Pagine Esteri – All’alba del 28 giugno le forze di sicurezza irachene hanno fatto irruzione nelle residenze di politici e alti funzionari nella esclusiva Zona Verde di Baghdad. È stato l’inizio della più vasta operazione anticorruzione degli ultimi anni in Iraq, una campagna che il nuovo primo ministro Ali Al Zaidi ha ribattezzato “offensiva dell’alba” e che, nel giro di pochi giorni, ha portato alla detenzione di oltre 67 tra parlamentari, dirigenti pubblici ed esponenti politici appartenenti a schieramenti diversi.
Per un Paese che da oltre vent’anni vede la corruzione come uno dei principali ostacoli alla ricostruzione dello Stato, la stretta ha suscitato un’ondata di consenso popolare. Ma, accanto agli applausi, sono emersi dubbi profondi sulle reali finalità dell’operazione, accusata da diversi osservatori di essere anche uno strumento per ridefinire gli equilibri politici interni.
Secondo le autorità, molti degli arresti sono stati resi possibili dalle confessioni di Adnan Al Jumaili, ex viceministro del Petrolio, arrestato a metà giugno con accuse di corruzione. Da quelle dichiarazioni sarebbe partita una vasta rete di indagini che ha coinvolto figure di primo piano della politica irachena.
In un messaggio alla nazione, Zaidi ha assicurato che il suo governo “non esiterà a perseguire i corrotti e coloro che si sono appropriati illegalmente dei fondi dello Stato”, precisando che quella del 28 giugno rappresenta soltanto la prima fase di una campagna destinata a proseguire.

Tra gli arrestati figurano Muthanna Al Samarrai, leader del Fronte sunnita Azm, diversi dirigenti del suo partito, esponenti vicini alla Coalizione per la Ricostruzione e lo Sviluppo dell’ex premier Muhammad Shia’ Al Sudani e l’ex governatore della provincia di Wasit, Mohammed Al Mayahi, considerato uno dei principali alleati politici dello stesso Sudani.
L’operazione ha ricevuto l’immediato sostegno di alcuni dei leader più influenti del Paese. Il religioso sciita Muqtada Al Sadr ha definito la campagna una “eroica riforma” capace di restituire agli iracheni la speranza. Anche l’ex primo ministro Nouri Al Maliki ha espresso il proprio appoggio, invitando il governo e la magistratura a proseguire “fino in fondo”.
L’appoggio bipartisan, tuttavia, non ha convinto tutti. Numerosi commentatori ricordano che proprio i governi guidati in passato da Maliki e, più recentemente, da Sudani sono stati frequentemente accusati di aver alimentato il sistema clientelare che oggi viene dichiarato guerra. Da qui il sarcasmo di parte dell’opinione pubblica.
Il sostegno popolare alla campagna comunque è ampio. Sui social media è diventato virale il video di un venditore di ortaggi di Baghdad che offre sconti ai clienti per celebrare la campagna anticorruzione. Anche l’Ordine degli avvocati iracheni ha assunto una posizione senza precedenti, annunciando che non metterà a disposizione una squadra di difesa per gli imputati e affermando che “i corrotti non hanno avvocati difensori”.
Per alcuni osservatori si tratta finalmente di uno spartiacque. Il commentatore Ahmed Hussein ha definito l’offensiva “uno schiaffo che costringerà i corrotti a riconsiderare i propri calcoli”. Altri, invece, invitano alla prudenza. Mustafa Kamal parla apertamente di “epurazioni politiche travestite da lotta alla corruzione”, sottolineando come molti degli arrestati appartengano ai blocchi sunniti o siano vicini alla coalizione dell’ex premier Sudani, mentre le figure sciite più influenti sembrano, almeno finora, essere rimaste fuori dall’inchiesta.
Questa selettività alimenta il sospetto che la magistratura venga utilizzata anche per ridefinire i rapporti di forza all’interno di un sistema politico già paralizzato. Nove ministeri restano ancora senza titolare a causa delle tensioni tra le principali coalizioni e delle pressioni esercitate dagli Stati Uniti affinché Baghdad riduca l’influenza dei partiti legati alle milizie sostenute dall’Iran. Gli arresti potrebbero modificare gli equilibri parlamentari e incidere direttamente sui negoziati per la distribuzione dei portafogli ancora vacanti.
L’offensiva arriva inoltre in un momento particolarmente delicato sul piano internazionale. A metà luglio Zaidi sarà ricevuto a Washington, dove incontrerà Donald Trump. Sul tavolo ci saranno le richieste statunitensi per il disarmo dei gruppi armati filo-iraniani ma anche il tentativo iracheno di ottenere lo sblocco di circa 30 miliardi di dollari di garanzie bancarie congelate. Non pochi analisti ritengono che dimostrare una maggiore determinazione contro la corruzione possa rafforzare la credibilità finanziaria del governo iracheno agli occhi della comunità finanziaria.
Pochi giorni dopo il suo insediamento, avvenuto alla fine di aprile, Zaidi aveva creato il Consiglio supremo per l’integrità, la supervisione e il recupero dei fondi pubblici, promettendo una svolta rispetto ai precedenti esecutivi. Ma la storia recente dell’Iraq invita alla cautela. Quasi tutti i governi succedutisi dopo il 2003 hanno annunciato campagne anticorruzione di grande impatto mediatico, finite però per esaurirsi senza risultati significativi oppure trasformarsi in strumenti di regolamento dei conti politici.





Devi effettuare l'accesso per postare un commento.