Pagine Esteri (foto fermo immagine da YouTube) – Il Pakistan, che nelle settimane più difficili della guerra di Usa e Israele contro l’Iran ha tentato una delicata opera di mediazione tra Washington e Teheran, è costretto ad adottare nuove misure di austerità che colpiranno la popolazione, una delle più povere dell’Asia. Sullo sfondo ci sono le tensioni politiche e sociali e il conflitto mai spento con l’India. Almeno 15 persone – 11 civili e 4 poliziotti – sono rimaste uccise nelle ultime ore in scontri tra manifestanti e forze di sicurezza nella regione semi-autonoma del  Kashmir amministrato dal Pakistan. Il Kashmir è stato fonte di conflitto tra India e Pakistan per oltre 70 anni. Sia Delhi che Islamabad rivendicano l’intera regione himalayana e hanno combattuto due guerre e un conflitto limitato per il Kashmir. Ciascuno dei due paesi controlla solo una parte di essa.

Oggi il ministro delle Finanze Muhammad Aurangzeb presenterà il bilancio per il prossimo anno fiscale, un documento atteso con preoccupazione da milioni di cittadini. Il piano prevede una spesa pubblica di 17.100 miliardi di rupie, pari a circa 61 miliardi di dollari, ma soprattutto introduce nuove tasse e tagli destinati a soddisfare le richieste del Fondo Monetario Internazionale, da cui Islamabad dipende per evitare una nuova crisi finanziaria.

La coincidenza temporale con la guerra contro l’Iran non è casuale. Secondo economisti e osservatori locali, il conflitto ha inferto un duro colpo a un’economia che solo pochi mesi fa mostrava timidi segnali di stabilizzazione. L’impennata dei prezzi del petrolio, conseguenza diretta delle tensioni nel Golfo, ha riportato l’inflazione a livelli a due cifre, vanificando parte degli sforzi compiuti negli ultimi anni.

Per Islamabad si tratta di una contraddizione amara. Il governo pakistano aveva assunto una posizione prudente durante la crisi, evitando schieramenti espliciti e tentando di favorire il dialogo tra le parti. Una scelta dettata non solo dalla tradizionale vicinanza all’Iran, con il quale il Pakistan condivide quasi mille chilometri di frontiera, ma anche dalla necessità di preservare i rapporti strategici con gli Stati Uniti e soprattutto con l’Arabia Saudita, principale alleato economico e politico del paese.

Negli ultimi decenni Riyadh è diventata uno dei pilastri della sopravvivenza finanziaria pakistana. Prestiti agevolati, depositi presso la banca centrale, forniture energetiche differite e investimenti hanno consentito più volte a Islamabad di evitare il collasso delle proprie riserve valutarie. A ciò si aggiunge il ruolo delle rimesse inviate dai milioni di lavoratori pakistani impiegati nelle monarchie del Golfo, una voce fondamentale per l’economia nazionale.

Questa dipendenza rende il Pakistan particolarmente vulnerabile a qualsiasi scossa che attraversi il Medio Oriente. Gli analisti lo definiscono oggi una delle economie dell’Asia-Pacifico più esposte alle conseguenze di un conflitto prolungato nella regione. Non soltanto per il petrolio importato dal Golfo, ma anche per il flusso di capitali e di valuta estera proveniente da Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti e Qatar.

La guerra contro l’Iran ha evidenziato con forza questa fragilità strutturale. Il rincaro dell’energia ha fatto aumentare i costi di produzione, deprimendo ulteriormente la fiducia delle imprese. A maggio l’indice elaborato da S&P Global ha registrato il livello più basso dall’avvio delle rilevazioni nel settore manifatturiero. I costi dei fattori produttivi hanno raggiunto il massimo degli ultimi ventuno mesi, mentre l’occupazione è diminuita per il secondo mese consecutivo.

In questo contesto la banca centrale è stata costretta ad aumentare i tassi di interesse, una decisione che rischia di frenare ulteriormente la crescita. Il governo continua a prevedere un’espansione economica del 4,1% nel prossimo anno fiscale, ma molti osservatori giudicano l’obiettivo eccessivamente ottimistico.

A rendere ancora più complessa la situazione è la struttura stessa dell’economia pakistana. Gran parte delle attività produttive e commerciali sfugge al controllo del fisco. Soltanto l’1,3 per cento della popolazione presenta una dichiarazione dei redditi imponibile e una larga fetta della ricchezza nazionale circola nell’economia informale. Agricoltura, commercio al dettaglio e settore immobiliare, comparti dominati da gruppi politicamente influenti, continuano a contribuire in misura molto limitata alle entrate pubbliche.

Per questo motivo il peso delle nuove misure fiscali ricadrà soprattutto sui lavoratori dipendenti e sulle imprese regolarmente registrate.. «Il governo continua a usare la solita base fiscale esistente invece di ampliarla», osservano numerosi economisti pakistani, sottolineando come manchi la volontà politica di colpire gli interessi consolidati delle élite economiche.

Anche la spesa pubblica sarà ridimensionata. Il ministro della Pianificazione Ahsan Iqbal ha annunciato che il prossimo anno non saranno avviati nuovi progetti di sviluppo, fatta eccezione per quelli legati alla difesa e alla sicurezza interna. Una decisione che riflette le priorità di un paese alle prese con crescenti tensioni regionali e con una situazione interna resa più instabile dalle difficoltà economiche.

Dietro il nuovo bilancio si intravede ancora una volta l’ombra del Fondo Monetario Internazionale. Secondo fonti governative, il ritardo nella presentazione della manovra sarebbe stato causato dalle trattative con l’istituzione finanziaria internazionale, che ha chiesto a Islamabad di raggiungere un avanzo primario del 2 per cento nel prossimo esercizio.

Per il Pakistan, dunque, il ruolo di mediatore nella crisi tra Iran, Israele e Stati Uniti non ha portato benefici. Al contrario, il paese si ritrova a pagare una parte significativa dei costi economici di una guerra che ha cercato di evitare. È il paradosso geopolitico di una potenza regionale che aspira a svolgere un ruolo diplomatico autonomo ma resta strettamente legata agli equilibri del Medio Oriente e, soprattutto, ai flussi finanziari provenienti dall’Arabia Saudita e dalle monarchie del Golfo.

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