Pagine Esteri – Dopo aver inutilmente tentato, nel luglio del 2025, di esautorare le agenzie indipendenti anticorruzione, il presidente ucraino ha compiuto nei giorni scorsi un altro passo falso.
La decisione di Volodymyr Zelensky di rimuovere dal suo incarico il ministro della Difesa Mykhailo Fedorov, in seguito ai continui contrasti con il Comandante in Capo delle Forze Armate Oleksandr Syrskyi, ha provocato le più massicce proteste contro il governo ucraino dall’inizio dell’invasione russa nel 2022.
Fino a ieri, per cinque giorni consecutivi, migliaia di persone sono scese in piazza a Kiev, Odessa e altre città, sfidando la legge marziale e il conseguente divieto di manifestazione, per contestare la decisione di Zelensky di esautorare, dopo soli sei mesi, il giovane tecnocrate nell’ambito del drastico rimpasto di governo che ha portato anche alla sostituzione della premier Julija Svyrydenko. In segno di protesta contro il licenziamento di Fedorov Pavlo Yelizarov, vice comandante dell’aeronautica ucraina, ha annunciato le proprie dimissioni.
Nel briefing con cui ha commentato la propria rimozione, Fedorov ha accusato i vertici militari di aver ostacolato il programma di riforme del suo ministero, sostenendo che l’establishment militare non si sarebbe adattato abbastanza rapidamente a una guerra trasformata da droni, robotica e tecnologie digitali. L’ex ministro ha riconosciuto i meriti di Syrsky nelle operazioni del 2022 che impedirono la presa di Kiev e di Kharkiv da parte dei russi, ma ha accusato lo Stato maggiore di inaccettabili resistenze alla modernizzazione delle forze armate, alle riforme del sistema di approvvigionamento e della gestione del reclutamento che sta provocando scontri e proteste in diverse città.
Una parte considerevole del paese (secondo un sondaggio realizzato da Gradus ben il 61% del campione) considera Fedorov l’artefice della rapida modernizzazione tecnologica dell’esercito ucraino e dei recenti successi militari conseguiti attraverso un massiccio utilizzo di droni e robot. Negli ultimi mesi l’Ucraina è diventato uno dei paesi guida a livello internazionale nella produzione di droni e medio e lungo raggio, utilizzati per colpire in profondità il territorio russo e la Crimea, danneggiando gravemente raffinerie e impianti petroliferi – oltre ad altre infrastrutture civili e militari – e obbligando così Mosca a razionare i carburanti. A Fedorov viene attribuita anche l’interruzione della connessione delle truppe russe con i servizi internet garantiti dalla rete Starlink (di proprietà del miliardario Elon Musk), che avrebbe permesso all’esercito ucraino di strappare alcune centinaia di chilometri quadrati di territorio precedentemente occupato da Mosca. Il suo ministero digitale ha realizzato inoltre un sistema attraverso il quale i soldati ucraini che caricano su un’apposita piattaforma i video degli attacchi contro i soldati e i veicoli russi ricevono punti per acquistare direttamente armi senza doversi affidare ai canali ufficiali di approvvigionamento spesso non in grado di soddisfare le richieste; questo sistema ha permesso l’accumulo di importanti aggiornamenti sullo schieramento bellico russo.
I dimostranti – per lo più giovani e veterani di guerra – accusano il capo dello stato di aver rimosso il 35enne perché lo ritiene un competitore politico in grado di sottrargli consensi e “fargli ombra” e ritengono che la mossa indebolirà la capacità di Kiev di colpire efficacemente il nemico. Secondo gli ambienti critici, Zelensky avrebbe adottato nei confronti di Fedorov la stessa strategia utilizzata per togliere di mezzo nel 2024 il generale Valery Zaluzhny, l’ex capo di stato maggiore sostituito con il fedele Oleksandr Syrskyi.
I manifestanti hanno ribadito anche le richieste al centro delle mobilitazioni precedenti, a partire dalla tutela prioritaria della vita dei soldati e dalla imposizione di rigidi controlli sugli approvvigionamenti militari per contrastare la corruzione e impedire le razzie da parte dei responsabili politici, dei funzionari e dei comandanti dell’esercito.
Se da una parte la piazza ha chiesto il reintegro di Fedorov, dall’altra ha preteso il licenziamento del 60enne Syrskyi, ritenuto invece non più in grado di guidare le forze armate a causa dei suoi metodi di combattimento tradizionali che provocherebbero un alto numero di perdite tra i soldati e si sarebbero rivelati spesso inefficaci.

Syrskyi, inizialmente difeso da Zelensky, ha cercato di ridimensionare la contrapposizione con Fedorov, richiamando all’unità nazionale e alla necessità di un fronte unito contro l’invasione russa. Ma ieri sera, nel tentativo di indebolire la protesta, il presidente ha annunciato a sorpresa la rimozione anche del comandante delle Forze Armate, che sarà sostituito dal 43enne generale Mykhailo Drapatiy. Ex capo delle forze di terra dal 2024 al 2025 prima di essere retrocesso da Syrskyi, nei giorni scorsi si è schierato a favore di Fedorov.
Al tempo stesso Zelensky ha offerto a Fedorov un nuovo ruolo nell’esecutivo come supervisore del settore tecnologico per avere modo di continuare a coordinare la modernizzazione delle dotazioni belliche del paese. Fino a ieri, però, fonti vicine all’ex ministro affermano che Fedorov sarebbe disposto a tornare al governo soltanto per guidare il Ministero della Difesa.
Giovedì scorso al posto di Fedorov Zelensky ha temporaneamente nominato Yevhenii Khmara, un alto funzionario della sicurezza che sovrintende agli attacchi a lungo raggio ed ex capo dell’SBU, la principale agenzia di intelligence del paese. Ieri Zelensky ha deciso che Yevheniy Khmara e Pavlo Palisa affiancheranno Mykhailo Drapatiy.
Dopo aver concesso al governo tre giorni di tregua, i promotori della protesta – tra i quali figura il veterano di guerra Dmytro Koziatynskyi – hanno invitato i manifestanti a prepararsi per una “mobilitazione generale a tempo indeterminato” se entro il 24 luglio Fedorov non verrà reintegrato nel suo ruolo.
Ma la protesta potrebbe essere disinnescata dal licenziamento di Syrskyi. Inoltre Fedorov ha accolto con favore la nomina di Drapatiy, che a suo dire «porta una boccata d’aria fresca e una nuova speranza alla lotta di un popolo libero per la libertà e la giustizia. (…) Le elevate aspettative del popolo ucraino devono essere soddisfatte con una visione chiara per porre fine alla guerra d’indipendenza, una squadra forte e azioni decisive volte a salvare le vite dei nostri soldati, automatizzare il fronte, sferrare attacchi asimmetrici e mettere in ginocchio l’economia di guerra russa».
Zelensky ha giustificato la propria decisione affermando che ormai i contrasti tra Syrskyi e Fedorov erano insanabili e stavano paralizzando le forze armate. Il presidente sarebbe inoltre stato fortemente condizionato dalle pressioni della maggioranza parlamentare, con un quota crescente dei deputati del suo partito – “Servo del Popolo” – che agisce in maniera autonoma rispetto alle sue indicazioni. Secondo il “Financial Times”, la quota di parlamentari sui quali il governo può contare si sarebbe ormai ridotta a circa 111, rispetto ai 254 eletti dal partito di Zelensky nel 2019.
Ma secondo gli analisti dietro il conflitto tra i due ci sarebbero anche le rivalità tra Washington e alcuni paesi europei, in particolare Francia e Germania.
In ballo c’è infatti la gestione della fiorente industria dei droni e dei finanziamenti internazionali che ne hanno consentito lo sviluppo.
Zelensky è ritenuto collegato a “Fire Point”, il soggetto che grazie ai finanziamenti soprattutto tedeschi produce i droni a lungo raggio – come l’FP-1 e l’FP-2 – i missili balistici Freya (ai quali gli europei sono molto interessati) e le munizioni ad alta precisione FireFly.
Invece Fedorov, che prima di approdare al Ministero della Difesa era stato alla guida del Ministero della trasformazione tecnologica, è direttamente legato al consorzio Brave-1 che ha contribuito a realizzare soprattutto con il sostegno delle statunitensi Palantir e Anduril. Si tratta di una piattaforma di raccolta e di erogazione delle sovvenzioni internazionali poi utilizzate dalle startup locali del settore della difesa che quindi gestisce enormi risorse. – Pagine Esteri

* Marco Santopadre, giornalista e saggista, si occupa di geopolitica e movimenti sociali. Scrive anche di Spagna e movimenti di liberazione nazionale. Collabora con Pagine Esteri, il Manifesto, Terzo Giornale, El Salto Diario e Berria





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