimila persone. “Non si tratta di danni collaterali, ma di un crimine di guerra calcolato”, ha dichiarato il portavoce Esmaeil Baghei.

Intanto è stato recuperato anche l’ultimo corpo dei dei tre marinai indiani della petroliera colpita nei giorni scorsi dagli Stati Uniti nel Golfo di Oman. Washington ha accusato la nave di trasportare greggio iraniano, dichiarando che l’equipaggio non ha rispettato le istruzioni imposte dai militari americani.

In Libano, dove Israele prosegue i bombardamenti, Benyamin Netanyahu ha rivolto un appello diretto alla popolazione chiedendo ai libanesi di “unirsi” a Israele contro Hezbollah. Un messaggio lanciato mentre interi quartieri del sud vengono evacuati e migliaia di persone sono costrette a fuggire sotto le bombe. L’area meridionale del Libano viene attaccata con armi chimiche, l’esercito di Tel Aviv rade al suolo abitazioni e infrastrutture civili e la razzia è tollerata e incoraggiata. Mentre il presidente israeliano Herzog sogna di “arrivare in automobile a Beirut”, i carri armati avanzano tra la distruzione e i morti civili, dichiarati da diversi ministri del governo Netanyahu solo una fase di preparazione all’occupazione permanente del Paese. Pagine Esteri


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