di Claudio Avella
Le foto sono di Farzan Khan
Pagine Esteri – I monsoni scrosciano sulle strade di Delhi, ma sono gli studenti e i giovani che le hanno inondate veramente, diventando un inarrestabile fiume in piena per Narendra Modi e per il Ministro dell’Istruzione Dharmendra Pradhan. Quest’ultimo, in un gesto senza precedenti nei dodici anni di governi Bharatiya Janata Party (BJP) a guida Narendra Modi, sabato 25 luglio ha rassegnato le proprie dimissioni. La portata dell’inondazione della Generazione Z non ha ceduto nemmeno di fronte alle violente cariche della polizia armata di lathi, i lunghi manganelli ereditati dall’epoca coloniale, all’uso di lacrimogeni e delle pistole ad aria compressa e agli arresti di molti manifestanti e attivisti in tutto il Paese, anche nei confronti di studenti che stavano pianificando proteste in solidarietà con il movimento. Insieme alle dimissioni del Ministro dell’Istruzione, Modi, attraverso il Ministro dell’Unione J.P. Nadda, ha annunciato indennizzi per le famiglie degli studenti che si sono suicidati in seguito agli scandali delle fughe di risposte dei test di ingresso nazionali alle facoltà di medicina e il ritiro delle denunce (First Information Reports – FIR) presentate contro i manifestanti.

Tuttavia, si sono continuati a verificare molti casi di arresti nei confronti di persone che hanno partecipato o che erano in procinto di organizzare proteste in tutto il Paese, almeno fino al 27 luglio. La maggior parte sarebbero avvenuti in Bihar, Assam e West Bengal, tutti a guida BJP. Solo in Bihar sarebbero 145 i casi di arresti registrati, mentre in Assam un’avvocata avrebbe dichiarato di aver ricevuto almeno 200 segnalazioni. Il 27 luglio i governi del Bihar e dell’Assam avrebbero promesso di ritirare le denunce, mentre il West Bengal, dove sono state arrestate almeno 14 persone, la situazione rimane non risolta.
Nonostante la débâcle, l’ormai ex Ministro dell’Istruzione lunedì mattina è stato accolto dagli slogan “Dharmendra Pradhan zindabad” (lunga vita a Dharmendra Pradhan) in parlamento dai compagni di partito del BJP.
Secondo Aameen Amitoj, attivista di All India Students Association (AISA), ala studentesca del Partito Comunista dell’India (Liberation), raggiunto telefonicamente “(Modi) ha sicuramente sacrificato un pezzo minore per salvare il re” usando gli scacchi come metafora. In seguito alle violenze della polizia, infatti, dice Manitoj, i manifestanti avevano infatti iniziato a chiedere anche le dimissioni di Amit Shah, il Ministro degli Interni, considerato direttamente responsabile del comportamento della polizia. In seguito alle dimissioni, invece, il movimento Cockroach Janata Party, che ha guidato la protesta, ha dichiarato la fine delle mobilitazioni e Modi è riuscito a contenere la potenziale valanga. Intanto il CJP ha comunque dichiarato che offrirà assistenza legale e ha lanciato una piattaforma online per raccogliere testimonianze di abusi delle forze dell’ordine.
Come si giunge alle dimissioni del Ministro? E soprattutto, davvero è stato raggiunto un risultato così storico o Modi è riuscito a contenere l’onda di piena che avrebbe potuto provocare danni ben più gravi al suo governo?
Per comprendere quanto accaduto la scorsa settimana, va fatto qualche passo indietro, al 3 maggio scorso, quando si è tenuta una delle sessioni del test di ingresso nazionale alle facoltà di medicina (NEET), a cui hanno partecipato quasi 2,3 milioni di studenti. L’esame viene annullato meno di dieci giorni dopo per un’indagine che ha rivelato una fuga di risposte, che ha portato a numerosi arresti. Lo scandalo delle fughe di risposte degli esami di ingresso alla facoltà di medicina non è un caso isolato. Negli ultimi dieci anni ci sarebbero almeno 152 casi analoghi, che avrebbero danneggiato almeno 75 milioni di candidati. C’è chi avrebbe pagato anche il corrispettivo di oltre 36.000 euro per comprare le risposte in anticipo. L’Agenzia Nazionale per i test (NTA), il corpo incaricato di preparare e organizzare i test di ammissione, è stata già oggetto di scandali, anche per problemi tecnici e amministrativi nei centri d’esame.
Il movimento di protesta, il Cockroach Janta Party (CJP), Movimento degli scarafaggi del popolo, nasce inizialmente con un intento parodistico in risposta ad una dichiarazione controversa del Presidente della Corte Suprema Surya Kant che ha usato l’appellativo “scarafaggi” e “parassiti” in riferimento ai giovani disoccupati. Kant rettifica, ma il giorno dopo, sul suo profilo X, Abhijeet Dipke, un giovane esperto di comunicazione politica, scrive “e se tutti gli scarafaggi si unissero?”. A milioni rispondono a questo appello. Dipke crea un sito web e “fonda” il partito parodistico CJP, con un chiaro riferimento al partito di governo. Nel giro di poco i profili social del CJP superano il numero di followers dei profili del BJP.

Il 6 giugno Dipke raggiunge Delhi da Boston, dove risiede, dando inizio alla protesta. Il 28 giugno si unisce alla protesta Sonam Wangchuck, già fondatore del Movimento studentesco educativo e culturale del Ladakh nel 1988, con uno sciopero della fame in supporto del movimento. Allo sciopero della fame si uniscono sei studenti di AISA. Tra loro anche Aameen Amitoj e Neha Bora, presidente di AISA.
Il 20 luglio centinaia di migliaia di ragazzi, studenti e giovani raggiungono Delhi. In occasione della grande mobilitazione gli studenti dell’AISA, dopo 23 giorni, interrompono il loro sciopero della fame. Non si fa attendere l’appoggio di politici di opposizione, tra cui lo stesso Rahul Gandhi, leader del Partito del Congress, intellettuali e star di Bolliwood, cosa piuttosto singolare per l’India di Modi, in cui il cinema è usato ampiamente a scopo propagandistico . La scrittrice Arundhati Roy è andata a rendere omaggio ai giovani e ai rappresentanti del movimento. L’ondata infine porta alle dimissioni del Ministro dell’Istruzione il 25 luglio.
R, un giovane manifestante che desidera rimanere anonimo, mi racconta: “ho trent’anni. Avevo un lavoro in ospedale come infermiere, ma ho deciso di lasciare tutto per aggregarmi alle proteste non appena tutto è iniziato, a giugno. Non lo faccio per me, lo faccio per la generazione dei giovani di questo paese”. Poche parole che raccontano tanto della frustrazione dovuta a un sistema che esacerba le disuguaglianze e non fornisce risposte concrete ai giovani che intendono costruirsi una carriera universitaria e lavorativa dignitosa.
Prepararsi adeguatamente a un test è anche una questione di disponibilità economica e classe sociale: molte famiglie delle classi medio-basse sono costrette a indebitarsi per cercare di procurare un futuro e un ascensore sociale per i propri figli: ovunque proliferano scuole e centri studi, le città sono costellate di grossi manifesti pubblicitari, su cui sono esposte le foto dei giovani che con successo hanno superato i test. Non è un caso che dopo l’ultimo scandalo siano stati registrati 13 casi di suicidio.
Durante l’intervista Aameen Amitoj segnala che ci sarebbero stati almeno altri due scandali di fughe di risposte a fine giugno, a dimostrazione dell’ampiezza del sistema di corruzione.
Continua Aameen Amitoj: “come AISA, abbiamo richieste di lungo termine nei confronti del governo tra cui l’abolizione dell’Agenzia Nazionale per i Test e il contrasto alla privatizzazione del settore, previsto dalla Politica Nazionale sull’Istruzione 2020. Si tratta di un problema sistemico che stavamo già affrontando attraverso AISA. Oltre a AISA ci sono anche altre fazioni studentesche che mettono in discussione il sistema educativo”. Amitoj aggiunge: “Le dimissioni di Dhamendra Pradhan (Ministro dell’Istruzione) devono essere considerate il primo passo di un movimento democratico progressista. E dobbiamo guardare avanti, piuttosto che considerare le dimissioni del signor Pradhan come il culmine. Bisogna affrontare il cuore del problema. Ora noi abbiamo affrontato solo i sintomi e non la malattia”.
È ancora presto per effettuare una valutazione sul futuro del CJP, che al momento pare rimanere comunque vigile, almeno per quel che riguarda il supporto agli attivisti che hanno subito arresti e abusi. Non tutti i movimenti che si sono uniti al CJP convergono verso una stessa visione in merito alla Politica Nazionale sull’Istruzione ed è forse ancora presto per valutare se davvero sarà affrontata la malattia o solo i sintomi, come ha detto Amitoj. Resta comunque il fatto che il CJP è riuscito a raccogliere una mobilitazione di ampio respiro che ha ottenuto un primo risultato importante. Bisognerà continuare a osservare con attenzione gli eventi delle prossime settimane per capire se il movimento si è limitato a grattare la superficie del problema o se sarà in grado di colpirlo al cuore.





Devi effettuare l'accesso per postare un commento.