Pagine Esteri (foto fermo immagine da YouTube) – La nazionale iraniana di calcio è arrivata ieri a Los Angeles per disputare la sua prima partita dei Mondiali 2026 contro la Nuova Zelanda. Un arrivo che va ben oltre il significato sportivo. Poche ore prima era stato annunciato l’accordo di pace tra Stati Uniti e Iran che dovrebbe essere formalmente firmato venerdì in Svizzera, mettendo fine a mesi di guerra e di tensioni.
L’approdo del Team Melli sul suolo americano assume così un valore simbolico straordinario. È infatti la prima volta nella storia della Coppa del Mondo, nata nel 1930, che una nazione ospitante accoglie una squadra proveniente da un Paese con il quale era in guerra. Un fatto che riflette il ruolo spesso ambiguo dello sport internazionale, sospeso tra diplomazia e conflitti geopolitici.
Dietro le immagini dei giocatori sorridenti all’aeroporto di Los Angeles si nasconde però una vicenda fatta di ostacoli e restrizioni. Le autorità statunitensi hanno infatti concesso i visti ai calciatori e a parte dello staff tecnico, ma hanno negato l’ingresso a numerosi dirigenti, funzionari federali, addetti stampa e membri dello staff di supporto della federazione calcistica iraniana. Tra coloro che non hanno ottenuto il visto figurano importanti dirigenti federali e responsabili dell’organizzazione della squadra. Secondo fonti iraniane, il numero dei membri esclusi oscillerebbe tra dodici e quattordici persone.

Teheran ha denunciato quello che considera un trattamento discriminatorio e una politicizzazione dello sport. La Federazione calcistica iraniana ha accusato Washington di aver violato lo spirito delle competizioni internazionali e ha chiesto l’intervento della FIFA. Anche il commissario tecnico Amir Ghalenoei ha espresso apertamente il proprio malcontento, sottolineando che la squadra avrebbe dovuto arrivare con maggiore anticipo per adattarsi al fuso orario e preparare adeguatamente il torneo.
Le restrizioni americane hanno costretto l’Iran a modificare radicalmente i propri piani. Inizialmente il campo base della squadra era stato fissato in Arizona. Con l’aggravarsi del conflitto tra Washington e Teheran e l’incertezza sui visti, la federazione ha deciso di trasferirsi a Tijuana, in Messico, a pochi chilometri dal confine statunitense. Da lì i giocatori dovranno raggiungere gli Stati Uniti per ogni singola partita e poi fare ritorno in Messico. Una soluzione logisticamente complicata che, secondo l’allenatore e diversi giocatori, ha inciso negativamente sulla preparazione della squadra.
Alcune informazioni diffuse nei giorni scorsi indicavano persino che le condizioni dei visti avrebbero limitato fortemente la permanenza della delegazione iraniana negli Stati Uniti, imponendo ingressi temporanei legati esclusivamente allo svolgimento delle partite. Anche se successivamente sono emerse versioni diverse sulle modalità effettive degli spostamenti, resta il fatto che l’Iran è stata l’unica nazionale costretta a organizzare il proprio Mondiale da un altro Paese.
A Tijuana, tuttavia, la squadra ha trovato un’accoglienza calorosa. Decine di tifosi messicani e iraniani si sono radunati davanti all’hotel della nazionale. «Iran, non camminerai mai da solo. Il Messico è con te», recitava uno dei cartelli esposti lungo il percorso dell’autobus della squadra. A un certo punto la folla ha persino intonato in spagnolo: «Iran, fratello, ora sei messicano».
L’atmosfera a Los Angeles sarà molto diversa. Nella metropoli californiana vive infatti la più numerosa comunità iraniana al di fuori dell’Iran, una diaspora stimata in decine di migliaia di persone e spesso indicata con il soprannome di “Tehrangeles”. Una comunità attraversata da profonde divisioni politiche che potrebbero tradursi in manifestazioni e contestazioni durante il torneo.

«Sono molto felice di rappresentare la grande, orgogliosa e forte nazione dell’Iran», ha dichiarato Ghalenoei nella conferenza stampa di Los Angeles. «Spero che il calcio porti gioia e divertimento e avvicini culture e Paesi». Parole che sembrano voler restituire al pallone una dimensione universale proprio mentre la politica continua a condizionare ogni aspetto della partecipazione iraniana.
Per la squadra iraniana, la sfida contro la Nuova Zelanda sarà dunque molto più di una semplice partita inaugurale. Sul terreno di gioco si incroceranno le speranze sportive di una nazionale ambiziosa, il desiderio di normalità di milioni di tifosi e il peso di una crisi internazionale che, almeno per il momento, sembra aver lasciato spazio alla diplomazia.





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